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Takeshi Kitano

Il tormento e l'estasi

Alessandro Biagioli

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Tra storie di gangster e romanticismo, tormenti ed estasi, il giapponese Takeshi Kitano ha tracciato una sua personalissima via al cinema, rivelandosi uno dei registi più talentuosi degli ultimi anni

Personalità multiforme e dagli infiniti talenti, Takeshi Kitano è da molti considerato il maggior cineasta giapponese in attività. Eppure la sua carriera iniziò nei primi anni 70 come attore, nel duo comico-demenziale "The Two Beats", in coppia con "Beat" Kyioshi Kaneko.

Nel decennio successivo "Beat" Takeshi divenne uno dei personaggi televisivi più noti in patria, nelle vesti di regista/attore di commedie e conduttore dei più svariati show.

Ebbe inoltre modo di recitare in diversi film: nel più celebre di questi, "Furyo" (1983) di Nagisa Oshima, è il carceriere di un campo di concentramento giapponese durante la seconda guerra mondiale. L'incontro con Oshima fu determinante nel definire al meglio le sue ambizioni.

Nel 1989 l'abbandono del regista designato permise a Kitano di dirigere un film che in realtà doveva solamente interpretare: il risultato fu Violent Cop, un poliziesco anti-spettacolare e sui generis, girato con una ricchezza di idee e una consapevolezza stilistica eccezionali per un esordiente. Benché l'intreccio non presenti elementi particolarmente originali, e nonostante uno sbilanciamento forse eccessivo nella direzione di un pessimismo desolante, si percepiscono già il senso della misura e la profondità nell'indagare l'animo umano che contrassegneranno tutta la carriera registica di "Beat" Takeshi.

L'anno successivo arrivò l'opera seconda, Boiling Point, l'ineffabile storia dell'iniziazione al crimine di un giovane inetto. Kitano entra in scena solo a metà film, nei panni di un gangster violentissimo e perverso, capace però di buffonerie quasi chapliniane. Il film è meno teso e secco del primo, il montaggio più sperimentale e difficoltoso, ma continuano a delinearsi i tratti distintivi di una poetica tanto originale quanto complessa.

Il suo primo film non yakuza è anche il primo in cui non compare come attore: Il silenzio sul mare (1991), la storia di un ragazzo sordomuto che impara a surfare. Dotato di un senso dell'equilibrio quasi miracoloso tra dramma e commedia, e con una delicatezza di tocco rarissima, Kitano dimostra di aver ormai raggiunto una sottigliezza espressiva inarrivabile per la maggior parte dei colleghi. L'indubbio valore estetico e (soprattutto) etico dell'opera non allontanano però la sensazione di un "integralismo" un po' forzato: sarà soltanto nei film successivi che Kitano riuscirà a trasporre fedelmente su pellicola, in tutte le sue sfaccettature, la paradossale visione che ha del mondo e degli uomini. La ricerca della stasi assoluta, cui sembra ambire con questa malinconica parabola, è soltanto una delle facce del suo cinema.

Le corde che può toccare sono innumerevoli.

Nel 1993 ecco infatti il primo capolavoro: Sonatine, un'altra storia di yakuza. Questa volta l'adesione agli stilemi del film di genere non è neanche lontanamente presa in considerazione. Le geniali idee di cinema presenti nelle prime tre opere si amalgamano qui in una costruzione narrativamente "eretica", ma proprio per questo ricchissima di fascino. La gestione classica della suspence è consapevolmente e "sadicamente" ignorata. Il racconto criminale viene congelato dopo le prime violenze, e se ne va così alla deriva in una casa sul mare (ancora il mare…), dove il capo-banda Murakawa (Kitano stesso) e i suoi ragazzi passano le giornate dedicandosi ai giochi più assurdi e agli scherzi più infantili. Siamo agli antipodi della scuola di Hong Kong: mentre John Woo portava a perfezione il nuovo gangster movie, ibridandolo con il melodramma epico, infarcendolo di ralenti e coreografie balistiche impossibili, Kitano affinava il suo personalissimo stile di regia, anti-enfatico e imprevedibile.

