Eppure l’australiano Weir è un regista importante i cui film sono sempre degni di attenzione. Coi suoi lavori degli anni settanta e primi ottanta (penso a “Picnic a Hanging Rock”, “Gli anni spezzati” o “Un anno vissuto pericolosamente) ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza in occidente del cinema australiano e una volta trasferitosi a Hollywood ha continuato a realizzare pellicole ottime e care al pubblico come “The Truman Show”, “Witness” o “L’attimo fuggente”. Anche le opere meno fortunate (penso a “Mosquito Coast o al bellissimo “Fearless”) hanno dimostrato che si ha a che fare con un regista al di sopra della media. Possibile sia bastata una pausa di sette anni, la distanza che separa “The Way Back dal precedente “Master & Commander” (buoni incassi, critiche positive e diversi riconoscimenti), per mettere Weir nella lista dei registi passati di moda? Mi auguro proprio di no, anche perché questo sessantottenne ha ancora voglia di lavorare (si dice stia preparando un adattamento del libro della scrittrice premio Pulitzer Jennifer Egan “The Keep”), nonostante diversi progetti carezzati non abbiano trovato i finanziamenti necessari.
Rawicz nel film si chiama Janusz e ha il volto di Jim Sturgess. Negli anni quaranta finisce in carcere anche per colpa della moglie che, evidentemente sotto minaccia, testimonia contro di lui. Il gulag prevedibilmente è un crogiolo di tipi e nazionalità, dove curiosamente la lingua più parlata è l’inglese (per una volta vedere il film doppiato potrà essere utile, visto che risparmierà questa incongruenza). Si va dal dispensatore di buoni consigli Mark Strong al temibile criminale Colin Farrell (qui in uno di quei ruoli over the top cari al generoso attore irlandese), c’è persino un americano che ha il volto granitico di Ed Harris. Janusz e i suoi eterogenei compagni scappano e intraprendono una lunga marcia dal sapore picaresco, allietata dall’incontro con Irena, una ragazza polacca anche lei desiderosa di lasciare la Russia madre/matrigna, interpretata da Saoirse Ronan che per questo film ha ricevuto uno dei suoi cinque Ifta (l’Oscar del cinema irlandese, praticamente ne vince uno ogni volta che alza un dito, meno male che è brava!). L’inverno siberiano, il deserto del Gobi, le distanze macroscopiche, la stanchezza, la mancanza di cibo e di acqua, le micidiali zanzare si rivelano nemici temibili quasi quanto i sovietici ma l’Himalaya è sempre più vicina e tanta fatica e tanti sacrifici alla fine verranno premiati, anche se con un ritorno a casa che sa un po’ di appiccicaticcio (e che in effetti si discosta dal materiale di partenza).
Alla fine il problema di “The Way Back” è stato perfettamente sintetizzato dal David Hughes che su Empire ha scritto: “è un buon film da un regista che ci ha abituato a grandi film”.
07/07/2012