Dario Albertini, al suo primo lungometraggio, si accosta alla forma documentaristica che gli è cara (“La Repubblica dei ragazzi”) per applicarla al racconto di finzione, attingendo dai temi sociali delle sue prime ricerche sugli istituti per minori. “Manuel” abita la terra di confine che sta dando accoglienza a tanto nuovo “cinema della verità” nostrano, la cui anima risiede tra la realtà mediata e recitativa delle cronache di Gianfranco Rosi (“Sacro Gra“) e la laconica drammaturgia della borgata periferica di Claudio Caligari (“Non essere cattivo“). Nell’opera di Albertini, la finzione è relegata nelle forme schematiche delle scene di raccordo che muovono Manuel da un incontro all’altro, come un ballo tra le baracche o una passeggiata sul lido; a questi segmenti seguono momenti fortemente dialogici sui quali l’occhio di Albertini si poggia per entrare nelle cose, restituendole alla loro rappresentazione più pura e al contempo impoverita degli artifici del cinema. Il campo-controcampo viene rigettato in favore di lunghe sequenze unitarie che impongono alla mdp di muoversi ritmicamente tra i soggetti senza stacchi, processando l’intimo raccoglimento di un’intervista.
I long take, così come il piano sequenza in apertura, sono contenitori narrativi, forme di visione naturalizzanti, ma al contempo approccio contenutistico al dispiegarsi del racconto di (ri)formazione, deformato dal documentato piuttosto che dal narrato.
L’intento veristico è raggiunto, vista anche la necessità di dare risalto al localismo con le sue parlate e i palazzoni negli ultimi tempi di nuovo importante per il cinema italiano (da “Gomorra” a “A Ciambra“), ma non rimane costante: la sequenza da videoclip in discoteca, ancora una volta tra montaggio serrato e piano sequenza, si insinua come un corpo estraneo invadente e perfettamente logico; invece l’onirismo del tuffo in mare, quale metafora di un grido soffocato prima del tentativo di abbandonare le nuove incombenze, risulta appiccicato e derivativo. Sono gli unici atti che esulano dalla struttura, si concedono all’alterazione di una semplicità di immagini e parole fin lì rispettata, compresa la trama. Albertini trova l’equilibrio proprio tra semplicità e solidità, pur scontando qualche mancanza di profondità nel legame con la madre, uno dei momenti principali insieme all’uscita dall’istituto e al tentativo di fuga.
04/05/2018