In un momento storico in cui tutte le leggende della musica ricevono il trattamento biopic da Hollywood, per Jeff Buckley torniamo invece a un doc musicale piuttosto tradizionale. Forse è storia troppo recente, e comunque Buckley non ha mai raggiunto la fama assoluta di uno Springsteen o un Dylan. Nonostante un seguito estremamente appassionato, evidentemente non è (ancora) un vero e proprio mito. Complice anche la prematura scomparsa, che ha interrotto la vita e la carriera di un genio del pop solo al primo album registrato, già indiscussa pietra miliare a trent’anni dall’uscita. E allora forse l’obiettivo di “It’s Never Over, Jeff Buckley” è proprio raccontare la sua storia per iniziare a costruire un mito, in un periodo in cui l’artista è ascoltatissimo anche grazie ai social.
Il film si pone come un grande evento per i fan e in effetti la quantità di materiale non può che essere apprezzata per un artista che dalla sua morte non ha avuto grande presenza mediatica. L’archivio ci propone, tra le altre cose, filmati preziosi delle prime esibizioni in un piccolo locale di New York, oltre a bootleg e stralci di registrazioni per il secondo album mai realizzato (ma già pubblicate negli anni successivi). E poi ci sono le interviste, sotto forma di normali “talking heads”, in cui gran parte degli affetti di Buckley, compresa la madre, forniscono testimonianze intime sulla sua vita. Parecchio lo racconta anche lui stesso, attraverso spezzoni di interviste, testi e messaggi vocali che sono un vero tesoro. Vista l’occasione rara, si vede un piccolo sforzo della regista Amy Berg per “elevare” il film e non farne il solito documentario su un musicista, ma elementi come le parti animate non sembrano essere molto più di un giochino poco necessario. Ma quello non conta, dato che noi siamo entrati in sala per Jeff e come minimo ci aspettiamo la musica: il documentario soddisfa per la maggior parte, ma diventa moderatamente irritante quando le canzoni vengono tagliate per soddisfare esigenze di montaggio.
La cosa più interessante è forse la prospettiva da cui è raccontata la storia: senza dichiararlo è vista soprattutto attraverso le donne, quelle presenti nella sua vita ma anche quelle che lo hanno influenzato, una su tutte Nina Simone. Buckley stesso si fa grande esempio di fluidità di genere, nel senso più elementare del termine: una persona che rifiuta ogni incasellamento anche in ciò che la società considera maschile o femminile. Tra i momenti più belli ci sono quelli in cui Jeff è sé stesso senza filtri, un tipo divertente e molto più simpatico dell’immagine da divo che l’etichetta non gli è riuscita a cucire addosso. Insomma, per buona parte il film è un accettabile documentario musicale, che sfrutta abbastanza bene la forza emotiva del suo soggetto.
Finché non arriva l’ultima mezz’ora. Si avvicina il momento inevitabile della morte di Buckley, tragedia evitabile e quasi banale nella sua casualità. Ed ecco che il documentario cade nel cliché e fa sembrare il suo protagonista uno dei diversi “geni tormentati” di quella generazione, diciamo tra Kurt Cobain ed Elliott Smith. Tutta una personalità estremamente complessa e anche a tratti indecifrabile viene appiattita in questa narrazione, che sottotraccia sembra anche implicare una certa necessità nella sua morte. A tratti si ha perfino l’impressione che il film voglia evitare questa deriva, ma non riesce a trattenersi e ci si tuffa in pieno, dimenticando quello che aveva mostrato per tutto il resto del tempo. Allora quello che rimane è la musica, la commozione inevitabile di ogni fan e l’irritazione di chi scrive. A questo punto, perché non abbandonare la pretesa di realtà e fare un film di finzione? Per com’è andata questa versione, è facile pensare che Jeff Buckley meriti di meglio.
17/03/2026