CAST & CREDITS

cast:
Gary Busey, William Katt, Jan-Michael Vincent

regia:
John Milius

durata:
120'

produzione:
A-Team

sceneggiatura:
John Milius, Dennis Aarberg, Joel Chernoff

fotografia:
Bruce Surtess

scenografie:
Charles Rosen, Dean Edward Mitzner

montaggio:
Carrol Timothy O'Meara, Robert L. Wolfe

costumi:
Mary Lou Reinbold

musiche:
Basil Poledouris

pietra miliare

Un mercoledì da leoni | Recensione | Ondacinema

Un mercoledì da leoni

di John Milius

drammatico, Usa (1978)

di Alessandro Corda

- A che cosa si brinda?
- Solo agli amici.
- Agli amici, nel bene e nel male



L'Oceano sembra ancora quieto e sonnolento al sorgere dell'alba, come i giovani surfisti distesi sulla spiaggia e pronti a cogliere ogni attimo di quello che si profila essere una grande giornata. Un lento movimento di macchina segue le lunghe onde, mosse da "un vento caldo chiamato Santana che portava con sé il profumo di terre tropicali". La calda voce di Robert Englund ci porta indietro a dolci ricordi dei tempi passati, rivissuti da fragranze e visioni di proustiane memorie.
Non è un caso che l'immagine dell'Oceano apra "Un mercoledì da leoni": l'elemento dell'acqua diventa un vero e proprio personaggio, reale protagonista della nostra storia, esso scandirà il tempo della Vita in quattro mareggiate e sarà il regno inviolato dove i ragazzi potranno essere sé stessi e sentirsi al sicuro.
In particolar modo, le onde, con moto ricorrente e avvolgente, rappresentano il leitmotiv: sono l'emblema di un eterno ritorno, di una visione circolare del tempo fatta di corsi e ricorsi storici in cui ogni individuo potrà avere il suo momento per poi passare il testimone a chi verrà dopo, in un vero e proprio rito di passaggio.

Gli spazi a perdita d'occhio di questo incipit sono una sintesi perfetta del cinema di John Milius che ci ha sempre raccontato l'America della frontiera in perenne avanzamento, quella delle distanze immense da conquistare e della violenza che scaturisce da questa dominazione. I giovani surfisti che si lanciano contro le onde vanno alla conquista, anche loro, di questa frontiera. L'America di Milius è poi quella di Theodore Roosevelt (protagonista in "Il vento e il leone" e la miniserie "Rough Riders" e citato nell'orso che compare in "Alba rossa"), Henry D. Thoreau e Ralph Wado Emerson. Venuto fuori come regista dalla New Hollywood degli anni 70, John Milius rimane ad oggi il cineasta più difficile da incasellare. Come nel pensiero di Emerson, i suoi personaggi vivono una perenne rivolta contro il conformismo e un'esaltazione della self-reliance (la fiducia in sé stessi). Il successo dei suoi film, nel tempo, fu tale che il suo nome divenne sinonimo di qualità, non solo come regista ma, soprattutto, come sceneggiatore. A tal punto che registi come i fratelli Coen, pur scottati dal suo diniego di partecipare a "Barton Fink", lo omaggiarono basandosi su di lui per il personaggio di John Goodman in "Il grande Lebowski".

Quando il film approdò nelle sale americane, nel 1978, il pubblico non si appassionò particolarmente. Ricevette un freddo benvenuto anche da parte della critica. Come per molti capolavori si dovette aspettare che il tempo lo facesse invecchiare per farlo assurgere a film culto. In Italia venne presentato al Festival del cinema di Torino, nello stesso anno, e ciò accelerò il processo di doppiaggio portandolo in sala in poco tempo.
In origine la prima sceneggiatura del 1970 riportava il titolo "We Were Kings", frase peraltro rimasta nel film in una delle prime scene quando vengono introdotti i tre protagonisti: "era il loro momento, erano i più famosi, allora. Erano i re".
"Un mercoledì da leoni" fu concepito prima come libro poi come film: inizialmente Milius scrisse vari capitoli incentrandoli su una persona che raccontava la propria esperienza poi il soggetto narrante non si connotò più come uno dei protagonisti, ma ne divenne una voce onnisciente.

Le ascendenze letterarie sono molte e possono far tornare alla mente la narrazione e il ritmo della prosa di John Steinbeck o di Herman Melville, in questi casi c'è sempre una figura centrale, un narratore. A detta dello stesso Milius questa voce narrante è uno dei due ragazzini che si vedono sul molo con Bear. Questo aspetto viene sottolineato da un sapiente uso del mezzo cinematografico: dopo che Bear ha raccontato della sua cavalcata su un'onda di sei metri e augurandosi, poi, l'arrivo di un grande giorno come quello, c'è uno stacco dal totale al primo piano del ragazzino biondo che sta ascoltando, come ad evidenziare che spetterà a lui tramandare questi racconti. Un passaggio generazionale.

Matt (Jan-Michael Vincent), Jack (William Katt) e (Gary Busey) entrano in scena dall'alto di una scalinata in pietra che rievoca i profili di un'acropoli d'altri tempi. Quasi una scenografia teatrale dove i tre ragazzi scendono sorreggendo Matt che soffre ancora i postumi di una sbronza. Basterà mettergli ai piedi una tavola, strappata ad un ragazzino che stenta a riconoscerlo, per farlo entrare nel suo elemento e riacquistare la grazia perduta. A quel punto il ragazzino riconosce il Mito fatto di carne e ossa, non più di sole parole.
I tre surfisti stanno vivendo il loro momento e sono davvero sulla cresta dell'onda, diventando icone di tre distinti momenti della gioventù: Leroy è la parte folle e istintiva, Matt quella inquieta e lunare e Jack la parte più riflessiva.

