Saltburn

Saltburn


Emerald Fennell

Drammatico | Regno Unito, Usa
(2023)

Si sono tirate in ballo le più svariate reference per parlare di “Saltburn”, secondo lungometraggio della regista e sceneggiatrice Emerald Fennell. Per chi scrive, il legame più immediato è però con la serie “La caduta della casa degli Usher” di Mike Flanagan, uscita lo scorso ottobre su Netflix. Qui troviamo una cornice assai frequente nel recente panorama seriale (una famiglia tanto ricca quanto disfunzionale, le case farmaceutiche) al cui interno è inserito un mix di rimandi e citazioni alle opere di Edgar Allan Poe in un’ottica di compilation per i social, più che di lavoro filologico sul materiale di partenza. Espressione insomma della serialità al tempo di TikTok, come “Saltburn” lo è del cinema: a cosa servono infatti i riferimenti visivi a “Il servo” e a “Barry Lindon”, quelli narrativi a “Il talento di Mr. Ripley”, se non come sfoggio autocelebrativo, orpello fatiscente di un’opera che, nel suo vuoto pneumatico di contenuti, si adagia a un filone (l’invasione domestica, la satira ai ceti benestanti) che, da “Parasite” in giù, è ormai diffusissimo? Le soluzioni registiche, mai originali, creano un senso per la storia o non vanno oltre la citazione fine a se stessa, la strizzata d’occhio allo spettatore cinefilo, che si diverte nel riconoscerle, e a quello profano, che non vede l’ora di leggere l’articolo “Ecco le 10 influenze di Saltburn” alla fine della visione? Propendiamo per la seconda opzione, forse lo si è intuito.

Il cortocircuito alla base di “Saltburn” è, in sostanza, quello che animava anche “Una donna promettente“, primo lungo di Fennell. Ad accomunare i due lavori vi è soprattutto l’idea di una provocazione manifesta che a conti fatti si traduce in un nulla di fatto e finisce per diventare il suo opposto. Ne è un segnale soprattutto la tendenza della regista a non calcare la mano sulle scene più esplicite. Nel film con Carey Mulligan la violenza era relegata al fuori campo, nell’opera in questione i momenti più forti (diventati presto virali, non a caso), sono appena accennati (le scene tra il protagonista e Venetia) o inquadrati in campo lungo (la masturbazione sulla tomba). La resa visiva di questi passaggi non punta mai sulla crudezza, ma sulla forte estetizzazione, che ne riduce la carica disturbante, di cui l’operazione si fa vanto. Questo è evidente soprattutto nelle scene ambientate al college: la macchina da presa si stringe sui volti dei personaggi, mentre abbondano ralenti, saturazione fotografica e musica pop sparata a palla. Elementi che forniscono una patina accattivante al film, tradendone la dimensione cool. Quello che una volta si sarebbe definito dispregiativamente estetica da videoclip e che oggi possiamo chiamare appunto “estetica da TikTok”. A questo si aggiunge il fatto che Fennell non adotta uno sguardo interno ai giovani che racconta (come accaduto nella serie “Euphoria” a cui da più parti “Saltburn” è stato accostato), ma sempre esterno, come a volerli giudicare. Nelle scene al pub e in discoteca, il senso di ineluttabilità tragica che trasmette la musica classica e l’enfasi sullo sballo e sul linguaggio scurrile dei personaggi rivela un senso di disprezzo nel ritrarre un microcosmo di feste, alcol e droga.

I problemi di “Saltburn” si riscontrano poi anche a livello narrativo: il suo impianto è costituito da colpi di scena e svolte con l’unico scopo di depistare lo spettatore e (apparentemente) scioccarlo. A Fennell non interessa nulla dei propri protagonisti, ridotti a funzione (quando va bene, vedi il Felix di Jacob Elordi) o a macchietta (quando va male, il sir James di Richard E. Grant). Il passaggio chiave è un dialogo tra Elspeth (Rosamund Pike) e Oliver (Barry Keoghan), in cui la prima dice di non capire la figlia Venetia (Alison Oliver) né l’amica Pamela (Carey Mulligan). L’obiettivo è ritrarla come un personaggio senza alcun contatto con la realtà, e il fatto che dalle sue parole emerga una possibile bisessualità passa inosservato. Così come l’attrazione del protagonista verso Felix non è mai approfondita. In “Sitcom”, François Ozon partiva dall’archetipo pasolinano di “Teorema” per compiere un’acuta satira sulla famiglia borghese, che sotto la confezione ludica rivelava istanze identitarie e sessuali. “Saltburn” invece non parla di desiderio, passione o perversione: al suo centro c’è solo la satira verso i ricchi, una debole impalcatura che deve reggere tutto il film come un dio Atlante dalle gambe fragilissime.

In questo modo, dunque, si capisce anche come la difesa secondo cui “Saltburn” sia un film consapevolmente di superficie per riflettere il (e sul) mondo di oggi, dominato dalle apparenze e dalla virtualità dei social, non regga. Il suo senso sta proprio nella sua ricercata assenza di ambiguità: Fennell ammicca al suo pubblico e non lo provoca come vorrebbe fargli credere, lo mette in una posizione confortante piuttosto che di disagio, realizza un’opera moralista che non parla di niente, se non inconsapevolmente dello stato attuale di un (certo) cinema. Ma questo non è un valore, anzi.

24/01/2024

Cast e credits

Titolo Originale
Saltburn
Distribuzione
Amazon Prime Video
Durata
133'
Produzione
LuckyChap Entertainment, MRC Film
Sceneggiatura
Emerald Fennell
Fotografia
Linus Sandgren
Scenografie
Suzie Davies
Montaggio
Victoria Boydell
Musiche
Anthony Willis
Costumi
Sophie Canale

Trama

Lo studente Oliver Quick (Barry Keoghan) nella speranza di trovare il suo posto all'Università di Oxford, è attratto dall'affascinante e aristocratico Felix Catton (Jacob Elordi), che lo invita a Saltburn, la tentacolare tenuta della sua eccentrica famiglia, per un'estate indimenticabile.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi