CAST & CREDITS

regia:
Hayao Miyazaki

distribuzione:
Lucky Red

durata:
102'

produzione:
Studio Ghibli

sceneggiatura:
Hayao Miyazaki

fotografia:
Shigeo Sugimura

montaggio:
Takeshi Seyama

musiche:
Joe Hisaishi

Kiki consegne a domicilio | Recensione | Ondacinema

Kiki consegne a domicilio

di Hayao Miyazaki

animazione, Giappone (1989)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 7.5
A distanza di ventiquattro anni dall'uscita giapponese, raggiunge le nostre sale anche la vispa streghetta Kiki, in quello che fu il primo vero successo al botteghino dello Studio Ghibli. Prosegue così il lodevole recupero dell'opus myazakiano avviato dalla Lucky Red che, a un anno esatto dal capolavoro del 1986 "Il castello nel cielo", distribuisce una nuova edizione italiana di "Kiki consegne a domicilio", ben più rigorosa e filologica dell'adattamento occidentalizzato che fu realizzato da Disney-Buena Vista nel 2002 solo per l'home video.

È questa l'occasione perfetta per riscoprire un'opera intelligente e deliziosa, tutt'altro che minore. L'assenza di quell'intensa visionarietà che ha reso i canonici capolavori del maestro di Tokyo dei veri e propri tour de force di meraviglie per spettatori di ogni età non toglie fascino e pregnanza a un racconto che fissa molti refrain tematici tipicamente miyazakiani su sviluppi narrativi lineari e scenari più realistici. Nonostante si tratti di un'aspirante strega in fase di praticantato, il percorso di crescita della piccola protagonista è saldato a un vissuto che, nei suoi riscontri psicologici e relazionali, è assai ordinario e che potrebbe descrivere paradigmaticamente il passaggio alla vita autonoma nell'esperienza di qualsiasi ragazzina. In questo senso Kiki è la prima bambina di cui Miyazaki racconta la maturazione, prefigurando tanti personaggi femminili indimenticabili: si pensi a Fio che in "Porco Rosso" decide di seguire lo spericolato aviatore di cui era innamorata pur di portare a termine il suo lavoro e dimostrare le proprie capacità o a Chihiro che, prigioniera nella labirintica "Città incantata", deve lavorare per la potente Yubaba e rischia addirittura di perdere la propria identità pur di salvare gli imprudenti e ingordi genitori trasformati in suini. Eppure l'iter formativo della maghetta tredicenne è diverso: la rottura dell'iniziale equilibrio affettivo, l'allontanamento da un contesto familiare sereno e sicuro e il trasferimento in una grande città sono tutte conseguenze di una volontà d'emancipazione che nasce come urgenza spontanea della stessa protagonista. Solo agendo autonomamente e imponendosi di affrontare da sola nuove difficoltà, la bambina sarà in grado di realizzare le proprie aspirazioni.

Kiki, insomma, deve (e vuole) vedersela da sola e non cerca eroi maschili che la aiutino né forti nemesi sulle quali scaricare le responsabilità di eventuali fallimenti. Anzi inavvertitamente fa smettere di parlare anche Jiji, il gatto nero la cui voce era l'(immaginaria?) espressione di una coscienza esterna. Così, dopo aver attraversato un passaggio necessariamente critico dalla spensierata vitalità infantile a un pensiero autonomo e responsabile, Kiki può ritrovare la sua magia e affrontare le proprie angosce. Il lavoro perciò non rappresenta solo un mezzo di autosufficienza e il principale canale di integrazione in una diversa realtà sociale ma, contrariamente a quanto accadrà in "La città incantata", è anche l'unica condizione per definire liberamente la propria identità, intervenendo nella quotidianità attraverso le proprie doti.

A circondare la nostra protagonista è una variopinta galleria di personaggi (come al solito tutti riuscitissimi) che, pur non inserendosi direttamente negli ingranaggi narrativi, contribuiscono alla crescita morale di Kiki, ognuno con un ruolo e un messaggio diversi: la materna e sorridente panettiera Osono e il suo muto consorte offrono una generosa accoglienza alla nuova arrivata, mentre la pittrice Ursula si pone come un vero e proprio alter-ego più adulto che, avendo fatto dell'arte la propria missione, aiuta la protagonista a conoscersi meglio, infine il buffo Tombo, che a Kiki vuole molto bene, amplia la dimensione del racconto inserendovi quell'ossessione del volo che è una costante poetica in tutta la produzione miyazakiana. Tombo non rientra assolutamente nella schiera di quelle archetipiche e significative figure di giovani eroi cari all'autore giapponese, è piuttosto un ragazzino vivace che desidera compensare la distanza che lo separa dall'adorata Kiki attraverso la costruzione di improbabili macchine volanti. E in questo si può ritrovare un altro motivo ricorrente che, già presente in "Laputa", verrà ulteriormente approfondito in quasi tutte le successive opere di Miyazaki: da "Porco Rosso" a "La principessa Mononoke", fino a "La città incantata" e "Ponyo", l'amore è un legame tra esseri per natura diversi che, proprio a causa delle loro dissomiglianze, si avvicinano per soccorrersi e superare, insieme, delle prove di coraggio.

La scelta di ambientare tutta la storia nell'immaginaria e idealizzata Koriko attenua l'intervento della natura e le ricorrenti derivazioni ecologiste. Eppure è impossibile non ritrovare in ogni angolo di questa città fuori dal tempo, meraviglioso ibrido di scorci nord e centroeuropei sospesi tra il cielo e il mare, tutto lo slancio poetico e la potenza evocativa del miglior Miyazaki. Anche per questo "Kiki" è capace di regalarci una prospettiva inedita, suggestiva e intimista, su un artista delicato e generoso, di ineguagliabile finezza che non è "semplicemente" un originale architetto di mondi paralleli e allegorici, ma il geniale creatore di magici luoghi dell'anima.