Come in “Dieci” di Kiarostami, il taxi diventa una sorta di teatro in movimento, luogo chiuso e al tempo stesso aperto, spazio ideale, quindi, per raccontare una società affascinante e contraddittoria dove il cinico disincanto si alterna a superstizioni che sembrano provenire da epoche lontane. Tra i passeggeri che si avvicendano in questo singolare “road movie” troviamo un’insegnante, un venditore di Dvd pirata, un uomo in fin di vita con la giovane moglie al seguito, due anziane sorelle, un aspirante filmaker, un’avvocatessa che contesta il sistema ma anche un borseggiatore, oltre alla nipotina del regista e un vicino di casa che ha conosciuto anche lui la prigione.
Questi incontri sono l’occasione per parlare di giustizia, pena capitale, diritti delle donne e dell’indigenza in cui versa una parte della popolazione. Argomenti seri, anche se il tono generale riesce ad essere lieve, a volte addirittura inaspettatamente comico (il testamento che l’uomo ferito recita di fronte alla telecamera); ed è sempre con lievità che Panahi interagisce sui suoi attori/non attori (il cast è rimasto anonimo per scelta dell’autore). Con quell’aria bonaria, a metà fra Joe Pesci e la star indiana Rajnikanth, il regista parla e ascolta ma soprattutto, con la sua fedele videocamera piazzata sul cruscotto della vettura, registra gesti e parole. Come spesso accade nel cinema iraniano la commistione fra fiction e realtà ha un ruolo basilare e uno dei passeggeri in più di un’occasione riprende il regista/tassinaro dicendo che aveva capito che ci si trovava di fronte a una ripresa cinematografica e che quello che si vedeva nel taxi in realtà era tutto preparato. Tutto questo non è propriamente inedito (si pensi al capolavoro di Mohsen Makhmalbaf “Pane e fiore”), ma la serenità e l’entusiasmo con cui questo regista, dopo le dolorose vicissitudini subite, continua nei suoi lavori a mostrare momenti di innocenza è la più bella risposta a chi ha tentato di farlo smettere di parlare.
Sempre Kiarostami col suo “Close Up” aveva raccontato il grande rispetto con cui in Iran si guarda ai registi cinematografici più affermati, anche se l’ombroso falso Makhmalbaf di quel film è quanto di più lontano dal soave Panahi che ritroviamo qui. “Sulla gente di cinema si può sempre contare”, dice l’avvocatessa scendendo dal taxi, forse perché sa che loro amano la verità e cercano di raccontarla, sempre che i poteri forti non ci si mettano di mezzo o più prosaicamente un ladro non decida di rubarti la videocamera, come avviene nel finale, simbolica (e malinconica) maniera per concludere questa “ora (e venti) d’aria”.
28/08/2015