Inizia stranamente il ritorno di Nanni Moretti a Venezia, saltando da Oslo all’India e con un occhio particolare per l’architettura, Sembra per un attimo un film con ambizioni diverse da quelle del Moretti del passato, ma dopo poco siamo subito a Roma e si torna all’orizzonte previsto, quello del recente sviluppo drammatico, meno autoriflessivo e “morettiano” già visto in “Tre piani”: non a caso anche questa volta il regista si trova ad adattare un libro di Eshkol Nevo, “Legami”. Siamo quindi ancora una volta a Roma, una Roma senza monumenti ma quasi idealizzata, fatta di grandi appartamenti, parchi puliti e strade deserte.
Nell’arco di un paio di decenni si svolge la storia, focalizzata tutta sulla coppia di amanti Louis Garrel/Jasmine Trinca: si imbattono l’uno nell’altra, non si rivedono per anni, si incontrano per caso e intrecciano una relazione nonostante le rispettive famiglie, in nome di un destino che Matteo (Garrel) rivendica come necessario, devono stare insieme. Una trama essenziale che non ha niente di nuovo, forse a parte il fatto che non è esattamente il tipo di narrazione che ci si può aspettare da Moretti. Ma sopra uno scheletro da melodramma la regia è contenuta, priva di eccessi come è sempre stata, e questo contegno da un lato evita alcuni sentimentalismi (se ha senso farlo) ma dall’altro fossilizza persone e azioni. La mancanza di vitalità va a confondersi con un minimalismo ricercato.
Alla fine il risultato è che il film è più interessante proprio nei momenti in cui traspare il Nanni che conosciamo. A partire dal casting di Garrel, sex symbol che non si trova male a fare un personaggio quasi ingenuo, bambinesco, che per il resto ha molto dei personaggi di Moretti, fino ai tempi comici con cui recita certe battute spiazzanti. Il resto del cast per la maggior parte del tempo vuole imitare quel modo particolare di (non) recitare e l’effetto ha un che di straniante. Questa condizione di stasi generale è a volte in contrasto con ciò che succede in scena; scena paradossale quella del concerto di Springsteen, dove il cantante esibisce più energia vitale che qualsiasi personaggio. Più che a un live del Boss, “Tutto succederà questa notte” assomiglia a un concerto di Bob Dylan degli ultimi anni: c’è anche qui un artista di una certa età che vuole fare cose diverse da quelle che lo hanno reso famoso e tutti cercano, e in più manca la carica rivoluzionaria dei tempi della giovinezza. Sacrosanto cercare nuove direzioni, ma Dylan ci riesce un po’ meglio.
A lungo andare, tra qualche risata, diventa sempre più chiaro che il protagonista del film è simpatico ma anche irresponsabile, immaturo e senza alcuna consapevolezza. Attorno a lui e l’amante c’è la sofferenza di altri personaggi che rimangono perlopiù ai margini, come la madre che non ha visto crescere suo figlio o la figlia del personaggio di Jasmine Trinca, trascurata tanto dai genitori quanto dal film. D’altronde neanche Michele Apicella era uno stinco di santo, ma in quei film non c’era bisogno di amarlo, si parlava di altro. Qui non è chiaro di cosa si possa parlare oltre a quello che c’è in superficie, e tra le altre cose il discreto privilegio dei personaggi, che abitano una Roma sconosciuta ai più, non è messo in discussione nemmeno per un secondo, se non forse per il bizzarro momento in cui la bambina menzionata sopra si perde e viene ritrovata a giocare con una bambina rom.
Qualche trovata interessante scaturisce dal mestiere della protagonista femminile, che è un’attrice (e non si sa fin da subito). Anche il gran finale sfrutta questo doppio livello di finzione e realtà, con il dispositivo narrativo di una performance teatrale, solo che anche qui recitano tutti non come a teatro, ma come in un film di Nanni Moretti. Anche il finale in sé elimina ogni possibile problematica sorta finora, celebrando questa storia d’amore, in cui l’amore è quella cosa decisa dal destino che deve durare per sempre o non durare affatto, e non esiste niente al di fuori di esso. Magari non è un’idea conservatrice, ma immatura sì. A meno che non sia tutto un sogno del protagonista, vista l’atmosfera vagamente surreale. Di solito è il peggiore tipo di finale, in questo caso sarebbe stato un miglioramento.
07/09/2026