La mattina scrivo

La mattina scrivo


Valérie Donzelli

Drammatico | Francia
(2025)

Non sappiamo quanto di autobiografico Valèrie Donzelli abbia messo nell’immaginare l’esistenza di Paul, il protagonista de “La mattina scrivo”. Di sicuro si può dire che nel raccontare la determinazione del suo personaggio, deciso ad anteporre l’ideale artistico a quello materiale, la scelta del punto di partenza sia lontano dalla condizione che ha permesso alla regista di coltivare la propria passione. Perchè se è vero che la Donzelli è nata e cresciuta in un contesto che fin da tenera eta ne ha coltivato il talento, così non capita a Paul laddove la scelta di dedicarsi anima e corpo alla scrittura di un romanzo a discapito del successo riscosso in campo fotografico è motivo di critica innanzitutto in ambito familiare per l’incapacità del padre e della sorella di comprendere qualsiasi azione che esuli da un ritorno immediato e tangibile.

 

A parte questo l’identificazione (attestata da riprese ravvicinate che sposano il modo di sentire del protagonista) con la bohémien di un personaggio come quello di Paul, disposto ad accettare i lavori più umili e mal pagati e di vivere dovunque gli sia permesso pur di soddisfare l’anelito artistico può essere una delle spiegazioni dietro alla riuscita di un film come “La mattina scrivo” che in qualche modo riporta la Donzelli all’urgenza de “La guerra è dichiarata“, il lungometraggio che la rivelò al pubblico internazionale e che come il nuovo si calava in un contesto di realtà che la faceva da padrona nel raccontare un’esperienza condivisa in prima persona.

 

Rispetto a quel modello la Donzelli sceglie una forma più asciutta in cui lo sguardo di chi sta dietro la mdp, pur presente, è meno esibito e più coerente con la materia del film. La presenza della voce fuori campo ne è esempio non solo per la capacità di riprodurre il suono della parola in una vicenda legata in qualche modo all’evocazione del logos ma anche perchè l’oggettività di un narratore esterno permette alla storia di non piegarsi su se stessa, concentrandosi unicamente sui tormenti del “giovane scrittore”, ma di confrontarsi come invece succede con la società che lo circonda. In questo senso “La mattina scrivo” è (anche) un film sui nostri tempi e su come siamo diventati: da una parte ci aggiorna su cosa voglia dire essere povero nell’età contemporanea e dunque sull’oscenità di un sistema economico – e delle sue app – sempre più votato alla ricerca di nuovi “schiavi” (il meccanismo con cui Paul trova lavoro è scandito da una domanda al ribasso che azzera la remunerazione), dall’altra ci rende complici dell’invisibilità a cui è soggetto chi come Paul non può vantare le credenziali di una sicura affermazione.

Una cecità impressa nell’universo attraversato dal protagonista e che la Donzelli fa risaltare nella figura del padre di Paul quando accusa il figlio  di non essere un vero povero, replicando quella forma mentis che oramai ci impedisce di capire il prossimo al di là dei modelli imposti da televisione e pubblicità. E, di conseguenza, nella mancanza di empatia delle persone a cui Paul si rapporta nel corso dei suoi lavori occasionali. Aspetto quest’ultimo evidente tanto nella scrittura, pronta a cogliere l’apatia del pensiero che caratterizza quegli incontri, quanto nella messinscena, per la presenza di inquadrature in cui nel presentarsi ai vari datori di lavoro Paul è spesso ripreso non a figura intera ma attraverso una parte del corpo nella considerazione di un processo che agli occhi degli altri gli ha tolto qualsiasi umanità riducendolo a pura forza lavoro. Indegno di partecipare alle vite degli altri e per questo separato dal mondo come succede nella scena del balcone in cui i vetri che separano Paul dagli interni dell’attico diventano il modo utilizzato per prendere le distanze dalle nostre responsabilità e, come fa con Paul il padrone di casa, da un impegno che possa prevedere una qualunque forma di coinvolgimento emotivo.

E’ questo il senso della sequenza iniziale, non a caso estrapolata da un  pezzo di storia successiva per fare da introduzione alla vicenda che sta per essere raccontata. Parliamo di quella in cui il muro ricoperto da una carta ornamentale cede un poco alla volta all’irruenza dei colpi di martello inferti da Paul e dagli altri operai incaricati di ristrutturare la casa. Lo sguardo del protagonista che guarda al di là della parete per poi entrare nello spazio antistante diventa il simbolo della presa di coscienza a cui “La mattina scrivo” ci richiama. Lo scarto tra l’artificiosità dello sfondo impresso sulla carta da parati e il crudo realismo dei calcinacci a cui è ridotta la parete al termine di quell’azione diventa la dichiarazione d’intenti del film, ovvero il tentativo di condividere con lo spettatore una  presa di coscienza come quella di Paul, espunta da qualsiasi forma di romanticismo o atteggiamento consolatorio.    

 

Esente dalla retorica con cui di solito l’indigenza viene raccontata – perchè a differenza dei più sfortunati Paul può scegliere se abbracciarla oppure no – “La mattina scrivo” ci ricorda l’esistenza di una povertà ancora più dolorosa rappresentata dalla mancanza di compassione che arriva a fare di Paul un desaparecido anche all’interno della propria famiglia. Ad attestarlo in senso positivo è soprattutto la scena finale in cui la ricomposizione della crisi non è data dal ritorno economico (così come vorrebbe la retorica corrente) e dunque dal ripristino della condizione di partenza, bensì dal recupero della sfera affettiva come testimoniano le lacrime di Paul, fin li restio a mostrare la fatica di tenere fede alla sua scelta e ora commosso dalle parole di stima del figlio, finalmente partecipe alle vicissitudini del genitore.

 

Inserito nel concorso ufficiale dell’ultima edizione del Festival di Venezia,  “La mattina scrivo” non manca di richiami al grande cinema: quello al Francois Truffaut di “Finalmente Domenica!” nella sequenza in cui Paul osserva le gambe delle donne dalla finestra dello scantinato (ma qui l’effetto evocato è la solitudine e non il desiderio) e ancora “La passione di Giovanna D’Arco” con il volto del protagonista simile per postura e taglio di capelli a quello di Renee Falconetti. In effetti “La mattina scrivo” deve molto alla prova d’attore di Bastien Bouillon e a una performance che sulla scia del motto “less is more” si disfa dei cliché pauperistici e di certo maledettismo artistico puntando a un minimalismo  capace di arrivare alla verità del suo personaggio spogliandosi da qualsiasi forma di sovrastruttura. Per chi scrive quella di Bastien Bouillon è interpretazione da ricordare.

11/03/2026

Cast e credits

Titolo Originale
À pied d'œuvre
Distribuzione
Teodora Film
Durata
92'
Produzione
France 2 Cinéma, Pitchipoï Productions
Sceneggiatura
Valérie Donzelli, Gilles Marchand
Fotografia
Irina Lubtchansky
Scenografie
Emmanuel de Chauvigny
Montaggio
Pauline Gaillard
Musiche
Jean-Michel Bernard
Costumi
Nathalie Raoul

Trama

I tormenti e la povertà di Paul che rinuncia alle certezze di un lavoro di successo per il desiderio di scrivere un romanzo.
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