CAST & CREDITS

cast:
Woody Allen, Alessandro Tiberi, Penélope Cruz, Alessandra Mastronardi, Roberto Benigni, Alec Baldwin, Ellen Page, Jesse Eisenberg, Judy Davis

regia:
Woody Allen

distribuzione:
Medusa Film

durata:
111'

produzione:
Gravier Productions, Medusa Film, Mediapro

sceneggiatura:
Woody Allen

fotografia:
Darius Khondji

scenografie:
Anne Seibel

montaggio:
Alisa Lepselter

costumi:
Sonia Grande

To Rome with Love | Recensione | Ondacinema

To Rome with Love

di Woody Allen

commedia, Spagna/Usa/Italia (2012)

di Davide De Lucca

Voto: 5.0

Nei peregrinaggi alleniani lontano da New York, col fil rouge dell'amore, Venezia era stata città di musica e incontri, Londra luogo di delitti-e-castighi e magia, Barcellona sfondo della passione e della sensualità, Parigi teatro del passato ideale che prende vita. Ora Roma è la scenografia per un intreccio di quattro storie piatte, incolori e insipide, messe in scena da un regista-turista sempre meno brillante. Da Allen ci si aspetta il guizzo di genio, il colpo di coda, anche da mestierante a volte, che dia una svolta alla situazione, renda sfaccettato un racconto all'apparenza monotono. Ma la magia tra il regista e Roma non scatta, e si consuma in un intreccio di storie poco divertenti, se non a tratti banali, e luoghi comuni. Certo con alcune invenzioni degne di Allen, ma sono acuti che stonano immediatamente. Una pochezza che lascia stupiti.

Forse ritrovate nel fondo di un cassetto, tra le idee di riserva che potevano tornare utili un giorno, le quattro storie che compongono "To Rome with Love" si mescolano in un gioco di montaggio piacevole, ma che lascia ben poco. Un progetto di cui si è iniziato a parlare durante Cannes 2011, prima col titolo di "Bop Decameron" per l'alternarsi dei racconti, poi come "Nero Fiddled" dall'espressione americana "Nero fiddles while Rome burns", e infine col nome attuale, già titolo di una serie tv americana di fine anni sessanta. Medusa ha il merito di aver prodotto con la Gravier il primo film di Allen interamente girato in Italia, qui uscito in anteprima (gli Usa attenderanno giugno) quando per "Midnight in Paris" eravamo stati tra gli ultimi al mondo, con un cast misto e dai nomi altisonanti; di averlo accolto alla prima con tutti i salamelecchi del caso e di aver gonfiato un po' di gossip estivo d'altri tempi durante la lavorazione. Ma ha altresì - ahimé - il "merito" di averlo fatto accomodare alla scrivania di Cesara Buonamici per un'intervista degna del telegiornale di Paperopoli tra i vari impegni promozionali.

L'episodio dove lo stesso Allen ricompare davanti alla macchina da presa spalleggiato da Judy Davis ce lo riconsegna un po' imbolsito e con poche idee, per quanto si ritagli le battute migliori e riempia il cuore solo con la sua presenza. Quello dei due sposini di provincia è decisamente fuori tempo, al di là di quello che potrebbe essere un omaggio più o meno volontario alla nostra commedia anni sessanta, risulta a tratti forzato e puzza di naftalina. Così come quello che vede il trio Ellen Page/Jesse Eisenberg/Alec Baldwin, oltre che scontato, finisce per suonare monotono. Infine, la fisicità di Benigni non riesce mai a far decollare l'episodio della fama improvvisa. Non c'è critica, non c'è ironia pungente, ma semplici trovate che non si sviluppano mai fino in fondo. Da un punto di vista privilegiato come quello di Allen c'è da aspettarsi di più, se l'ossessione per il film annuale non lo portasse a rincorrere sempre se stesso. E forse c'è un punto comune col comico toscano: il "dramma" di due artisti giunti a un punto delle loro carriere dove sembrano, almeno per ora, aver poco da aggiungere.

Del solito Allen troviamo la pioggia che crea intimità, le presenze surreali, le nevrosi, i tradimenti, l'amore, la (ri)scoperta del sesso, la frustrazione dell'arte e la scoperta del sé. Arriva addirittura a "citarsi addosso" con la malinconia di Melpomene (espressione inventata per "Stardust Memories"). Ma il tutto è condito da stereotipi vari: la madre di famiglia sanguigna, la processione religiosa, l'italiano guascone, e molti altri. Per non scordare la scelta maldestra dei nomi dei personaggi. D'altronde, pronti-via, la dichiarazione di intenti sembra chiara con "Nel blu dipinto di blu", il vigile dinoccolato che accoglie lo spettatore, e la bella fotografia calda e avvolgente di Darius Khondji calata sulle architetture della Città Eterna. Un po' debole la giustificazione di Allen secondo cui voleva limitarsi a fare un film puramente d'intrattenimento senza intenti critici, facendosi guidare dall'ispirazione e dall'energia del luogo, con l'idea tutta americana dell'Italia come luogo di cultura e bella vita.

La scelta delle musiche questa volta è sfortunata nella sua pochezza e banalità. I luoghi selezionati dalla top ten di una guida turistica. La regia sembra fare proprio poco per mascherare le carenze della sceneggiatura, e il grande cast non basta a raddrizzare i molti momenti monotoni. A complicare le cose, poi, ci si mettono in molti a recitare sopra le righe. Per quanto il doppiaggio, vista soprattutto la struttura del film, risulti ancora più inutile e assurdo, Gullotta è ottimo nel sostituire l'amico Lionello.

Dispiace dirlo, ma per la prima volta il finale arriva con un certo sollievo. Senza svelare nulla, riveliamo solo che un nuovo personaggio assicura che ci sono molte altre storie da raccontare su Roma, e che forse lo farà in futuro. La speranza, invece, è che Allen ritrovi se stesso dove gli è più congeniale. Smentito un progetto a Copenaghen, ha accennato a un nuovo film tra New York e San Francisco. L'augurio è che tolga il cappello del turista vacanziero e che indossi nuovamente quello del regista geniale e unico che è sempre stato. Magari di nuovo nella centrifuga di vecchi tarli, ma rinnovata da stimoli e ispirazione migliori.