Il suono di una caduta

Il suono di una caduta


Mascha Schilinski

Drammatico | Germania
(2025)

Una fattoria tedesca al centro della Storia e del Tempo. La casa, il fienile, il granaio e la stalla chiudono i quattro lati del cortile (Vierseithof) dove la vita pulsa in ogni sua declinazione. Nei dintorni, gli uomini e le donne, gli anziani e i bambini, gli animali e le piante, insieme alle molteplici attività umane, l’agricoltura, l’allevamento, i rituali festivi, si rincorrono lungo un intero secolo per rappresentare la caducità di ogni esistenza e, nello stesso momento, l’eco che lascia nei luoghi che ha attraversato.

Con “Il suono di una caduta”, premiato con il Premio della Giuria a Cannes lo scorso anno, la regista tedesca Mascha Schilinski (classe 1981) intesse una messinscena che sembra travalicare lo stesso sguardo, fondendo molteplici piani di regia, storie e figure in un’opera estremamente originale, sospesa com’è tra allusioni gotiche, sensualità e pulsioni mortifere.

A sette anni, Alma scopre la morte mediata da una fotografia, quella post mortem di un’altra sorella a lei molto somigliante e che portava il suo stesso nome. Il disagio e insieme l’ebbrezza che suscita in Alma questa rivelazione non produce, però, una catarsi di tipo classico ma si lega alla scelta stilistica che invade il film, il quale si rende organismo a sé stante, acquisisce vita.

La camera da presa entra così tra i buchi della serratura come un vero occhio, si smargina guardando il sole (“In die Sonne schauen” è il titolo originale del film), imita una memoria collettiva che va avanti e indietro negli anni senza stacchi, in questo, torna alla mente la porzione di terra, la casa del primo Novecento e le generazioni che si rincorrevano nel recente “Here” di Robert Zemeckis.

Qualche decennio dopo, durante la seconda guerra mondiale, tra le stanze della stessa fattoria Erika imita l’amputazione della gamba occorsa a Fritz, lo zio, per evitare il precedente conflitto, secondo una pratica utilizzata dalla famiglia per evitare la coscrizione nell’esercito, a cui anche Alma aveva assistito. La ragazza subisce la fascinazione per quest’uomo costretto a letto, così come Alma imita una posa cadaverica posando nel dagherrotipo scattato a sua nonna, in una sorta di rincorsa e al tempo stesso superamento, per astrazione, della morte stessa.

Nel precedente “Dark Blue Girl”, l’esordio di Schilinski, il centro del racconto era la gestione di una famiglia disgregata: un uomo, una donna e la loro figlia preadolescente che non chiudevano più il loro triangolo familiare ma procedevano, di volta in volta, a coppia. La complicità tra il padre e la bambina andava in crisi quando tra gli ex-coniugi tornava la passione proprio durante un soggiorno in Grecia che ne aveva decretato, in precedenza, la separazione. Tuttavia, nonostante l’ottimo ritmo e la buona scrittura, la forma convenzionale del racconto e della messinscena, al netto di alcuni sprazzi, non lasciava presagire la torsione creativa avvenuta con “Il suono di una caduta”. 

Merito con ogni probabilità del lavoro in fase di scrittura con la sceneggiatrice Louise Peter e, soprattutto, del lavoro e delle soluzioni trovate insieme al direttore dalla fotografia Fabian Gamper. Piani sequenza, immagine sfocate e formato 4:3 si susseguono e rendono la visione, al netto delle oltre due ore e mezza di durata, un immersivo godimento estetico. La regista ha raccontato di aver subito il fascino di questo posto, situato nella regione dell’Altmark, nel nordest della Germania, edificato all’inizio del Novecento, dove ha trovato lo scatto fotografico di un gruppo di donne ritratte in un momento casuale, raro per l’epoca.

Che cosa restava, dunque, in quei luoghi delle loro vite, quale riverbero poteva aver lasciato un’esistenza molti anni dopo la morte? È chiara la matrice letteraria che in “Il suono di una caduta” sussiste nel dare corpo a questi interrogativi. Per raccontarli, Schilinski ha separato ogni storia di una generazione, in modo che i vari protagonisti delle vicende narrate vengano a contatto non per ciò che riguarda direttamente gli eventi ma, piuttosto, per la forma degli stessi. Ciò che vediamo sullo schermo è il tentativo di rappresentare l’inesprimibile, ad esempio, come ha affermato Schilinski in un’intervista, perché accadono al nostro corpo alcune cose fuori dal nostro controllo.

Fondamentale è anche il concetto di confine: quello tra il mondo dei vivi e dei morti, rappresentato dalle presenze fantasmatiche che si agitano nel film, nonché, al pari del Sole, del simbolo dell’acqua, che si configura come elemento vitale e, allo stesso tempo, mortifero, dunque sempre di passaggio. Come il fiume Elba che per un tratto appartiene a questa regione e, nel secondo periodo post-bellico, segnò parte della frontiera tra Germania occidentale e orientale.

Così nella generazione successiva (siamo nella DDR degli anni Settanta) assisteremo a un atipico coming-of-age che riguarda Angelika, adolescente contesa tra le attenzioni sessuali, meschine e violente, dello zio e i tentativi di avvicinamento del cugino coetaneo. Ancora una volta è la fattoria il centro di queste relazioni, un luogo che funziona come una cerniera che chiude e riapre il passato e i confini della Germania nonché delle persone che li hanno abitati. Qui Schilinski è molto brava a restituire un certo piglio spensierato che però, come per tutto il film, va sempre a braccetto con un senso di colpa innata, di morte lenta che assegna un carattere etereo e, al tempo stesso, di decomposizione materiale.

Successivamente, come Angelika, l’altro racconto di formazione ambientato nella contemporaneità investe Nelly e sua sorella Lenka, che stringono amicizia con un’altra adolescente, Kaya, rimasta orfana di madre. Le esperienze corporee e sensoriali di queste ragazzine superano il materiale narrativo a disposizione ma entrano nel tessuto stesso del film, che lo rendono simile alla struttura di un mosaico.

02/03/2026

Cast e credits

Titolo Originale
In die Sonne schauen
Distribuzione
I Wonder Pictures
Durata
149'
Produzione
Lasse Scharpen, Lucas Schmidt
Sceneggiatura
Mascha Schilinski, Louise Peter
Fotografia
Fabian Gamper
Scenografie
Cosima Vellenzer
Montaggio
Evelyn Rack
Musiche
Michael Fiedler, Eike Hosenfeld
Costumi
Sabrina Krämer

Trama

Cento anni di Storia, quattro ragazze e una fattoria tedesca che si stagliano come presenze fantasmatiche tra pulsioni mortifere, allusioni gotiche e inusuale romanzo di formazione.
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.