Outrage Coda | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Giuseppe Gangi
7.0/10
Negli anni dieci dei 2000, Kitano Takeshi è venuto meno alla promessa di inizio millennio che lo voleva aver concluso la sua analisi per mezzo del cinema dello yakuza-eiga, tornando a storie di gangster giapponesi sia in "Outrage" sia nella commedia dai toni parodistici "Ryuzo and the Seven Henchmen". 

Come ha più volte ricordato nelle interviste, non ultima la conferenza stampa alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, il regista è stato convinto a imbarcarsi in questo progetto nel 2010 a causa dei parchi incassi dei suoi lavori ai botteghini nazionali. E "Outrage" ha ripagato le aspettative diventando uno dei maggiori successi della sua carriera, tanto che, insieme al produttore, Kitano ha deciso di lavorare su un sequel e, infine, su un altro capitolo dando così vita a una trilogia. Le tre pellicole non hanno timore di rassomigliarsi seguendo un soggetto abbastanza usuale per il genere gangsteristico, ossia la lotta senza codice d'onore per spodestare la famiglia più potente o il presidente dell'associazione mafiosa. La particolarità sta nelle strutture narrative utilizzate da Kitano: infatti, nei tre film di "Outrage" si parla molto più di quanto si spari e l'escalation di violenza è essenzialmente posta nelle battute conclusive, quando si realizza l'effetto domino preparato in modo certosino. "Outrage Coda" è la sintesi sibillina di questo nuovo modo di concepire lo yakuza eiga da parte del suo autore, estremizzando le peculiarità intraviste nei capitoli precedenti. A tratti sembra quasi di assistere alle riunioni dei consigli di amministrazione di grandi aziende e il parallelismo con l'alta finanza è chiaro fin dalla scelta che il chairman del clan degli Hanabishi si riveli un ex impiegato della borsa di Tokyo.

E Otomo, il "gangster fuori moda", che fine ha fatto? Gestisce dei locali per conto del potente Mr. Chang su un'isoletta coreana, una sorta di esilio dorato dove le pause sono più importanti dell'azione. Passa il tempo pescando insieme ai colleghi di lavoro, senza grossi grattacapi finché Hanada, un luogotenente degli Hanabishi non picchia due prostitute del suo giro poiché riufiutatesi di praticare bondage. Otomo minaccia lo yakuza senza mai rivelare il proprio nome: quando questi glielo chiede, gli risponde "Vaffanculo!". Il nome di Otomo è diventato leggendario, come uno di quei ronin del jidai-geki di fronte al quale tutti riveriscono: anche se, in questo caso, il rispetto è ironico, perché simbolo di un passato ormai lontano. Hanada dirà in seguito che se avesse saputo chi era realmente non si sarebbe permesso di far uccidere un suo sgherro; questo avvenimento periferico e inizialmente ininfluente è la prima goccia di pioggia di una tempesta in arrivo che travolgerà il clan degli Hanabishi. 

La burocratica amministrazione di un potere politico-economico applicata alla realtà yakuza: è questo un modo per definire "Outrage Coda". Kitano lavora in levare sul piano dello stile, aggiungendo solo dialoghi e  adoperando un montaggio classico: le scene sono spesso costruite su inquadrature totali, campi medi e primi piani e, rispetto ai capitoli precedenti, persino la violenza è rara e nei casi più eclatanti lasciata fuori campo. Non c'è la poesia né il celebre blu kitano di "Sonatine", il pessimismo trascolora di nero l'intera pellicola accompagnata da un tappeto sonoro elettronico e sincopato. L'unica sequenza che ha la nichilistica spettacolarità del glorioso cinema kitaniano avviene quasi casualmente; quando Otomo, deciso a vendicarsi personalmente sul presidente del clan Hanabishi, trova un alleato nel Nishino: ma invece di aspettare un cenno da parte di questi, entra nel salone in cui sono riuniti tutti i luogotenenti della famiglia compiendo una strage. Fedele in maniera quasi ottusa a un codice d'onore che non esiste più, pur di aderirvi Otomo non guarda in faccia nessuno; essendo la scoria di un mondo in via d'estinzione, di regole svuotate di senso, è come costretto a una vita di morte perché, come una bomba a tempo, una volta innescata non può che esplodere. Incastrato in tale coazione a ripetere, l'unico modo per liberarsi da se stesso è uscire di scena. Non è causale che una delle poche sequenze violente poste in primo piano e fotografata con sguardo lucido e granitico sia quella autorivolta. Kitano mette fine alla parabola di Otomo nel modo più austero possibile: "Non è necessario, posso fare da solo" dice tranquillo al sicario. Stavolta Kitano potrebbe aver davvero detto addio al suo alter ego filmico, quel "Beat" Takeshi che più volte ha impersonato un gangster e più volte ha concluso la sua parabola con un gesto di rivolta assoluto e definitivo. 

Kitano, dopo l'autopsia a cui si è sottoposto (come attore, autore e artista) nell'informale trilogia del suicidio, esegue un altro esame autoptico: conscio di non poter resuscitare l'epica yakuza, ne suona il malinconico requiem.  

14/09/2017

Cast e credits

cast:
Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida, Nao Omori, Pierre Taki, Yutaka Matsushige, Ren Osugi, Sansei Shiomi, Hiroyuki Ikeuchi


regia:
Takeshi Kitano


durata:
104'


produzione:
Bandai Visual; Office Kitano; TV Tokyo


sceneggiatura:
Takeshi Kitano


fotografia:
Katsumi Yanagijima


montaggio:
Takeshi Kitano


musiche:
Keiichi Suzuki


Trama
Dopo cinque anni ritroviamo Otomo, yakuza sopravvissuto alla guerra totale tra le famiglie mafiose Sanno e Hanabishi. Ora Otomo lavora in Corea del Sud per Mr. Chang, un faccendiere la cui influenza si estende al Giappone. Un relativamente piccolo incidente diplomatico causa tensione tra Mr. Chang e il clan Hanabishi. Ma il conflitto degenera in una feroce lotta per il potere. Quando la vita di Chang è in pericolo, Otomo torna in Giappone per mettere definitivamente a posto le cose.