Il matrimonio che vorrei

Il matrimonio che vorrei


David Frankel

Commedia Sentimentale | Usa
(2012)

Se avete paura della solitudine non sposatevi. (Anton Cechov)

Con una serie di controcampi si scoprono subito le carte in tavola. Da un lato il sospiro di Kay (Meryl Streep), che cerca un contatto col marito, gli chiede di dormire con lei. Dall’altro il noto grugno di Tommy Lee Jones, attraverso cui Arnold rifiuta, fingendo di sentirsi male.

Arnold e Kay sono sposati da trentuno anni. Ma ormai neppure si guardano, non si toccano, dormono in letti separati. Ogni giorno è la replica del precedente e si svolge secondo abitudini che il tempo ha reso solide e prive di sentimento. Si può cambiare il matrimonio? si chiede Kay.

Secondo il dottor Feld (Steve Carell), una settimana di terapia intensiva può essere un nuovo inizio.

Come spesso accade è la donna a farsi promotrice del cambiamento, mentre l’uomo si arrocca in difesa dell’equilibrio raggiunto, anche se questo è solo apparente. Poi però – anche questo accade piuttosto spesso – finisce che l’uomo cede e pur continuando a chiamare illusione la speranza della donna, sotto sotto, comincia a sperare anche lui. 

Fra tutte le commedie sul matrimonio, questa è davvero una commedia sul matrimonio.

E difatti non c’è poi tanto da ridere.

Si sorride più che altro, si partecipa agli impacci della coppia nel mettersi a nudo di fronte al serafico dottore (difficile dargli subito credibilità ripensando al moderno Noè di “Un’impresa da Dio” o al mezzobusto “posseduto” in “Una settimana da Dio”), si sorride degli esercizi di rieducazione all’intimità, al contatto fisico, delle fantasie sessuali faticosamente estorte ad Arnold, o  di quelle  per niente fantasiose di Kay.

Il film procede lineare, senza salti temporali, senza complicarsi in nessuna sotto-trama, ma restando concentrato sui due protagonisti, raccontando i loro successi e fallimenti nell’arco dei sette giorni di terapia. I costumi e le luci seguono nelle tonalità lo stato d’animo della coppia, un montaggio a tratti molto veloce arresta la fibrillazione e dà impulso e forza alle emozioni che riaffiorano e riprendono vita.

Dopo “Il diavolo veste Prada” Frankel si affida nuovamente all’estro di Meryl Streep, ma le confeziona un ruolo diametralmente opposto, in un film che probabilmente avrà un minore successo commerciale, ma che senza dubbio rappresenta l’opera più matura del regista. Dall’esordio “Promesse e compromessi” del 1995, in cui l’amore coniugale resisteva a svariati tradimenti, passando per il banale quadretto familiare di “Io e Marley”, fino alla commedia più riuscita dell’anno scorso “Un anno da leoni“, Frankel non era mai stato così lucido e capace – complici le ottime interpretazioni dei protagonisti – di affermare l’amore come presupposto necessario al cambiamento.    

Da alcuni definita “dramedy”, secondo l’anglofila tendenza che vuol definire ogni forma di “crossover”,  “Hope Springs” (dal nome della località del Maine in cui riceve il dottor Feld) è più semplicemente un film sentimentale, una commedia umana,  che non pretende di essere universale, ma raccoglie in una storia particolare, le solitudini e le speranze di molti.

22/10/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Hope Springs
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
100'
Produzione
Columbia Pictures, Escape Artists, Film 360, Mandate Pictures, MGM
Sceneggiatura
Vanessa Taylor
Fotografia
Florian Ballhaus
Scenografie
Stuart Wurtzel
Montaggio
Steven Weisberg, Matt Maddox
Musiche
Theodore Shapiro
Costumi
Ann Roth

Trama

Kay e Arnold sono sposati da trentun anni. Ma ormai neppure si guardano, non si toccano, dormono in letti separati. Si può cambiare il matrimonio? Secondo il dottor Feld, di Hope Springs, basta crederci. Così senza aver niente da perdere, Kay e Arnold partono per il Maine, alla ricerca di una risposta.
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.