Speciale "They" – Intervista ad Anahita Ghazvinizadeh | Speciale | Ondacinema

Speciale "They" – Intervista ad Anahita Ghazvinizadeh

Speciale "They" – Intervista ad Anahita Ghazvinizadeh

di Stefano Guerini Rocco

Intervista esclusiva alla giovanissima autrice di "They", presentato a Cannes 2017 e recentemente distribuito in sala dal Lab80

Classe 1989. Iraniana di nascita, statunitense d'adozione. Anahita Ghazvinizadeh è una delle firme più promettenti del cinema indipendente internazionale. Dopo aver vinto a Cannes con il suo cortometraggio "Needle" nel 2013, è stata inserita tra le 25 New Faces of Independent Cinema da Filmmaker Magazine. L'abbiamo intervistata in occasione dell'uscita nelle sale italiane di "They", il suo delicato e toccante lungometraggio d'esordio su J, adolescente in piena esplorazione della propria identità di genere.


Come ti sei approcciata a un tema così delicato e sentito ma, forse, poco conosciuto? Qual è stato il tuo percorso di ricerca e di approfondimento in merito?
Mentre ero in Texas a girare un cortometraggio, sono venuta a conoscenza dell'esistenza di bloccanti ormonali e di farmaci specifici rivolti alla cosiddetta gender-expansive o questioning youth, ragazzini e ragazzine che si interrogano sulla propria identità di genere. Attraverso alcune terapie, infatti, è possibile sospendere la produzione di ormoni sessuali per allungare la fase prepuberale, affinché il soggetto possa avere il tempo necessario per decidere se intraprendere un percorso di transizione di genere prima della pubertà. Ho subito pensato che questo tema fosse molto vicino a quelli già esplorati nella mia filmografia, avendo lavorato spesso con attori bambini per raccontare le sfide e le difficoltà dell'adolescenza, quando i ragazzini sono ancora figure irrisolte, in transito, in sospeso. Nello specifico, quanti usano bloccanti ormonali, sono soggetti in bilico non soltanto tra infanzia ed età adulta, ma anche tra diverse identità sessuali.
Ho iniziato dunque a raccogliere le mie idee sull'argomento in una sorta di soggetto breve per il film. Successivamente ho incontrato il Dottor Garofalo, uno dei più grandi specialisti del settore, attraverso il quale ho avuto l'opportunità di entrare in contatto con le famiglie di bambini e bambine che hanno affrontato questo percorso nella vita reale. Infine, quando ho individuato per il ruolo di J l'interprete transgender adolescente Rhys Fehrenbacher, abbiamo completato insieme la scrittura di quello che poi è diventato "They".


Un punto di forza del film è la sua capacità di prescindere dalla condizione peculiare di J per assurgere a una sorta di universalità delle emozioni. Come se in quel "loro" fosse contenuta una moltitudine di possibilità dell'essere che, oltre a J, interrogano ognuno di noi. In questo senso, il film evita saggiamente ogni conformismo e ogni artificio retorico nell'approcciare la peculiarità di J, superando la sua tematizzazione sociale e politica, per ricondurne la parabola a una dimensione più intima e privata - e per questo universale.
È esattamente così. Penso che sia estremamente stimolante e che abbia un enorme potenziale emancipatorio realizzare quanto il nostro tempo, grazie agli avanzamenti tecnologici, alle biopolitiche e anche ai bloccanti ormonali, permetta a tutti noi di confrontarci con i concetti di transizione, apertura, ambiguità, instabilità, indefinitezza, flessibilità, mobilità... Allo stesso tempo, a questi temi si accompagna un bisogno intrinseco di radicamento, solidità, arrivo, casa. Naturalmente, questi sentimenti possono manifestarsi in forme e modi differenti nella vita di ognuno di noi.
Credo che il compito di noi artisti sia quello di rintracciare lo zeitgeist, lo spirito generale del nostro tempo anche nelle piccole storie contingenti. Anzi, credo che quanto più siamo capaci di rimanere fedeli alle persone, ai dettagli e alle situazioni concrete, tanto più siamo efficaci nel nostro lavoro, nella consapevolezza che, in questo modo, ogni personaggio e ogni storia cui diamo vita assurge a metafora di una realtà più "grande" e significativa. Per questo, capendo bene la rilevanza del tema trattato nella società contemporanea, ho provato a permeare il film delle mie esperienze personali e delle vite reali che ho avuto l'occasione di osservare intorno a me.


