Un poeta

Un poeta


Simón Mesa Soto

Commedia, Drammatico | Colombia, Germania, Svezia
(2025)

C’è un film di Billy Wilder dove l’alcol è la cura di uno scrittore arrogante che inizia romanzi senza mai portarli a termine. “There are two of us. Don the Drunk and Don the Writer”, diceva di sé il protagonista interpretato da Ray Milland in “Giorni perduti” (“The Lost Weekend”, 1945). La dipendenza: prima un terreno di presunta ispirazione, poi una condizione in cui annegare il proprio ego frustrato. Da quanto ne sappiamo, è lo stesso rapporto che ha con l’alcol Oscar Restrepo in “Un poeta”, film del colombiano Simón Mesa Soto alla sua opera seconda, anche se la decostruzione dell’artista passa qui per una precisa attitudine della contemporaneità: il vittimismo strategico.

Un poeta. Così ama definirsi Oscar e come tale ha l’ambizione di essere riconosciuto. A dire il vero, avendo già pubblicato due libri, vorrebbe essere un poeta importante, in grado di sostenersi con quello che scrive. È un uomo divorziato di mezza età, vive con la madre e ha una figlia che lo guarda con disprezzo alternato a compassione. Per lui García Màrquez è sopravvalutato. Il suo modello in poesia è José Asunciòn Silva, poeta modernista morto a trent’anni sparandosi al cuore, di cui ha un ritratto fotografico appeso alla parete di casa. Estetica, malinconia e musicalità che langue sono dunque i valori inseguiti da Oscar. Tuttavia, se il testo audiovisivo fosse una poesia, sarebbe lecito dire che – volutamente – non “suona bene”.

L’effetto dissonante che il film porta avanti con amara ironia viaggia su tre assi: uno formale, uno contestuale e uno iconografico.

L’idea di poesia propugnata da Oscar confligge intanto con la regia fredda e poco indulgente di Simón Mesa Soto, che usa una macchina leggera per inseguire un’imparzialità formale che lambisce lo spirito del mockumentary – complice anche la scelta della pellicola con i suoi bordi imperfetti – e che non indugia a restare sul corpo grottesco del protagonista (dentatura ingombrante, corpo massiccio, stretto e leggermente ricurvo), quasi volesse sondarne intenzioni sconosciute e deriderlo insieme. Fin dai primi minuti, anche gli stacchi da un’inquadratura all’altra sembrano amputare la continuità in maniera brutalmente disinteressata, specialmente quando, con l’immagine, si mozza anche un brano musicale interno alla diegesi. Ogni possibilità di autonarrazione viene così troncata e delusa: non si presentano le condizioni formali che possano convincere lo spettatore della grandezza di Oscar né renderlo pienamente partecipe del suo dolore, che non sappiamo fino a che punto sia autentico. “Non c’è poesia senza sofferenza”, va ripetendo ai ragazzi. L’atteggiamento è un po’ quello di chi reputa “bello” o “prezioso” il dolore dell’artista e irrilevante quello dei residui.

Stride anche rispetto al contesto il vaneggiare astratto di Oscar, che si dimostra puntualmente inadeguato alla realtà che lo circonda. Miseramente fallito il suo tentativo di scalare la vetta letteraria, ripiega sull’insegnamento in un liceo, dove nota il talento di una quindicenne di povera famiglia. Cercherà di spronarla nel coltivare le sue doti, ma con esiti tragicomici. Lo squallore e la pavidità dello stile di vita che Oscar conduce non si avvita bene con la scaltrezza e la disinvoltura che l’ambiente esige. Questo lo mette sempre in un angolo di umiliazione. I suoi colleghi, che più degli altri dovrebbero apprezzarne lo slancio creativo, non lo appoggiano. Da una parte la torta da spartirsi è piccola, dall’altra non lo credono nemmeno così bravo.

