Nella stessa condizione lo ritroviamo insieme a moglie e figli in “A Quiet Place”, poiché il silenzio è l’unico modo per evitare la violenza omicida delle mostruose creature aliene, pronte a scagliarsi su qualsiasi fonte di suoni o di rumore per eliminarne l’origine. Considerato che, da copione, la trama racconta gli espedienti messi in atto dai protagonisti per riuscire a sopravvivere alla morte e a sconfiggere gli (apparentemente invincibili) avversari alla fine di un drammatico e articolato confronto, a fare la differenza doveva essere la coerenza con la quale il film avrebbe tenuto fede alle sue premesse e in particolare a rendere senza forzature né compromessi un mondo dominato da forme di comunicazione alternative.
Detto che a parte due momenti in cui lo svolgersi degli accadimenti sembra piegarsi alla volontà di un demiurgo esterno alla vicenda – e ci riferiamo, per esempio, alla sequenza del parto naturale di Evelyn, la moglie di Lee interpretata da Emily Blunt – le cose che colpiscono riguardano la regia di Krasinski, abile nel perseguire la propria poetica anche a fronte di un contenitore poco propenso a considerare i personaggi al di là della loro funzione narrativa e qui invece chiamati dal regista ad assumere una posizione autonoma rispetto alla contingenza degli eventi. Si pensi, ad esempio, al rapporto tra padre e figlia e al modo in cui l’irrisolto che ne scandisce la relazione risulta determinante per il cambio di rotta degli eventi in corso, oppure a quanto conti, per la resa emotiva dei personaggi, il fatto di aver scelto la Blunt, nella vita reale moglie di Krasinski e madre dei suoi figli. Se la vicenda del sodalizio familiare alle prese con un lutto da elaborare e superare è l’ennesima variazione di quelle già raccontate nei film succitati, al regista non manca di certo il coraggio di rischiare, mettendosi in discussione con un plot che stravolge alcuni dei punti fermi della sua cinematografia. A cominciare dall’elemento spaziale, sdoganato dagli appartamenti angusti e borghesi che erano stati teatro delle prime rappresentazioni, ora sostituiti dal loro esatto contrario, ovvero il paesaggio rurale e l’America redneck. E, vale la pena ribadirlo, dal venir meno delle prerogative del linguaggio parlato, sostituito in tutto e per tutto dal body language delle figure umane.
Tra conferme e novità, Krasinski, infine, se la cava egregiamente anche sul piano della cinefilia, dimostrando di saper fare suoi, reinterpretandoli, i riferimenti di genere utilizzati per l’occasione. Su tutti, manco a dirlo, l’immancabile “Alien“, ripreso non solo nel modus operandi della bestia, ma pure nella costruzione di scene come quella dell’epilogo in cui davvero sembra di trovarsi nel film di Scott. E ancora “Pitch Black” – con analogie più o meno esplicite comuni ad altri B-movie quali “Tremors” (1990) e “Screamers” (1995) – in cui il casus belli (lì era la luce a scatenare l’intervento dei mostri, qui i suoni) e i rapporti di causa-effetto funzionano alla stessa maniera e soprattutto con la stessa efficacia.
Tra le sorprese più belle di questa stagione, “A Quiet Place” è un gioiello da gustare nel buio della sala.
02/04/2018