Un sapore di ruggine e ossa

Un sapore di ruggine e ossa


Jacques Audiard

Drammatico | Francia
(2012)

My body is a cage that keeps me

From dancing with the one I love

But my mind holds the key

(…)

Set my spirit free

Set my spirit free

Set my body free

Set my body free

Arcade Fire

 

Con “Un prophète” Jacques Audiard ha avuto il riconoscimento globale che attendeva. Eppure l’educazione criminale di Malik, compiuta nell’immersione ottica-sonora del microcosmo carcerario tra palpiti di violenza e mistiche premonizioni, può quasi essere considerato un’anomalia di diamantina forza stilistica e coerenza interna, che il suo cinema, spesso audacemente squilibrato, non possiede. “De rouille et d’os”, tratto dalla raccolta omonima di racconti del canadese Craig Davidson, è un a pellicola magmatica che spunta alcune scelte convenzionali con una regia volta a colpire gli occhi dello spettatore con le sue esplosioni energetiche, con la limpidità dei suoi movimenti, coi bagliori di una fotografia che coglie i controluce, più che i chiaroscuri, di vite che hanno brusche inversioni di marcia e cambiamenti di rotta.

“Ruggine e ossa” (sarebbe la traduzione letterale) inizia con immagini che ci introducono all’intreccio dicotomico tra la vita di Ali e quella di Stéphanie: da una parte immagini liquide, oniriche, sprazzi di viodeoarte in piscina, e poi scene sincopate, metalliche, un viaggio in treno da affamati, il cibo raccattato, l’arrivo dalla sorella nella nuova città.

La narrazione che si sviluppa è quindi cara a un certo cinema autoriale europeo col quale Audiard ha da sempre flirtato pur nascondendosi nelle trame del noir; una narrazione che si complica per accidenti, come nel casuale incontro tra i due protagonisti, con Ali nelle vesti di buttafuori che soccorre Stephanie, andata lì “vestita come una puttana”. Le strade che incrociano sono formate da materiali diversi, sebbene entrambi siano affascinati dai loro antipodi poiché sono come vettori che si muovono in dimensioni parallele in direzioni opposte: Ali riempie il suo spazio, sfoga i suoi istinti (cibo e sesso in primis), la sua superficialità lo rende una forza naturale, mentre Stéphanie è sempre in immersione, attratta verso quella potenza animalesca eppure armonica (le orche che ammaestra) che possono anche distruggerla. Il primo va dritto per la sua strada, verso orizzonti nuovi nei quali sfodera gli stessi meccanismi di autodifesa, la seconda cerca sempre di elevarsi, riemergere in verticale.

La perdita delle gambe di Stéphanie, il netto taglio con una parte del corpo che da arma per esternare se stessa diviene gabbia che la imprigiona, fa palesare il percorso spirituale che il regista francese mette in scena partendo da dati corporei e materici: il fisico infranto della donna e quello tonico, massiccio di Ali, la prima che vuole tornare ad alzarsi (all’in piedi), l’altro abituato a tenere la guardia alta, a colpire per buttare a terra il proprio avversario. Due lottatori che amano l’adrenalina, governando un colosso della natura (l’orca) o rischiando le ossa facendo a botte, finché solo uno non rimane in piedi. Il loro incontro sprigiona anche una carica erotica selvaggia: e il sesso è ferino, una necessità fisica, sfogo ormonale per Ali, mentre per Stéphanie diviene un test per capire di essere ancora integra, di essere sé stessa.

Marion Cotillard alle prese con un ruolo complesso e pieno di sfaccettature mostra di non essere solo la nuova diva europea amata da Hollywood ma soprattutto una grande attrice: riempie lo schermo di luce, con uno sorriso fragile, appena accennato, nonostante l’incidente la dimezzi fisicamente (ottimo il lavoro di computer graphic) la sua presenza non è meno forte rispetto al pur bravissimo Matthias Schoenaerts. Questi, col suo magnetismo naturale, trasmette un’ingenua sensibilità nelle prime sequenze accanto alla devastata Stéphanie, dimostrandosi premuroso e attento nel non trattarla come una disabile irrecuperabile, cosa che la donna non vuole essere. La scena in cui l’ex-addestratrice di orche riprova, dalla sedia a rotelle, quei fatali movimenti sulle note di “Firework” di Katy Perry è un correre dello sguardo verso gli arti (le braccia) che si allungano verso il cielo, verso l’alto, gesti forti e sicuri in un corpo mutilo che deve ritrovare l’equilibrio interiore. Equilibrio che alla fine maturerà anche il suo compagno di viaggio nella vibrante scena del salvataggio del figlioletto dal lago gelato, dove le ossa delle mani si spappollano sul freddo ghiaccio e il sangue è l’unica traccia che macchia e scuote il candore della sua incoscienza.

Operando sulle traiettorie corporee dei due protagonisti, Audiard realizza un film intenso, governato indubbiamente da squilibri forti, che rischia ma non cade mai nel patetico. “De rouille et d’os” ghermisce lo spettatore e, più che dichiarare, fa trasudare le emozioni dai corpi dei protagonisti. Con questa sua versione del melodramma, commentato dalle composizioni di Alexander Desplat e dalla voce malinconica di Bon Iver, Jacques Audiard conferma come il suo intenso sguardo, che si posa su personaggi borderline, sia capace di emozionare sinceramente.

Per saperne di più: Jacques Audiard – Speciale Un sapore di ruggine e ossa

21/06/2012

Cast e credits

Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
120'
Produzione
France 2 Cinéma; Why Not Productions; Les Films du Fleuve; Page 114
Sceneggiatura
Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Fotografia
Stèphane Fontaine
Scenografie
Michel Barthelemy
Montaggio
Juliette Welfling
Musiche
Alexandre Desplat
Costumi
Virginie Montel

Trama

Nel nord della Francia, Ali si ritrova improvvisamente sulle spalle Sam, il figlio di cinque anni che conosce appena. Senza un tetto né un soldo, i due trovano accoglienza a sud, ad Antibes, in casa della sorella di Alì. Tutto sembra andare subito meglio. Il giovane padre trova un lavoro come buttafuori in una discoteca e, una sera, conosce Stephanie, bella e sicura, animatrice di uno spettacolo di orche marine. Una tragedia, però, rovescia presto la loro condizione.
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