Gomorra

Gomorra


Matteo Garrone

Drammatico | Italia
(2008)

L’impero economico camorristico è come una pentola a pressione che ribolle di continuo per poi esplodere quando la legge del sistema lo richiede. Movimenti sotterranei, illegalità che viaggiano sui bordi di putride periferie, palazzoni fatiscenti che fanno da scudo a umanità che vanno ben oltre i margini a cui si crederebbe. Questo potere è mirabilmente riassunto nel libro, prezioso tour de force giornalistico/romanzesco, appassionato e appassionante cronaca di un marciume che quasi parte dal nulla e si espande come un virus contagioso.

Roberto Saviano è a suo modo un eroe civile, complementare al Don Peppino Diana, innocente vittima assassinata dalla camorra nel marzo del ’94, a cui Saviano dedica un capitolo del suo libro.

Il “Gomorra” libro è e resterà un documento di inestimabile valore che tra decenni saprà ancora testimoniare indelebilmente un periodo, un territorio, un dramma comunque impossibile da cancellare.

Matteo Garrone non avrebbe potuto fare una scelta più saggia nel porsi al cospetto di una trasposizione cinematografica di un’opera di tale portata. Infinita la mole di personaggi, storie, azioni concentrate nelle 331 pagine del libro. Spunti presi in prestito, una storia (quella del sarto Pasquale) estrapolata e ricucita su pellicola con discreta fedeltà e rispetto, indizi disseminati qua e là tra le righe e gonfiati, fatti storie, micro (macro?) vicende di un male assoluto.

Cinque storie incastrate senza incroci materiali, lasciate evolvere con un rifiuto del colpo di scena e di traiettorie tipiche del gangster-movie.

L’incipit del film è già di per sé memorabile: uomini e ragazzi sfatti o tirati a lucido in un solarium che dovrebbe garantire una pelle splendida per coloro che caricheranno pistole e dosi di stupefacenti. Le luci violacee delle lampade abbronzanti che si fanno attrezzi alieni sposano note neomelodiche sulle quali si staglia la scritta a caratteri cubitali dipinti di rosa carico: GOMORRA. Prima però fluttui di sangue sciolti in inquadrature fisse di freschi cadaveri. Forse l’unica concessione spettacolare di un film che invece rifiuta ogni tipo di scorciatoia incorporando un’essenzialità che non è obbligatoriamente sinonimo di semplicità.

Matteo Garrone non ha voluto fare un film di denuncia, non nomi e cognomi di camorristi noti o meno, spiaccicati e fatti sentenza, non una lotta buoni/cattivi a sottolineare dove va piazzata di preciso la giustizia.

In “Gomorra” le istituzioni nemmeno ci sono. Pochi sono gli scontri a fuoco, relativamente poche addirittura le banconote in bella mostra, se consideriamo che rappresentano la linfa vitale del sistema tutto.

Garrone ha voluto fare un film dove lo sguardo è incollato al personaggio di turno, un occhio quasi alla Dardenne, con pedinamento che riesce a non dare scampo. A testimonianza del discorso, l’immagine si riempie talvolta di sfondi sfocati: anche la distesa dell’enorme sartoria cinese è totalmente assorbita dalla nuca di Pasquale, dai suoi sguardi spaesati, dediti esclusivamente a indicare all’occhio dello spettatore lo stato d’animo del protagonista. Lo scavo della pellicola non affonda gli artigli nella malavita, quanto piuttosto in persone che sono addobbi di essa, vittime e carnefici. Nessuno dei protagonisti delle cinque storie è un uomo di prim’ordine del sistema. Addirittura il Franco di Toni Servillo, forse il più spregevole tra i personaggi principali, sembra serenamente invischiato in un meccanismo presumibilmente non azionato da lui stesso.

L’infanzia di Totò – cosi’ come quella degli altri ragazzini pronti a sottoporsi all’esame dell’antiproiettili – nemmeno può dirsi rapinata. Una prassi, un processo vitale dove la scelta non è qui di casa, dove la vita è onnipotenza e viceversa.

Mai un gratuito estetismo in “Gomorra”: i campi lunghi sono tanto apprezzabili nella loro mirabile compostezza tanto quanto lo scheletro dell’immagine nasconde una paesaggistica che mette paura tanto è degradata (agghiacciante l’aerea ripresa sui tetti dei palazzi con piscine per bambini).

Fondamentale la scelta del cast (che recita quasi sempre in dialetto napoletano, sottotitolato per l’occorrenza): l’impressionante scavo sui volti dei personaggi è affidato a veterani attori di matrice teatrale (Toni Servillo, Gianfelice Imparato), affiancati da uomini di teatro meno noti, presi dalla compagnia teatrale Arrevuoto di Scampia, messi spesso in scena accanto ad attori non professionisti, pescati direttamente dalla strada.

Necessario anche il contributo tecnico, con una citazione d’obbligo per il sound designer Leslie Shatz (già collaboratore di Gus Van Sant), che compone il tappeto sonoro di traffici, spari e musica che emerge esclusivamente dagli ambienti che dominano la scena. Il più delle volte sono canzoni neo-melodiche (“che i camorristi ascoltano poco prima delle proprie missioni”, scrive Saviano, che a sua volta ha contribuito alla stesura della sceneggiatura).

L’autore c’è eccome, ma non ci pensa a far pesare la sua presenza, agendo il più delle volte per sottrazione di immagini, con sequenze che tagliano improvvisamente i momenti che potrebbero affogare in patetismi e facili lacrime: si veda come viene sbrigato il pur struggente episodio dei due piccoli amici, Totò e Simone, che devono salutarsi perché presto legati a faide nemiche. Resta una statua di Padre Pio in scena, poi subito tirata su da una fune. Come dire: “lontano da Dio e dagli uomini”.

Se si esclude parzialmente il personaggio di Roberto – che comunque abbandona la personale attività, senza per questo potersi dire salvatore della patria – in “Gomorra” non si respira una sola ventata di speranza. Tutto è terribilmente nero.

Non un rimando alle virate grottesche alla Elio Petri né una forma di inchiesta alla Francesco Rosi.

Matteo Garrone sembra aver trovato l’unica chiave possibile per affrontare un tema tanto spinoso: da una parte il cineocchio rosselliniano fedele ma non per questo sempre obbediente, dall’altro lo scavo in un territorio, che non assomiglia a quello di nessun altro. Come il film, fuori da ogni genere e tendenza, spartiacque di una visione che ci dice chi siamo e dove stiamo andando. E per questo epocale.

30/05/2008

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribuzione
Durata
135'
Produzione
e con il supporto del Ministero dei Beni Culturali, Fandango (in collaborazione con Rai Cinema e SKY
Sceneggiatura
Matteo Garrone, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti
Fotografia
Marco Onorato

Trama

Dal libro di Roberto Saviano. 5 storie: 1) Il bravissimo sarto Pasquale lavora in nero. Per guadagnare di più, si vende ai cinesi. 2) A Scampìa è in atto la faida tra gli scissionisti ed il clan Di Lauro. Don Ciro è un contabile che porta la "semmana", ma non sarà esente da minacce e pericoli 3) I primi passi malavitosi di Totò, un ragazzino tredicenne, porteranno ad una dolorosa azione 4) Franco è un imprenditore che lavora nel settore dello smaltimento dei rifiuti tossici. Il giovane tecnico Roberto lo aiuta nella scelta dei luoghi migliori dove versare i veleni. 5) Marco e Ciro sono due giovani delinquenti, in una zona controllata dai casalesi. Sognano di “lavorare” in proprio, ma…
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