Anni felici

Anni felici


Daniele Luchetti

Drammatico | Francia, Italia
(2013)
E’ un buon film, da sette, o giù di lì. Ho il dubbio che i film da sette mi piacciano più dei film da nove. Forse perché sono più digeribili, sono più discreti i film da sette, non vogliono stupire per forza, o entrare nella storia di diritto. Poi magari un giorno, per combinazioni varie, potrebbe anche succedere che da buoni diventino memorabili, ma questo è un altro discorso.

Per il protagonista di questo film è un po’ la stessa cosa.

Guido (Kim Rossi Stuart) vuol stupire senza stupirsi lui per primo. Crede la sua arte provocatoria, all’avanguardia, eppure si tormenta di apparire non convenzionale. In verità è profondamente insicuro, succube del giudizio di una madre che non l’ha mai accettato e non ha alcuna intenzione di farlo. Dovrà pensarci da solo, ad accettarsi, e fin allora le sue opere resteranno  prive di autenticità e pertanto vuote, banali.
Rispetto a “La nostra vita” manca l’elemento tragico e traumatico, in conseguenza del quale la famiglia si sgretola per poi ricomporsi. Al suo posto un “tragico” più spalmato, tentacolare, che intrappola le esistenze. Serena (Micaela Ramazzotti) non muore improvvisamente, ma è una donna priva di sogni, senza un personale progetto di vita, che identifica la propria realizzazione con il successo del marito e finisce per essere dominata dal bisogno e dall’ansia del possesso.
Entrambi i protagonisti hanno rinunciato alla libertà e a farne le spese sono i figli, Dario (Samuel Garofalo) di dieci anni e Paolo (Niccolò Calvagna) di cinque anni. Quasi sempre appresso, eppure come se non ci fossero.  Alla loro assidua presenza si contrappone l’assenza dei genitori, infelici, con la testa altrove. Si percepisce  una profonda alleanza fra i due bambini, a protezione da una realtà a tratti poco comprensibile, di cui sono più spesso spettatori che partecipi.

Dopo “Mio fratello è figlio unico” (2007) e “La nostra vita” Luchetti è tornato ad occuparsi della famiglia, questa volta, come ha dichiarato il regista, avvicinandosi di più alla sua storia personale. Un film dunque in parte autobiografico, che affronta con schietta semplicità l’universo famiglia, evitando di restare invischiato in discorsi retorici.
Lo script è lineare, senza grandi colpi di scena, ma in realtà ricco di spunti che rimandano alle inerzie esistenziali di ognuno di noi. La voce narrante di Dario semplifica ulteriormente il racconto, ma non è mai invasiva, non eccede in spiegazioni né in malinconia. Attraverso il suo punto di vista riviviamo un passaggio importante della sua vita e della vita della sua famiglia. Gli anni settanta sono descritti secondo un ordine di valori dettato dalla memoria, che giustifica un’attenzione particolare alla persone, fin nel dettaglio, e una minor cura nella ricostruzione storica o scenografica.
La scena di apertura è il cuore del ricordo di Dario. La sua voce ormai adulta rievoca quegli anni felici, nonostante le sofferenze, e ci conduce subito nell’estate del ’74, in un doppio flashback che poi ci ricongiungerà al momento in cui anche Dario conquista il suo posto nel mondo.
La prima a mettere in atto il cambiamento è Serena. Nella sua vacanza femminista trova l’occasione di esercitare il suo diritto di esistere. L’odore e l’ampiezza della libertà, della possibilità, le danno alla testa,  Serena perde il controllo e si lascia andare. Così si spacca l’equilibrio e si ribaltano i ruoli. La moglie convenzionale conosce l’amore libero, mentre Guido si ritrova solo, ripensa ai suoi errori, infine decide di affrontare sua madre e riappropriarsi della sua identità. 

Buone le interpretazioni dei due protagonisti, più naturale la Ramazzotti, ancora una volta nei panni di una madre “snaturata” (vedi “La prima cosa bella” di Virzì), meno naturale ma efficace la prova di Stuart, dalla lieve balbuzie perfettamente riuscita. Ben diretti anche i bambini, che regalano momenti di piacevole leggerezza, coalizzati loro malgrado nel tentativo di schermarsi da un mondo che solo in parte possono capire. Un’idea molto bella è alternare alle riprese i filmati in Super8 di Dario. L’estate del ’74 è un momento importante anche perché finalmente il bambino riceve in regalo la cinepresa. E da allora non la molla, e i suoi filmati sono un tributo alla libertà pura, alla curiosità disinteressata, che è sì propria dell’innocenza infantile, ma che può essere ricontattata anche in età adulta.
Se c’è un denominatore comune per questa famiglia è il bisogno di affermare la propria esistenza. Luchetti riesce a descrivere bene il disorientamento che accomuna bambini e adulti. In quell’estate lontana ognuno ha sofferto per affermarsi e non rinunciare a se stesso. Se è vero che questo è necessario per poter costruire qualsiasi relazione sana, è anche vero che ha il suo prezzo. Sulle note di “Amore che vieni amore che vai” di De André (interpretata da Diodato) scorrono i titoli di coda. Non c’è canzone più straziante e spietata sull’amore, come dire che a volte l’amore non basta, a rimettere insieme i pezzi.  

05/10/2013

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
106'
Produzione
Babe Film, Cattleya, Rai Cinema
Sceneggiatura
Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Caterina Venturini
Fotografia
Claudio Collepiccolo
Scenografie
Giancarlo Basili
Montaggio
Mirco Garrone
Musiche
Franco Piersanti
Costumi
Maria Rita Barbera

Trama

Guido è un artista d’avanguardia, o almeno crede d’esserlo. La moglie Serena non ha il suo spessore culturale, né le sue ambizioni artistiche, il suo unico sogno è il successo del marito. Nel mezzo i due bambini, spettatori della vita dei genitori. Ma nell’estate del ’74 tutto cambia. Mentre Serena esercita il suo diritto di esistere, Guido ritrova se stesso e la passione per l’arte. Ed entrambi si accorgono dei figli.
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