Le paludi della morte

Le paludi della morte


Ami Canaan Mann

Drammatico, Thriller | Usa
(2011)
Due poliziotti dal pensiero e dal carattere diametralmente opposto, entrambi però determinati a fare la cosa giusta. Un maniaco che molesta e infine uccide delle giovani ragazze. Sullo sfondo una città livida e decadente, illuminata dalla fotografia digitale di Stuart Dryburgh. Dietro la macchina da presa il nome è Mann, ma non Michael, anche se i presupposti per crederlo ci sono (quasi) tutti. Trattasi della figlia del grande regista di “Manhunter”, “Heat” e “Miami Vice“, Ami Canaan Mann, qui al secondo lungometraggio, dopo l’invisibile “Morning” (2000).

Il film, passato abbastanza inosservato alla passata edizione della Mostra del cinema di Venezia, e uscito in sordina sugli schermi Usa, merita attenzione. Certo, è facile vedersi spalancare le porte con un papà di tale calibro (Sofia Coppola ne sa qualcosa), ma nonostante ciò, la giovane regista riesce a far intravedere diverse qualità. E questo torbido noir ambientato nel profondo Texas ha diversi motivi di interesse.

 

La Mann lavora all’interno di coordinate di genere ben definite, non riuscendo (o non volendo) a distaccarsi con decisione da alcuni cliché a cui siamo sin troppo abituati: la coppia di sbirri, nonostante sia interpretata da due attori che lavorano di fino, è abbastanza stereotipata. Quello buono e quello cattivo. Il primo, padre di famiglia, cattolico praticante e pronto ad aiutare il prossimo; il secondo cinico e incattivito dalla vita (ha alle spalle un adolescenza fatta di abusi da parte del padre), violento e solitario. La regista non si sofferma troppo sui suoi protagonisti o sulle loro ragioni, così come il padre non era troppo interessato a narrare le backstory dei suoi agenti Crockett & Tubbs, o del “suo” John Dillinger. La Mann punta invece a ricreare un’atmosfera marcia e malata, da cui non si intravede uno spiraglio d’uscita, se non nel riappacificante finale.

Il Texas messo in scena dalla Mann è una outland fuori da ogni coordinata e traiettoria, un paese in cui la legge, e gli uomini che la devono far rispettare, paiono contare pochissimo. La violenza è come un virus che si diffonde a macchia d’olio, ingovernabile, in un mondo che ha fatto dell’abiezione la sua nuova faccia, e da cui Dio sembra aver distolto il proprio sguardo.

In questo thriller atipico, la tensione cresce sotterranea, disturbante, la paura e il dolore scoppiano improvvisi e senza nessuna catarsi. A.C. Maan non perde mai di vista l’atmosfera generale della sua opera prima, che arriva a contare più di un intreccio sin troppo macchinoso e non sempre chiaro, in cui tante sottotrame e altrettanti personaggi finiscono per sfiorarsi e intrecciarsi, senza necessariamente portare a soluzioni definitive.

Come il padre, che iniziava “Miami Vice” in medias res, o negava l’happy end agli antieroi del suo “Insider”, la regista non ama consolare e ingraziarsi il pubblico, ne è una conferma l’antispettacolarità della messa in scena. In una vicenda malsana, che tocca anche temi delicati come la prostituzione minorile e la pedofilia, in cui si sarebbe potuto mostrare tantissimo, la Mann ha il coraggio di adottare un tono sommesso e pudico, in cui la tensione è interamente giocata su quello che accade fuori dallo schermo: la telefonata che arriva ai due poliziotti da parte del killer, quello che accade nell’abitazione della povera Ann Sliger, maltrattata dalla madre dropout (una rediviva, perfetta, Sheryl Lee/Laura Palmer). Rispetto ad altri film recenti che hanno tentato di raccontare l’altra faccia degli Usa, e il suo lato profondo e selvaggio (“Un gelido inverno“, “La fuga di Martha” ne sono solo alcuni esempi) qui il punto di vista adottato, a metà via tra il thriller à-la David Fincher e il grottesco di “Twin Peaks”, ci pare più originale, più disturbante, e la pellicola potrebbe crescere di visione in visione.

Certo, restano diversi distinguo: la Mann, aiutata da una confezione che non fa una grinza (tra cui è d’obbligo segnalare le musiche di Dickon Hinchliffe dei Tindersticks), dimostra già una buona conoscenza del mezzo, ma si avverte una certa impersonalità dell’insieme, e la mano di papà Michael (qui anche produttore esecutivo) a tratti è davvero troppo visibile. Ma tra tanti altri  “figli d’arte” passati dietro la macchina da presa, la Mann ci pare una una delle poche personalità promettenti e da tenere d’occhio.

14/06/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Texas Killing Fields
Distribuzione
01 Distribution
Durata
105'
Sceneggiatura
Don Ferrarone
Fotografia
Stuart Dryburgh
Scenografie
Aran Mann
Montaggio
Cindy Mollo
Musiche
Dickon Hinchliffe
Costumi
Christopher Lawrence

Trama

Nelle paludi del Texas, due poliziotti danno la caccia ad un misterioso serial killer
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