François Truffaut | Monografia | Ondacinema

L'alfiere della Nouvelle Vague

François Truffaut

L'alfiere della Nouvelle Vague

di Luca Mangogna

Autore di film memorabili, da "Jules e Jim" a "Effetto notte", maestro dei più importanti attori del cinema francese, François Truffaut è uno dei grandi protagonisti della Nouvelle Vague

Era il 1953, quando un giovane, spinto da un infinito amore verso il cinema e della letteratura, - cresciuto in condizioni difficili - fa l'incontro destinato a cambiare la sua vita e che regalerà al mondo l'esplosione di un talento, le cui opere resteranno per sempre scolpite nel tempo e nella memoria.
Il giovane ventunenne era François Truffaut, l'incontro è quello con André Bazin che gli aprirà le porte della mitica rivista dei Cahiérs du Cinema, dove riuscirà a distinguersi per l'acrimonia di certe sue critiche e la passione che anima i suoi scritti.
Nasce la "Nouvelle Vague", e Truffaut è uno dei suoi elementi più rappresentativi.

La rosa sboccerà solo dopo che finalmente - fondata la casa di produzione Les Films du Carrosse - esordisce alla regia con il suo primo lungometraggio.
Ed è un esordio che lascia spazio a pochi dubbi, circa le qualità del ragazzo.

I 400 colpi (1959) a distanza di più di quarant'anni dalla sua realizzazione, conserva tutti i crismi del capolavoro che all'epoca fece già gridare al miracolo.
In esso vengono sviluppati tutti i temi che saranno quelli fondamentali nella filmografia del regista francese, come quelli dell'infanzia, della solitudine, della malinconia.
Realizzato con uno stile senza fronzoli, con il protagonista - l'eccezionale diavolo a quattro (corretta traduzione dell'espressione gergale francese del titolo) Jean-Pierre Léaud - viene seguito passo passo e mostra tutta la sua fragilità, il suo infinito desiderio di amore e libertà.
Un'indulgenza che non degenera mai nel patetismo, come solo il Rossellini di "Germania Anno Zero" era stato in grado di fare altrettanto, nel toccare un argomento così delicato come può essere quello di un'infanzia difficile.
Il finale che chiude I 400 colpi, con gli occhi di Lèaud di fronte la macchina da presa, è il capolavoro nel capolavoro: il mare finalmente visto per la prima volta è alle spalle, la malinconia è dappertutto.
È anche il film che apre la cosiddetta saga Doinel che seguirà attraverso cinque lungometraggi e nell'arco di vent'anni, dai 13 ai 33 anni, le peripezie del protagonista - sempre magistralmente interpretato da Léaud. Film di formazione, di educazione sentimentale, l'avventura della vita vista da Truffaut.

Nell'episodio Antoine e Colette (1962) del film collettivo L'amore a vent'anni - episodio che resterà il film preferito da Truffaut stesso - vediamo un Doinel adolescente che vive già da solo e lavora e che si trova a fare i conti con la prima delusione sentimentale.
Delicatezza, maestria nel ritrarre le situazioni del quotidiano, sono i tratti che contraddistinguono questo gioiello.
Antoine cresce e con lui crescono il suo bisogno d'amore, le sue delusioni; un romantico sognatore, ma anche un impulsivo egoista.
Inutile sottolineare anche qui la maiuscola prova offerta dall'icona Léaud, eretto ormai a vero e proprio alter ego del regista.

In Baci Rubati (1968), si recita a soggetto: Truffaut dichiarò quasi di vergognarsene (salvo poi ravvedersi di fronte al successo che riscosse tra coloro i quali lo vedevano per la prima volta montato), ma il film procede benissimo tra gag e situazioni, in una Parigi da favola - assolutamente non cartolinesca - con un'atmosfera splendidamente malinconica e un finale pessimista con Antoine prossimo a "imborghesirsi".
Indimenticabile la carrellata di caratteristi e personaggi che Baci Rubati accoglie: fra tutti la signora Tabar interpretata da una splendida e bravissima Delphine Seyrig.