Seguono due episodi minori, il demenziale Getting Any? (1994) e il drammatico Kids Return (1996), due pellicole senza dubbio riuscite nel loro genere, ma forse "fuori fuoco" rispetto alla poetica più puramente kitaniana.
Proprio dopo le riprese del primo dei due film Kitano, alla guida della sua motocicletta, fu coinvolto in un terribile incidente, nel quale sfiorò la morte e al quale seguì una convalescenza di diversi mesi. Nel frattempo ebbe modo di iniziare a dipingere, anche qui con risultati sorprendenti…

Quando nel 1997 si riaffacciò nelle sale, il suo volto era una maschera impassibile (in seguito alle operazioni di chirurgia plastica dovute all'incidente), ma ciò non gli impedì di prendere parte come attore protagonista al suo settimo lungometraggio da regista, Hana-bi. Il film vinse il Leone d'oro al Festival di Venezia e fece conoscere universalmente il nome di "Beat" Takeshi. E' uno dei capolavori degli anni 90, una delle opere più originali e fantasiose che il cinema moderno ci abbia regalato. I coloratissimi quadri del Kitano pittore intervallano le scene, che sono quasi sempre al limite della fissità fumettistica. Le ellissi si susseguono, il puzzle si compone (o si distrugge?) poco a poco, violenze inaudite si alternano a momenti di incredibile delicatezza e comicità ai limiti dell'assurdo. Ormai il giudizio è unanime: Takeshi Kitano è un genio.

Nel 1999 è il turno di L'estate di Kikujiro, una lieve commedia incentrata sull'amicizia tra uno yakuza da quattro soldi (Kitano, ovviamente) e un bambino. La fonte di ispirazione è Il monello di Chaplin, e il debito nei confronti del grande autore/attore inglese (ma americano d'adozione) è finalmente saldato. Da qui in poi "Beat" Takeshi tenterà nuove strade. Appena un anno dopo esce infatti Brother, prima trasferta in terra straniera: Kitano alla conquista dell'America. Lo sradicamento del protagonista non basta però a produrre lo scarto rispetto ai film precedenti. Pur brillando di luce propria nel panorama del cinema contemporaneo, questa ennesima gangster story sa un po' di maniera.

Lontano anni luce dal suo cliché è invece Dolls (2002), storia di tre amori impossibili destinati a finire in tragedia. Kitano si abbandona totalmente alla sua vena poetica, introducendo però un romanticismo esasperato (nelle tematiche, non nello stile) finora inedito. La critica lo acclama come un capolavoro, i più gioiscono per la raggiunta maturità dell'autore. Rimane qualche dubbio sulla reale spontaneità dell'opera, che a tratti pare troppo estetizzante. Ma sul valore assoluto dell'artista crescono le certezze.

La fiducia è ben riposta: nel 2003 esce Zatoichi, una storia di sangue e vendetta ambientata nel Giappone dei samurai. I comprimari sono numerosissimi, le varie vicende si intersecano continuamente, stili diversi si alternano: è il trionfo del nuovo "kitanismo". Tutti (o quasi) gli elementi presenti nelle opere precedenti sono qui frullati in un insieme forse non perfettamente bilanciato, ma pieno di momenti entusiasmanti e incredibilmente variopinto. Alla tradizione glorificata da Kurosawa viene sovrapposta la poetica spaghetti-western di Sergio Leone. Dietro la figura del massaggiatore cieco e maestro di spade che dà titolo al film, si intravede l'ombra di Clint Eastwood: dal Callaghan orientale di Violent Cop al laconico giustiziere armato di katana, il cerchio può considerarsi chiuso.

Takeshi Kitano

- Dolls (2002)

- Zatôichi (2003)

- Takeshis' (2005)

- Glory to the Filmmaker! (2007)

- Achille e la tartaruga (2008)

- Outrage (2010)

  • Violent Cop (1989)
  • Boiling Point (1990)
  • Il silenzio sul mare (1991)
  • Sonatine (1993)
  • Getting Any? (1994)
  • Kids Return (1996)
  • Hana-bi (1997)
  • L'estate di Kikujiro (1999)
  • Brother (2000)
  • Dolls (2002)
  • Zatoichi (2003)
  • Takeshis (2005)
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