Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile dei suoi precedenti film, collocando “Romería – Il mare dei ricordi” in particolare come un ideale sequel del suo esordio, “Estate 1993”. Quest’ultimo ha come protagonista Frida, una bambina di sei anni che lascia la sua casa a Barcellona in seguito alla morte della madre e si trasferisce nella campagna catalana dagli zii (in sintonia con il vissuto di Simon stessa, che ha perso i genitori alla medesima età a causa dell’Aids, per crescere con gli zii nella Catalogna settentrionale).
Il nuovo film segue invece le vicende della neo maggiorenne Marina, rimasta orfana in tenerissima età, che sulle tracce della famiglia del padre biologico si reca in Galizia, dove quest’ultimo ha conosciuto sua madre. Il suo obiettivo dichiarato è farsi riconoscere ufficialmente come sua figlia: mentre incontra zii, cugini e parenti mai conosciuti prima, cerca di ricomporre i ricordi, talvolta contraddittori, dei suoi genitori.
La salvaguardia della memoria famigliare attraverso diverse generazioni, minacciata da forze esterne e dalla modernità, è del resto il cuore anche di “Alcarras” (secondo lungometraggio di Simón), incentrato sul destino del frutteto in mano da decenni ai Solé, il cui ultimo erede è pronto a vendere a chi ci costruirebbe pannelli solari. “Romeria” ripropone il placido andamento naturalista di quest’ultimo, nel quale, ponendo l’accento sull’indagine della protagonista, innesta in filigrana una detection, di cui conta non tanto la risoluzione del mistero quanto il suo impatto a livello esistenziale. In ballo c’è il passato dei genitori ma soprattutto il presente e il futuro di Marina, in un percorso di presa di conoscenza e coscienza di sé. Il film si configura dunque come un classico coming of age, ibridato con diversi altri generi.
Simón non abdica a un cinema che si sofferma sull’intima quotidianità e sui sentimenti della protagonista, adottando interamente il suo punto di vista e seguendola da vicino con la macchina da presa anche nei momenti più privati. Lascia che la sua interiorità emerga spontaneamente dai dialoghi e dagli avvenimenti: la Frida di “Estate 1993” e Marina hanno in comune un turbamento interiore che più si sforzano di celare più emerge agli occhi di spettatore e personaggi. Divergono invece per il loro approccio al mondo esterno. La piccola Frida si lancia in avventure con la coetanea Anna alla scoperta della natura. Marina, da poco maggiorenne, sente il peso della maturità e dell’assenza dei genitori biologici, che la portano inizialmente a apporre una barriera rispetto ai tentativi di avvicinamento di amici e parenti, rifiutando esplicitamente il divertimento e l’affetto che gli offrono rispettivamente i primi e i secondi.
In questo quadro, gioca un ruolo cruciale l’ambientazione geografica e temporale. “Romería” si svolge in una località marittima nei mesi più caldi, tipica del cinema estivo europeo, ma in cui, al posto del rovente sole che avalla cotte, tresche e quant’altro come da canone, propone cupe nuvole e atmosfere uggiose. Come ne “Il raggio verde”, il clima si fa specchio dei sentimenti melanconici della protagonista, che cozzano con quelli allegri di chi le sta intorno, trasmettendo il disagio che prova chi si chiude dentro se stesso quando viene costantemente sollecitato ad aprirsi.
Marina, infatti, scopre informazioni sui suoi genitori, in particolare la travolgente passione e l’uso di droghe, e comincia a comportarsi in maniera diametralmente opposta. Il loro destino tragico, la prematura scomparsa a causa dell’Aids, diventa per lei oscuro presagio da cui inizialmente fa di tutto per scappare. Il film abbraccia allora gli elementi cardine della ghost story, in cui i defunti incombono sui vivi come se fossero ancora presenti tra di loro. Le fotografie dei genitori sparse per le case dei parenti e i loro oggetti rimasti intatti per vent’anni fungono da lugubre simulacro.
La protagonista ritrova i diari della madre e, mentre li legge, rivisita i luoghi della sua giovinezza filmandoli con una videocamera, di cui spesso l’inquadratura adotta la prospettiva. La narrazione si sposta senza soluzione di continuità tra il 1983 (evocato nelle testimonianze lette ad alta voce) e il 2004 (anno in cui si svolgono le vicende di Marina), mettendo in scena il flusso interiore della protagonista, che finisce per perdersi nei ricordi del genitore scomparso e confondere i due piani di realtà. Elementi suggestivi, che perdono però fascino per le modalità in cui sono rappresentati, che ricercano una facile presa con lo spettatore.
L’ambientazione a inizio anni 2000, agli albori del digitale, funge da aggancio nostalgico; il ricorso a filmini amatoriali, con la loro patemica sgranatura, è come di consueto strumento per facilitare l’empatia verso vicende e personaggi. Così come quello insistito della voice over esplica temi e riflessioni in un intento didascalico evocato fin dal titolo (in catalano “pellegrinaggio”) che scioglie quel senso di mistero e opacità tipica della ghost story e della detection. Se l’intenzione era andare in profondità, “Romería” resta nei fatti a pelo d’acqua.
Il film, dunque, conferma la cura e l’eleganza della regista nel delineare situazioni e personaggi, quanto l’assenza di una storia abbastanza forte da supportali. Da segnare comunque l’ottima prova dell’esordiente Llúcia Garcia (Marina), candidata ai Goya come miglior attrice esordiente.
07/06/2026