Non drammatizziamo... è solo questione di corna (orribile libera traduzione, scelta dalla distribuzione, di Domicile Conjugal, 1970) è l'episodio meno convincente della serie: Antoine è sposato, ha un figlio, e si trova indeciso a scegliere fra la famiglia e la libertà.
Realizzato sulla falsariga dei precedenti - al quale non aggiunge molto a dire il vero - conferma l'abilità di Truffaut per il girare work in progress e nel ritrarre alla perfezione certi particolari della vita quotidiana, ma alla fine sembra che ecceda in leggerezza e resta l'impressione di un lavoro incompiuto.

Il ciclo è chiuso da L'amore fugge (1979), attuato con spezzoni dei film precedenti del ciclo (e non solo), traccia un bilancio, e segue la scelta definitiva di Antoine, ormai divorziato e scrittore, che si rassegna all'idea che l'amore non sarà mai eterno, ma si immola di fronte a questa illusione (illuminante in questo senso è il finale che vede i due protagonisti allo specchio).
Probabilmente un po' troppo autocelebrativo, ma tenero e coinvolgente.
Con Lèaud girerà anche Effetto notte (1973) - il suo film manifesto.
Truffaut mette in scena se stesso come regista, e ci fa entrare in un mondo - quelle delle grandi produzioni di vecchio stampo hollywoodiano - che ormai si è estinto.
Un profluvio di citazioni, immerse in un mare di nostalgia.
Il suo alter ego sarà presente pure ne Le due inglesi (1971), la sua opera più fisica e cruda. Difficile rimanere indifferenti a passioni tanto forti, disegnate in maniera così magistrale.

A Lèaud invece sarà dedicato non a caso Il ragazzo selvaggio (1970), dove appare per la prima volta lo stesso Truffaut nelle vesti di attore, impegnato nel ruolo di "educatore" del ragazzo del titolo.
Quasi una metafora del lavoro del regista, che ancora una volta affronta con estrema perizia e delicatezza il tema dell'infanzia.
Le due inglesi, del quale si è già detto in precedenza, è tratto da un romanzo di Henri Pierre Roché (una costante del lavoro di Truffaut sarà quella di adattare libri di autori, spesso diversissimi tra loro) proprio come uno dei suoi film più noti e da annoverare tra i suoi capolavori: Jules e Jim (1962). E' davvero difficile parlare di un film del genere, con una Jeanne Moreau turbata e intensa, la Catherine del film, la vera protagonista che si cela dietro ai due amici del titolo, la donna che segnerà per sempre la vita di entrambi.
Un'amoralità così leggera e al contempo pura non sarà mai più così magnificamente ritratta.

Sempre con la straordinaria Jeanne, Truffaut realizza La Sposa in nero (1968), una cruda storia di vendetta e passione, con una sceneggiatura perfetta e un finale inquietante come pochi, il tutto accompagnato da una bellissima colonna sonora di Bernard Herrmann.

Il personaggio del pittore dongiovanni interpretato da Charles Denner costituì lo spunto per uno dei film più celebri di Truffaut: L'uomo che amava le donne (1977).
Lo stesso Denner incarna una figura indimenticabile, un uomo alla continua ricerca dell'amore fisico, amante e feticista della letteratura, il tutto in un film che soffre di passaggi un po' costruiti e di un finale troppo programmatico, ma che raggiunge alte vette poetiche, diluito in un'atmosfera intima e che sigla un rapporto confidenziale e sincero con lo spettatore.
In un piccolo ruolo di questo film è possibile notare una giovanissima Nathalie Baye, che sarà l'interprete del ruolo principale femminile di una delle pellicole più cupe di Truffaut, ovvero La Camera verde (1978).
Ispirato alle opere di Henry James, circondato da un'ambientazione grigia e tenebrosa, vi ritroviamo lo stesso cineasta francese come attore protagonista, impegnato nel ritrarre il dramma di un uomo tra la perdita e il ricordo, con il presente che gli sfugge tra le mani.
Un'opera toccante con un finale tristissimo, ancora più impressionante visto oggi alla luce di quello che poi accadrà nella realtà.