Tornando alla dissociazione fra uomo e scrittore di “Giorni perduti”, in “Un poeta” fatichiamo a distinguere spesso la maschera dalla persona. Questo enigma viene risolto da alcuni personaggi secondari, ma riconsegnato allo spettatore come ulteriore contraddizione: Oscar viene contemporaneamente definito “un pessimo poeta, ma una persona buona” da un collega e “un bravissimo poeta, ma una persona orribile” da sua figlia. Al di fuori della pagina (che non vediamo quasi mai), dove comincia e dove finisce il gesto poetico di Oscar? Questa la domanda che ci viene indirettamente posta lungo la visione.

Non sfugge, infine, l’antagonismo iconografico che riflette due concezioni di poesia agli antipodi. Da una parte l’effigie di José Asunciòn Silva, presente anche sulla banconota da 5.000 Pesos, dall’altra quella di Charles Bukowski, che pure viene nominato e compare in cornice. Il fatto che quest’ultimo sia il cantore del “realismo sporco”, portatore di uno stile crudo, volgare e diretto che narra di alcolismo, sesso e lavori precari (praticamente la diegesi del film), conferma l’asimmetria fra i desiderata estetici di Oscar e il compromesso, la sopravvivenza, il fango della vita.

L’aspetto più interessante di “Un poeta” è che Oscar sguazza in questa frustrazione. Se, a proposito di Bukowski, il poeta di “Storie di ordinaria follia” (1981) di Marco Ferreri galleggiava nella disillusione cronica e nel degrado con orgoglio e stile, Oscar si mette nella posizione della vittima per legittimare ulteriormente il suo essere poeta. Non è un caso che a un certo punto il ritratto di José Asunciòn Silva scompaia dalla parete di casa proprio quando Oscar decide di gettare la maschera e scrivere la sua unica poesia non triste, forse anche quella più autentica. Smettere di vivere nella posa, di pensare ingenuamente le proprie sventure come carburante poetico. Sganciarsi da ogni paragone velleitario.

Spesso il rischio è che ci sia soltanto commiserazione verso il loser in questo genere di film. La china scivolosa del compatimento dell’artista che non riesce a sostentarsi col suo lavoro e la pericolosa convinzione di fondo che qualcosa gli sia dovuto, al netto del talento o dell’apprezzamento del pubblico: vedi il recente “La mattina scrivo” (2025) oppure “Tienimi presente” (2025), per restare in Italia. A mancare spesso è proprio un sano e consapevole senso del ridicolo, di cui “Un poeta” fa la sua forza, decostruendo con mordace ironia il ruolo dell’artista dall’interno.

Detto ciò, il film ci interroga evidentemente anche sull’utilità che la poesia possa avere oggi e quali forme possa assumere. Ci si chiede se questa, concepita nella sua accezione tradizionale, abbia perso definitivamente la sua dimensione collettiva e serva ormai a impreziosire l’epica quotidiana di ciascuno. Il finale di “Un poeta” può ricordare in questo senso lo strano “Paterson” (2026) di Jim Jarmusch, dove ci erano proposte le poesie di un conducente di autobus, un non-poeta, il cui riconoscimento di valore artistico era esclusivamente a discrezione dello spettatore.

01/04/2026

Cast e credits

Titolo Originale
A poet
Distribuzione
Cineclub Internazionale
Durata
123'
Produzione
ARTE, Film i Väst, Ocúltimo, ZDF
Sceneggiatura
Simón Mesa Soto
Fotografia
Juan Sarmiento G.
Scenografie
Angélica Pardo
Montaggio
Ricardo Saraiva
Musiche
Matti Bye, Trio Ramberget
Costumi
Susana Valencia Upegui

Trama

Un poeta alcolizzato e dimenticato tenta di riscattare il proprio fallimento diventando il mentore di una giovane ragazza di talento. Il loro legame si scontra però con le ambizioni personali e le dinamiche ciniche di un mondo culturale che mercifica l'arte.
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