Milius ci racconta la vita di questi tre amici attraverso il ciclo completo delle stagioni (le quattro mareggiate che colpirono la California: del Sud del 1962, dell'Ovest nel 1965, del Nord 1968, la Grande Mareggiata del 1974). Si tratta del racconto della loro presa di coscienza di un mondo che stava cambiando attraverso gli anni 60 e 70 e del loro passaggio ad un'età diversa. Le storie e i personaggi sono ispirati alla gioventù del cineasta, trascorsa nelle spiagge di Malibu e, soprattutto, sulle onde insieme ai suoi compagni surfisti.

La vita di questi tre ragazzi passa attraverso le quattro stagioni della vita e li porta ad imboccare strade diverse, a costo di allontanarsi o di litigare. Il senso di responsabilità di Jack è destinato a fare cortocircuito con l'irrequietezza di Matt che vive la propria esistenza come se non fosse mai al posto giusto sia di fronte ai doveri di una paternità arrivata troppo presto sia alla difficoltà di collocarsi nella società in un ruolo stabile. Matt sembra l'albatro di Baudelaire che incespica sulla terra, sempre in preda ad una sbornia, per poi librarsi in volo sulle onde come un campione.

La sceneggiatura di John Milius e Dennis Aaberg è uno struggente inno all'amicizia virile e alla giovinezza passata. In particolar modo è la messa in scena del mito della giovinezza declinato nelle sue forme più varie e trova nell'amicizia l'unico collante e l'unica forma di salvezza. Il momento più alto è quando Jack si avvicina al gruppo di amici, appena prima del matrimonio di Bear, e avviene la riconciliazione con Matt.
Come in tutto il film, vale il significato dei gesti: prima un pugno in faccia fu la rottura, ora una bottiglia offerta è la pace. Non è faciloneria né superficialità nel raccontare una storia, ma è sempre il voler esaltare l'amicizia come sentimento puro e iconico. Quasi in una dimensione epica.

Lo struggimento che accompagna il capodopera è dato dal senso di ineluttabilità che striscia, silente, anche nei momenti più solari. Il tema della perdita sfiora i ragazzi nel viaggio a Tijuana, dove, usciti dalla loro zona di sicurezza, entrano in contatto con un accoltellamento e la visione di un cadavere. Poi arriverà una lettera che non porterà la promessa del Sogno Americano che hanno tanto anelato, ma il reclutamento in Vietnam.

Un'altra alba, questa volta spesa davanti alla televisione in attesa della partenza di Jack in guerra, dall'altra parte del mondo. Sullo schermo scorrono le immagini delle molotov scagliate in segno di protesta contro il conflitto in Vietnam. Jack saluta Sally e l'immagine sfuoca lentamente sullo schermo televisivo: la vita non sarà più come prima, è il fatidico passaggio alla vita adulta.

Jack, Matt e Leroy si ritroveranno nel 1968 in un cimitero, di notte, a salutare uno dei loro amici caduti in guerra. Milius tiene per tutto il film questa guerra fuori campo, ci mostrerà solo il ritorno: chi torna dentro ad una cassa e chi ritorna non più come prima. Il ritorno è la disillusione dell'età adulta e del Sogno Americano. Non sarà facile trovare tutto allo stesso posto, neppure Sally che si nega dietro ad un altro uomo: è ancora il trionfo dell'amicizia, il sentimento che non si perde mai.
Questo senso di struggimento è ben rappresentato anche dalla colonna sonora di Basil Poledouris che alterna l'uso di ottoni per rievocare i ricordi lontani, quello di archi per accompagnare le magniloquenti riprese sulle onde e la chitarra per i momenti più privati e intimi.

L'ultima e grande mareggiata del 1974 è quella tanto aspettata, quella che rappresenta il momento apicale di un'intera esistenza. Matt scende in spiaggia, da solo, con la tavola che gli ha foggiato Bear, come fosse un personaggio arturiano che dona a Re Artù la spada Excalibur. La tavola di Bear, come la spada della leggenda, è stata realizzata per un giorno particolare. E questa tavola ha un valore oltre modo simbolico, è il passaggio alla nuova generazione, quando alla fine dell'ultima grande cavalcata Matt la regalerà ad un giovane ragazzo. Prima di questo momento i tre amici si trovano in mezzo alla più grande mareggiata di tutti i tempi dove scrivono le gesta che li renderà immortali nelle memorie dei tanti testimoni. Matt ne uscirà ferito però con la consapevolezza di essere entrato nel mito. Di fronte a lui tutto diventa più piccolo e pure il loro mentore Bear si nasconde per non offuscare questa gloria.

Se per tutto il film, Milius ha raccontato questa storia in modo classico con sinuosi movimenti di camera, campi lunghi e pochi primi piani, in acqua cambia tutto. Per riprendere i surfisti fu adoperata una cinepresa Airflex, smontata e resa impermeabile. Veniva fatta galleggiare su una tavola apposita e manovrata, sempre, da non meno di due operatori. Spesso e volentieri era lo stesso John Milius a mollo. Il regista di St. Louis è sempre stato orgoglioso nell'affermare di non aver mai utilizzato immagini di repertorio per riprendere queste cavalcate in acqua. Questo ha reso immortali le immagini e le ha fatte entrare nella storia di un cinema che, oggi, sembra veramente di altri tempi, quasi mitologico.
Il finale si chiude sulla prima immagine: questa volta Jack, Matt e Leroy salgono i gradini in pietra raggiungendo la cima di questi polverosi propilei. Qui avviene il saluto, forse non si rivedranno mai più e per lo spettatore non rimarrà altro che interrogarsi e meditare sul senso del tempo e della vita stessa.