Non a caso, presentando il film a Cannes, hai dichiarato di aver attraversato tu stessa un periodo di "sospensione" simile a quello che vivono i protagonisti. In "They" quanto c'è della tua esperienza personale, sia umana che artistica?
In quanto artista e immigrata, ho avuto modo di sperimentare in prima persona un sentimento di sospensione simile a quello che vivono J e gli altri personaggi del mio film. Posso aggiungere che ho scritto "They" mentre, da immigrata, ero al culmine della mia fase di incertezza e indecisione. Non era per niente scontato come, dove e con quale status avrei potuto continuare a vivere nell'immediato futuro. Da una parte volevo rimandare qualsiasi decisione in merito per assaporare uno stato inebriante di libertà e leggerezza, ma dall'altra vivevo una condizione altamente dolorosa e destabilizzante. Ho cercato di condensare e restituire queste sensazioni di estrema confusione e insicurezza soprattutto nel personaggio di Aran.


Nel film, infatti, metti in scena una doppia alterità: quella di genere, che tocca principalmente il personaggio di J, e quella etnica e culturale, che coinvolge anche la sorella Lauren e il suo fidanzato Aran. Qual è la relazione tra queste due alterità? Come dialogano tra loro?
L'esperienza che accomuna tutti i personaggi, ognuno a proprio modo, è quella della sospensione, dell'ambivalenza, dell'indefinitezza, del rinvio forzato o voluto di trovare un'identità o una casa per se stessi: tutti abbracciano una forma di invisibilità e di ambiguità e, allo stesso tempo, sperimentano il dolore della separazione e della non appartenenza.
Io so di non potermi mettere completamente nei panni di quanti si sottopongono a una terapia di bloccanti ormonali, ma la mia relazione empatica con loro si basa sulla mia esperienza dello stesso stato di sospensione e indeterminatezza in quanto immigrata e artista senza fissa dimora. Questi sono i legami emotivi che abbiamo in comune. Allo stesso modo, i personaggi del mio film non riescono a cambiare direttamente la propria vita, ma imparano a entrare in contatto empatico reciprocamente: diventano esistenze parallele capaci di comprendere le forme e il contenuto emotivo l'uno dell'altro.


"They" è stato presentato in tutto il mondo: dalla Polonia alla Corea del Sud, da Cannes a Torino, passando per il Flare di Londra e il Chicago International Film Festival. Qual è stata l'accoglienza riservata al film in Paesi così distanti e, per certi versi, diversi tra loro? Hai notato qualche differenza nelle reazioni del pubblico?
Ogni volta che partecipo a un Festival, riesco a riscontrare alcune riflessioni, domande e reazioni emotive comuni ai contesti più disparati. Durante alcune proiezioni a New York, a Chicago o anche in Europa, mi è capitato di incontrare alcuni spettatori iraniani: in questo caso, naturalmente, la connessione culturale con i rimandi del film alla mia "iranianità" è più forte e specifica. Tuttavia, sono rimasta sorpresa nel constatare quanta attenzione e maturità abbia dimostrato il pubblico americano - almeno la nicchia sensibile a certo cinema indipendente - nell'approcciare il mio film, sia dal punto di vista dei contenuti che della resa estetica. Spesso, purtroppo, durante i Festival l'attenzione è concentrata soprattutto sulla pubblicità e sulla competizione, col rischio di perdere molta della delicatezza e della pacatezza che, per molti, sono il vero punto di forza del mio film. Ma ovunque ci sia spazio per calma, pace e silenzio, non importa dove, si riescono sempre a stabilire delle connessioni genuine di viva curiosità e partecipazione empatica.


