Senza volersi infilare in analisi che esulano dalla questione cinematografica, non si può fare a meno di notare le connotazioni politiche e sociali presenti nella sceneggiatura scritta dallo stesso Coogler che, come altri colleghi, sembra riflettere in maniera critica sugli effetti della presidenza Trump. Vale la pena ricordare, inoltre, che fin dalla sua nascita, avvenuta sulle pagine del numero cinquantaquattro de “I Fantastici Quattro”, il personaggio di Black Panther, nell’attribuita superiorità fisica e intellettuale, divenne subito espressione (politica) del black power teorizzata da Stokely Carmichael – leader del movimento delle Pantere nere – nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili negati alla popolazione di colore. Coogler, dunque, tiene desto l’immaginario del personaggio in questione spingendosi ancora più in là rispetto alle prerogative dei suoi natali, se è vero che la lotta per il potere, così come la scelta di colui che dovrà decidere le sorti del mondo, sono un problema interno alla nazione africana e, cinematograficamente parlando, di una superiorità estetica e di gusto che “Black Panther” esibisce in ogni fotogramma della sua storia. Affermazione, questa, che trova riscontro nella decisione di enfatizzare le caratteristiche del villain di turno, qui più che altrove vero e proprio doppio del protagonista, non solo per il colore della pelle e per il riconosciuto appeal dell’attore che lo interpreta (pari, se non superiore a quello di Boseman) ma soprattutto per il fatto che Michael B. Jordan avrebbe avuto tutte le caratteristiche – a cominciare dallo statuto divistico – per incarnare egli stesso la parte dell’eroe, come peraltro ha fatto nei film che ne hanno decretato la fama.
Senza dimenticare il retaggio culturale e soprattutto tribale all’interno del quale si svolge la vicenda, valorizzato, quest’ultimo, da coreografie che trasformano le scene d’azione (sontuosa, in questo senso, quella che accompagna l’incoronazione di T’Challa, orchestrata alla maniera di una tragedia greca), in una specie di danza propiziatoria, e da uno sfoggio di costumi e accessori appartenenti al folklore degli antenati della comunità africana. Certo, si potrà obiettare che una cosa del genere si era già già vista nei wuxia di Zhang Yimou e ciò è in parte vero, ma se nel caso appena citato questi aspetti erano parte integrante dei codici propri di quel tipo di film, ovvero della tradizione a cui fanno riferimento, nel caso di “Black Panther” non solo la questione si presentava del tutto nuova ma era chiamata ad armonizzarsi con un contesto – quello mainstream – di tipo industriale, cioè destinato a veder la prevalenza del mercato sull’arte. Così, pur rimanendo “Black Panther” un prodotto commerciale e, nello specifico, un lungometraggio dove le scene d’azione e gli effetti speciali relegano in subordine finezze psicologiche ed eventuali complessità della trama, bisogna dire che la compresenza tra passato e presente, modernità e tradizione, riesce a convivere senza penalizzare né l’una né l’altra, mantenendo inalterata l’efficacia del messaggio di cui il film si fa interprete, nel quale, per una volta, la muscolosità dei corpi e la loro smaccata potenza segnano un punto a favore della coerenza interna dell’opera e del suo assunto di base.
18/02/2018