Amore e morte sono dei temi fondamentali e Truffaut non fa eccezione avendoli trattati egli stesso più volte.
Fra questi la versione "borghese" di Jules e Jim, La calda amante (1964), con la sfortunata e splendida Françoise Dorleac e Tirate sul pianista (1960) - il suo lavoro più godardiano con un grande Charles Aznavour, ma soprattutto (oltre ai film già citati tratti dai romanzi di Roché) il bellissimo La signora della porta accanto (1981) nel quale la sua nuova musa Fanny Ardant (sua ultima compagna di vita) e Gerard Depardieu catturano le ansie e i desideri degli spettatori, coinvolti nella loro storia d'amour fou.

Follia d'amore che divorerà Isabelle Adjani, protagonista di Adele H., una storia d'amore (1975), eroina autodistruttiva, devastata da una passione non corrisposta e schiacciata dal desiderio di rivalsa nei confronti di un padre la cui forte personalità non riesce ad accettare.

Amour fou e metacinema sono alla base invece de La mia droga si chiama Julie (1969) nel quale Truffaut fa l'incontro con due star come Jean-Paul Belmondo e Catherine Deneuve.
Il grande cineasta parigino rivolta come un calzino il romanzo giallo di William Irish da cui trae il soggetto, per sprofondare dentro un abisso di citazioni, di sublimazioni cinefile che si concludono nel vertice di follia assoluto che è il finale: intenso, appassionante, squilibrato, estremo come mai in Truffaut, e nel quale i due attori si immolano in maniera perfetta.

La Deneuve la ritroviamo protagonista nel pluripremiato L'ultimo metrò (1980) - quasi una versione sul teatro di Effetto notte - dove si fondono elementi di analisi storica, partecipazione emotiva e autocitazioni da metacinema. Strepitoso Depardieu.

L'amore per i libri e per i bambini portò Truffaut a realizzare due film come Fahrenheit 451 (1966) e Gli anni in tasca (1976).
Il primo - adattamento di un noto romanzo di Ray Bradbury - fu frutto di una soffertissima lavorazione nel quale vi furono parecchi contrasti con la produzione (per la prima e unica volta Truffaut lavorò per altri), difficoltà nel girare in inglese - lingua avversa al regista francese - e dissidi con Oskar Werner, che ritornava a lavorare con il cineasta dopo la felice esperienza di Jules e Jim.Nonostante tutto, il film non si limita a ripercorrere le vicende narrate nel romanzo, ma lascia ben intravedere la visione che Truffaut aveva di un mondo senza libri : quello di un universo asettico e involuto, dove non esiste altro amore che non quello verso se stessi, e in quest'ottica va probabilmente a inquadrarsi la scelta di far interpretare i due ruoli principali femminili a Julie Christie e lo scarso approfondimento della personalità dei protagonisti.
Tanti piccoli Doinel invece affollano il dolcissimo Gli anni in tasca, la descrizione di un microuniverso, una piccola comunità di bambini e adolescenti, con le loro scoperte, i loro piccoli e grandi drammi, le loro paure e desideri, la curiosità, la spensieratezza.
La dimostrazione del talento cristallino di Truffaut nel raccontare e dirigere con estrema semplicità.

Uno scivolone invece è quello di Mica scema la ragazza! (1972), dove Truffaut tenta di giocare con il grottesco, ma lo fa in maniera non troppo convinta, e spesso cade in qualche volgarità di troppo.

Finalmente domenica (1983) si apre con una passeggiata di una radiosa Ardant incinta (dello stesso Truffaut), e racconta di un intreccio giallo-rosa, splendidamente raffigurato in un incantevole bianco e nero, dove per la prima (e ultima, sfortunatamente) volta Truffaut si trova a lavorare con Jean-Louis Trintignant, e si diverte ancora una volta a fare il verso al vecchio cinema di Hollywood, riuscendoci in maniera disincantata e divertita.
Ma - purtroppo - sarà l'ultima.

Una grigia domenica di fine ottobre del 1984 Truffaut si spegne a soli 52 anni nell'ospedale di Neully, devastato da una male incurabile, lasciando così dietro di sé tanta amarezza per la perdita prematura, ma anche l'indelebile ricordo di un'artista che ancora oggi - a distanza di quasi vent'anni dalla sua scomparsa - continua a emozionare con i suoi film, eredità immortale di un cineasta unico.
François Truffaut