Il ritorno

Il ritorno


Andrey Zvyagintsev

Drammatico | Russia
(2003)

La panoramica elevatissima di uno specchio d’acqua dalle dolci increspature. Un breve respiro e il tuffo. Lo spettatore cade in un vuoto indaco, s’immerge in misteriose profondità, avviluppato da un azzurro intenso e gelido, intimorito dalle vaghe ombre che lo sfiorano. Dopo l’apnea, un’altra inquadratura vertiginosa ci mostra, per la prima volta, le teste dei protagonisti, in piedi su un vecchio trampolino torreggiante, a strapiombo sull’acqua. Si trovano nel bel mezzo di una gara di tuffi, gli avversari si sono già buttati e loro sono soli, una scricchiolante struttura lignea li separa dalla voragine blu. Il più grande si decide e, con un tremito di tensione, si lancia. Il fratellino lo guarda spaventato mentre collide con la superficie scura. Il coraggio di tuffarsi, lui, non ce l’ha. È così che Andrey Zvyagintsev introduce il suo capolavoro, riassumendo, nel tempo di un palpito, tutte le percezioni sensoriali che convoglierà nelle immagini e negli eventi successivi.

L’incipit, infatti, non ha un carattere definibile: riesce contemporaneamente ad accogliere e raggelare, ad abbracciare e percuotere lo spettatore. Introduce così quell’ambivalenza che sarà componente suprema ed incorporea della pellicola, un elemento che garantisce un’attrazione magnetica per ogni momento narrato, per ogni istante espresso.

Dopo questa tanto amichevole quanto ansiogena gara di tuffi, siamo pronti per entrare nel contesto esistenziale dei due piccoli protagonisti e seguiamo il resto del loro pomeriggio estivo giocosamente turbolento fino al rientro a casa (una corsa lunghissima descritta da un piano sequenza mozzafiato). A questo punto s’intromette, con subitanea brutalità, il padre: una figura misteriosa, criptica, venuta da chissà dove, che, con la sua rigida inespressività, scompagina gli equilibri familiari e affettivi dei due fratelli. Il più grande, affascinato dalla straordinaria e muta imponenza dell’uomo, comincerà a pendere dalle sue labbra, mentre il minore, terrorizzato dal suo essere burbero e sconosciuto, lo accoglierà con estrema diffidenza. Diffidenza destinata a farsi odio a causa di una gita che padre e figli intraprendono l’indomani.

Già nei primi minuti il regista subordina qualsiasi entità posta davanti alla cinepresa allo sguardo dello spettatore, ammaliato da un’abilità compositiva grandiosa (acclarata dalla prima apparizione del padre che dorme avvolto in un lenzuolo come il Cristo morto di Mantegna) e stregato dal lussureggiare delle immagini che si susseguono, ognuna dotata di una spiazzante carica simbolica. Il miracolo dell’autore è, comunque, un altro: riuscire a declinare tanti paradigmi metaforici con un piacere appassionato per l’evolversi degli eventi. Il viaggio dei tre personaggi costituirà, di fatti, una moderna Odissea a metà strada tra il rito d’iniziazione e il percorso educativo. Il tono amaro e grottesco fa sì che questa fiaba nerissima sia evidentemente speculare a quella realtà aspra e opprimente che è la crescita. Il tutto è tempestato di simboli e rimandi edipici classicheggianti, sfiorati con enorme consapevolezza, senza nessun autocompiacimento. Al regista non interessano minimamente il prima e il dopo: nulla sul passato del padre viene rivelato, così come la tragedia finale non lascia presagire alcun elemento sui destini dei protagonisti. Qualsiasi pretesto enfatico viene soppresso e resta solo l’autentica solennità del racconto di formazione ad attrarre irrimediabilmente chi assiste alla storia, rapito dalla forza empatica dei volti e delle circostanze.

Altra costante dell’opera è l’acqua: il lago in cui all’inizio si tuffano i personaggi, il fiume dove padre e figli vanno a pescare, la pioggia che inzuppa il “piccoletto” abbandonato perchè aveva disatteso gli ordini paterni, le lacrime che rigano il suo volto, le onde che sballottano la barchetta nel tentativo di raggiungere un’isola deserta, i flussi che, alla fine, inghiottono il corpo del padre, senza vita. Anche la struggente fotografia, per la forte preponderanza di cromatismi bluastri e verdi, è a suo modo acquosa e imprime alle ambientazioni un fascino sospeso e surreale che annulla la prospettiva del contesto storico per esaltare la dimensione psicologica ed emozionale. Un’ottica amplificata da una colonna sonora altrettanto “idrica” che interviene in pochi momenti fondamentali, forgiando una splendida e dolorosa miscela di emozioni.

Questa sublime opera d’arte è, purtroppo, legata a un nefasto episodio: Vladimir Garin, il giovane attore che aveva interpretato Andrei (il fratello maggiore), è annegato, poche settimane dopo la fine delle riprese, nello stesso lago in cui affonda il corpo di suo padre nel film. A quanto pare stava facendo una gara di tuffi. A lui Zvyagintsev ha dedicato il Leone d’Oro assegnatogli a Venezia nel 2003.

21/11/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Vozvrashchenie
Distribuzione
Lucky Red
Durata
105'
Produzione
Andrew Colton; Dmitri Lesnevsky
Sceneggiatura
Vladimir Moiseyenko; Aleksandr Novototsky
Fotografia
Mikhail Krichman
Scenografie
Zhanna Pakhomova
Montaggio
Vladimir Mogilevsky
Musiche
Andrei Dergachyov
Costumi
Anna Barthuly

Trama

Le esistenze di due fratelli russi, Andrei e Ivan, sono sconvolte dall'improvviso arrivo del padre che, scomparso dodici anni prima, loro ricordavano solo da una vecchia foto sbiadita. Il giorno dopo, l'uomo decide di intraprendere un viaggio con i due figli.
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