Dopo la première italiana a Torino, hai scelto di portare il tuo film a "Orlando. Identità, relazioni, possibilità", un Festival attento alle tematiche di genere e alle istanze della comunità LGBT. Consideri la tua arte un atto politico, di militanza?
No, non necessariamente. Non considero i miei film atti politici, quanto piuttosto atti artistici. Il mio principale obiettivo è quello di raccontare una storia, di creare nuovi mondi attraverso le immagini e le parole: è il mio lavoro. Il fatto che "They" sia stato accolto così favorevolmente in realtà e Festival come "Orlando" dimostra che, in quanto artista ed essere umano, sono figlia del mio tempo, sensibile ai temi più rilevanti e attuali della nostra contemporaneità. Io, però, cerco principalmente di essere un'artista valida e capace: spero che ciò possa rendere il mio lavoro rilevante anche culturalmente e politicamente.


Tra i produttori del film compare anche la regista Jane Campion. Che tipo di rapporto hai intessuto con lei e, soprattutto, che influenza ha avuto il suo cinema sul tuo lavoro?
Jane Campion è stata Presidente di Giuria della sezione Cinéfondation a Cannes 2013, l'anno in cui ho presentato il mio cortometraggio "Needle". In quella sede, ha scelto di premiare il mio lavoro e, da allora, si è sempre dimostrata molto generosa e supportiva nei miei confronti: ci siamo scambiate lettere, idee, pareri, suggerimenti. Quando ho iniziato a lavorare a "They", mi è sembrato naturale continuare questo dialogo collaborativo e i suoi consigli si sono rivelati, come sempre, utili ed efficaci, soprattutto circa la strutturazione della narrazione e il montaggio. E naturalmente, oltre a questo, ammiro da sempre il suo lavoro. Mi piace tutto: "Un angelo alla mia tavola", "Ritratto di signora", la recente serie "Top of the Lake"... ogni sua opera è permeata da una sensibilità e una accuratezza che mi toccano profondamente.


Un altro Maestro di riferimento nel tuo percorso professionale sembra essere stato Abbas Kiarostami.
Sicuramente. È stato mio insegnante per quattro o cinque anni e si è rivelato un'incredibile fonte di ispirazione, sia professionalmente che umanamente. Grazie a lui ho imparato come rapportarmi sul set con attori bambini o non professionisti. Inoltre, mi ha spronata fin da subito a girare film in lingua inglese per superare i confini del cinema iraniano, che ha sempre creduto potessero limitarmi nel lavoro e nella carriera. Non a caso, quando mi sono trasferita negli Stati Uniti per motivi di studio, mi ha incoraggiata a iniziare a girare film lì e ha anche pronosticato che non sarei più tornata in Iran. Non so se sarà effettivamente così, ma oggi ripenso a quel monito come a un vero e proprio segno...


Chi sono, invece, i nuovi autori della tua generazione che guardi con maggiore ammirazione o curiosità?
Roberto Minervini, regista brillante, che ho avuto l'opportunità di conoscere a Houston: è un professionista esperto, un grande narratore e un autentico "cercatore" di storie, direi. Seguo il suo lavoro sempre con attenzione e interesse. Amo anche Lucrecia Martel, per il suo modo unico di tessere un racconto, e rispetto molto il lavoro di Apichatpong Weerasethakul. Questi autori non appartengono prettamente alla mia generazione - sono un po' più vecchi! - ma sono sicuramente i nomi che mi incuriosiscono maggiormente nel panorama attuale del cinema arthouse.


A partire da giovedì 15 maggio, "They" è distribuito in sala da Lab80 in 15 copie - che andranno ad aumentare. Oltre a un solido riscontro di pubblico, quale destino ti auguri per il film?
L'auspicio è che un giorno si possa ripensare a questo film in una prospettiva differente, sotto un'altra luce, e che in questo modo "They", insieme agli altri miei lavori, possa trovare un significato più ampio e connesso, più "grande". Mi auguro anche che il piccolo mondo che racconto, col tempo, possa essere accolto e accettato in modo diverso. Quanto a me, spero di poter continuare a fare film e raccontare storie.

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