CAST & CREDITS

regia:
Martina Parenti, Massimo D Anolfi

durata:
80'

produzione:
Montmorency Film, Raicinema

sceneggiatura:
Massimo D'Anolfi, Martina Parenti

fotografia:
Massimo D'Anolfi

montaggio:
Massimo D'Anolfi, Martina Parenti

musiche:
Massimo Mariani

Materia Oscura | Recensione | Ondacinema

Materia Oscura

di Martina Parenti, Massimo D Anolfi

documentario, Italia (2013)

di Alessandro Viale

Voto: 8.5
The world itself consumed
Man, that's the only truth
And what we loved was not enough
Even though we wanted to

 

And what we loved was not enough  

(Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra)

 

 

 

A Salto di Quirra, nella Sardegna sud orientale è attivo dal 1956 il poligono sperimentale di addestramento interforze che ne prende il nome. Non per nulla lo stesso nome indica il luogo e il poligono, il territorio è ormai da sessant'anni il poligono stesso ed è anche bersaglio e vittima sacrificale. Dovrebbe essere noto, infatti, che a Salto di Quirra dopo lunghi studi e indagini epidemiologiche sono state trovate tracce di Uranio impoverito e di Torio radioattivo e che le statistiche relative a leucemia e linfomi denunciano una situazione anomala, così come anche le numerose nascite di bestiame deforme.

 

"Materia Oscura" ci mostra Salto di Quirra, il territorio con i suoi abitanti, e il poligono, e allo stesso tempo svela, attraverso l'arte cinematografica, il rapporto fra le parti, le conseguenze degli uni sugli altri.

Esiste appunto, come la materia oscura, qualcosa di enorme e inafferrabile nelle relazioni fra le cose, nello "spazio" delimitato fra il concetto di causa e quello di effetto. Un sistema che probabilmente costituisce buona parte dell'universo, ma che risulta molto difficile da indagare.

Massimo D'Anolfi e Martina Parenti con un coraggio ammirevole vanno proprio in quella direzione utilizzando gli strumenti che hanno a disposizione: uno sguardo cristallino e il linguaggio cinematografico.

Il documentario infatti procede in una raffinata analisi piuttosto che una denuncia dei fatti. La successione delle immagini crea un incedere parallelo basilare: da un lato le armi, le esplosioni, i militari, dall'altro i pastori, le mucche, le pecore, la terra, il mare.

 

I due registi usano immagini di repertorio tratte da pellicole del poligono per dilatare il discorso filmico. Riproducono, rimasticandole, le sequenze di missili in collisione, di razzi, di esplosioni che diventano d'un tratto materia estetica e allo stesso tempo riprendono la terra sarda di oggi, ancora con i boati delle bombe a fare da sottofondo. Ma anche riprendono le mani di militari, intenti a visionare altre pellicole, a tagliare, a montare altri inserti video.

E intanto si vedono greggi di pecore, mandrie di mucche e i pastori che osservano in silenzio.

 

Non ci sono parole nel film, o quasi. Perché a parlare sono le immagini e il rapporto fra le stesse. Una sinfonia visiva a tutti gli effetti, dove la prima parte crea una curiosa tensione fino a quando nella scena della vivisezione di un topo una voce radiofonica spiega allo spettatore il disastro in atto. La seconda sviluppa il tema e ci introduce al rapporto straziante fra un anziano allevatore e un vitello malato. La terza deflagra in un finale magistrale nel quale D'Anolfi e Parenti dimostrano di avere capacità fuori dal comune.

 

L'agonia del vitello è una scena che rimane negli occhi dello spettatore, il dolore dell'allevatore, la rabbia del figlio che urla fuori campo diventano allo stesso tempo metafora perfetta ed espressione di uno sguardo pulito, che non deve costruire retoricamente un discorso con espedienti o trucchi, ma che si palesa con una camera fissa puntata dove è necessario guardare per capire.

 

Segue una camera car poetica, potente, che formalizza il distacco, l'allontanamento, il volersi separare da qualcosa che si sotterra...

Poi un'ultima esplosione. Come a dire, non è finita.