C’era una volta a New York

C’era una volta a New York


James Gray

Romantico | Usa
(2013)

Alla domanda su chi è, fra le giovani leve, l’autore più portato a girare melodrammi di proporzioni epiche, avremmo potuto rispondere con il nome di James Gray già prima che il regista newyorkese si cimentasse in un’opera pienamente rientrante nel genere. Questo perché già nei suoi primi tre lungometraggi, noir metropolitani che riprendevano la Grande Mela con una cinepresa che guardava costantemente dal basso all’alto, dalle fogne su verso lo splendore lontano e irraggiungibile, Gray aveva messo in atto il suo teorema: anche in una pellicola “di genere”, che fosse un gangster movie, un thriller o un poliziesco, nulla raggiunge la vera grandezza senza un coinvolgimento sentimentale imponente.

È per questo che i suoi personaggi erano sempre mossi da ragioni intime ed emotive, prima ancora che pragmatiche o meccaniche. Ed era la passione, carnale o più platonica, a essere il motore delle loro azioni. Poi, con “Two Lovers” c’è stata l’esplosione di questo modo di disegnare i caratteri, con un “film a tema”, un’opera teorica sulle conseguenze dell’amore e dell’odio. Ora, con il suo nuovo, ambizioso lavoro, Gray edulcora quella teoria e applica la sua concezione delle implicazioni amorose a una storia collocata in un preciso momento del passato. In questo suo “stabilizzare” il melodramma che si fonde con il realismo di una vicenda personale storicamente plausibile, il cineasta americano decide di affidare a un volto femminile, per la prima volta nella sua carriera, il ruolo da protagonista. L’emigrante (o l’immigrata) è Ewa, in fuga con la sorella Magda dalle macerie della Grande guerra, sbarcata a Ellis Island dalla Polonia e costretta da equivoci e stati di necessità a iniziare la sua avventura oltreoceano nel modo più tragico possibile: vendendo il suo corpo, suo malgrado.

La pesantezza del destino che affligge i personaggi assume nelle storie di Gray sempre connotati dostojevskvijani. In “Two Lovers” l’ispirazione era scoperta. Altrove, è invece taciuta allo spettatore. Dolore, perdita e omicidio sono concatenati in un meccanismo da tragedia che rispetta tutti gli elementi essenziali. È un cinema che strizza l’occhio al mainstream, certo, nelle scelte di messa in scena popolare e nell’affidarsi a star internazionali di prima grandezza. Ma Gray si tiene sempre alla larga dagli stereotipi dell’industria e racconta storie che non accompagnano mai docilmente lo spettatore. Gli apici di tensione, le scene madri, che pure abbondano in una storia che da individuale si fa complesso melodramma corale, vengono sempre introdotte con uno stile minimale, una scelta di campo coerente con le convinzioni di partenza.

Ma il melodramma che ruota attorno alle vicissitudini della giovane polacca contesa non risparmia certo istanti di straziante compartecipazione. I due uomini che complicano la vita di Ewa sono lo specchio della personalità biunivoca e articolata della protagonista. Da una parte c’è Bruno, il pappone che la tiene soggiogata e confinata in un bordello mascherato da locale musicale: è il senso di responsabilità verso la sorella malata da mantenere che induce Ewa a non ribellarsi. Dall’altra Orlando, il mago avventuroso e sentimentale che la spinge a rovesciare la storia e fuggire verso un’altra America. A metà tra il tragico destino cui volontariamente Ewa si consegna e i sogni di felicità nascosti nel suo animo, c’è l’altro elemento-cardine caro a Gray nel dipingere la lotta fra l’individuo e la sua sorte avversa: la fede in una religione che non si svela e non si mostra mai, l’inspiegabile mistero della fedeltà a un Dio che può aiutare a sopportare il peso del male.

Peccando forse di generosità o di mancanza di senso del limite, il melodramma di Gray nella seconda metà si fa eccessivo, quasi pomposo nella sua esasperazione. Ma ciò non diminuisce la bellezza di quello che vedrete sullo schermo, dalla passione e l’amore con cui viene dipinta la New York degli anni 20 alle consuete scene d’azione improvvisa cui questo giovane regista ci ha già abituato per la consueta maestria (l’inseguimento sotterraneo ricorda lo stesso senso di angoscia e spaesamento di quello in auto ne “I padroni della notte“). E senza svelare come l’epica storia della bellissima Ewa giunge a compimento, ci togliamo la soddisfazione di anticipare solo un elemento: nel prefinale, quando tutto è ormai compiuto e la tensione narrativa comincia ad allentarsi, Gray lascia la scena al suo attore feticcio, quel Joaquin Phoenix stavolta nei panni di un uomo, Bruno, apparentemente senza possibilità di redenzione. Il suo monologo rabbioso, che descrive se stesso come il rappresentante dell’abiezione di una società che nasconde dietro l’incessante progresso democratico la feccia di una criminalità moralmente ripugnante, è l’ennesima prova di una classe e di un’irraggiungibile bravura che nessun premio potrà mai davvero riconoscere.

23/06/2013

Cast e credits

Titolo Originale
The Immigrant
Durata
120'
Produzione
Keep Your Head, Kingsgate Films, Worldview Entertainment
Sceneggiatura
James Gray, Ric Menello
Fotografia
Darius Khondji
Scenografie
Happy Massee
Montaggio
John Axelrad, Kayla Emter

Trama

1921. Ewa e sua sorella Magda lasciano la natale Polonia per la terra promessa, New York. Arrivati a Ellis Island, Magda, colpita da tubercolosi, è messa in quarantena. Ewa, sola e indifesa, cade nella rete di Bruno Weiss, un magnaccia senza scrupoli. Per salvare sua sorella, Ewa è pronta a ogni sacrificio e accetta rassegnata di prostituirsi. L’arrivo di Orlando, illusionista e cugino di Bruno, le dona nuova fiducia e speranza di giorni migliori. Ma la ragazza non ha fatto i conti con la gelosia di Bruno...
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