A House of Dynamite

A House of Dynamite


Kathryn Bigelow

Drammatico, Thriller | Usa
(2025)

La storia del cinema, come tutte le storie, è fatta da corsi e ricorsi. L’epoca che questa parte di mondo – e non solo questa – sta attraversando ha radici che affondano nel Novecento, anzi, si potrebbe dire che in questi anni del XXI secolo si stanno davvero facendo i conti con il secolo breve. Pertanto conflitti aperti, nuove guerre fredde, tensioni internazionali, violenza politica si stendono come un’eco, in alcuni casi una ripetizione di un copione che uomini e donne del passato hanno già recitato.

Tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta la guerra fredda tra Stati Uniti d’America e URSS ebbe una lunga fase di tensione con l’acme della crisi missilistica di Cuba che per due settimane fece affacciare il mondo sul baratro della terza guerra mondiale. Tra i numerosi artisti e intellettuali ossessionati dalla paura atomica figura Stanley Kubrick che, a partire dal romanzo “Red Alert”, preparò con la solita certosina precisione (e segretezza) “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (1964). Non tutti sanno che quasi contemporaneamente Sidney Lumet girava “A prova di errore” (Fail Safe, 1964), un’opera oggi molto meno famosa del classico kubrickiano citato da numerosi commentatori come punto di riferimento (benché speculare nei toni) di “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow, appena presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Se oggi il titolo di Lumet risulta oscuro ai più è anche perché all’epoca il film si risolse in un flop, causato dalla denuncia per plagio di Peter George, autore di “Red Alert”, e Kubrick ai danni di Burdick e Wheeler, scrittori del romanzo omonimo da cui Lumet trasse la sua pellicola. L’uscita nelle sale nove mesi dopo “Il dottor Stranamore” fu fatale, almeno sul piano finanziario, al film di Lumet. La trama dei due romanzi è invero molto somigliante ma le trasposizioni cinematografiche divergono: laddove Kubrick trasforma la paura atomica in una satira al vetriolo, Lumet mette in scena con realismo la crisi politica e, dunque, umanissima di fronte alla possibilità di una guerra nucleare. Ebbene “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow è a tutti gli effetti l’aggiornamento all’AD 2025 delle ansie e dei timori della guerra fredda messi in scena da Lumet in “Fail Safe”. 

Sia “Fail Safe”, sia “A House of Dynamite” iniziano dalla componente domestica: un ufficiale si sveglia, saluta i propri familiari e si prepara per andare a lavoro, a Washington. L’incipit del film di Lumet era una sequenza onirica carica di simbolismi in cui il risveglio del generale Black, che doveva partecipare a un’importante riunione al Pentagono, sottolineava a partire dalla fotografia in bianco e nero dai forti contrasti un presago stato di alta tensione. In “A House of Dynamite” il capitano Olivia Walker che lavora nella Situation Room della Casa Bianca è invece fotografata nella normale routine familiare di un giorno che inizia come tanti altri. Molto presto durante il turno lavorativo appare un allarme sul megaschermo  della Situation Room: i radar della base di Fort Greely, in Alaska, hanno rilevato un missile a testata nucleare in una zona dell’Oceano Pacifico. C’è qui la prima di diverse lacune tecnologiche, in quanto i radar non sono riusciti a registrare esattamente il momento del lancio e, pertanto, è impossibile associare una bandiera al missile. Dopo poco i calcoli della traiettoria stabiliscono che entro 19 minuti l’ordigno esploderà su Chicago.

In “Fail Safe” Lumet monta in parallelo una serie di personaggi che in simultanea vivono lo stesso tempo fino a convergere e a intrecciarsi nei momenti apicali della crisi. Bigelow, sorretta dallo script di Noah Oppenheim, sceglie invece una ripartizione della narrazione che procede per capitoli che seguono gruppi di personaggi e dunque punti di vista diversi, in un “effetto Rashomon” in cui a contare non è tanto la “frequenza ripetitiva del racconto” (cfr. Genette) quanto la messa in scena delle risposte individuali e dei meccanismi militari, politici e burocratici innescati. Bigelow non rinuncia ai segni distintivi del proprio stile cinematografico in una retorica visiva concitata da macchina a mano, focali lunghe e improvvise zoomate, ma è in generale un film di gran lunga più misurato, persino classico rispetto al trittico composto da “The Hurt Locker“, “Zero Dark Thirty” e “Detroit” caratterizzati da un montaggio assai sincopato financo tonale nelle scene d’azione e, in generale, da una frammentazione prospettica che qui riguarda la forma del racconto piuttosto che la forma visiva[1]. Sicuramente più ripetitivo nella sua compattezza seriale, l’elemento virtuoso di “A House of Dynamite” concerne il gioco di prestigio in cui si profondono con perizia Bigelow e il montatore Kirk Baxter, i quali per l’intera durata comprimono e dilatano gli stessi 19 minuti, imponendo un timbro peculiare a ogni capitolo e ogni volta ricostruendo un crescendo drammaturgico teso a frustrare le attese degli spettatori.  

In “Fail Safe” per un errore tecnico e di comunicazione, a causa di una diabolica manomissione nel “Dottor Stranamore”, dei bombardieri statunitensi si dirigono sul suolo russo per un attacco nucleare ingiustificato: pertanto i presidenti degli Stati Uniti cercano di convincere le controparti sovietiche della loro assoluta estraneità agli attacchi. In “A House of Dynamite” si entra nel merito della questione morale ribaltando la prospettiva: è l’America a essere sotto attacco ma non è nota né la paternità dell’attacco né le motivazioni, c’è solo un missile che viaggia a rapida velocità minacciando la vita di circa dieci milioni di persone. Pertanto, Oppenheim in sede di scrittura e Bigelow in cabina di regia riprendono la formula del cold war thriller riesumando alcuni caratteri, come il generale guerrafondaio e ammalato di realpolitik (si trattava del professor Groeteschele, incarnato da Walter Matthau, nel film di Lumet), il Presidente della Repubblica degli Stati Uniti pensoso e pieno di dubbi (molti di più quelli di Idris Elba, rispetto a Henry Fonda), e rielaborando alcune situazioni come la fatidica telefonata con il premier russo qui gestita da un prudente consigliere della NSA che prova a capire la buona fede della controparte convincendoli che non ci saranno ritorsioni. Ma la geopolitica non è mai un gioco a somma zero ed è difficile stringere un patto di fiducia col proprio nemico. Inoltre, se il film di Lumet era rigoroso e profondamente umanista, quello di Bigelow, pur concentrandosi sui risvolti privati di diversi personaggi, è soprattutto un’esperienza boots-on-the-ground, esattamente come lo sono i lavori da “The Hurt Locker” in poi, opere che dimostrano una conoscenza profonda e profondamente tecnica della materia trattata, tanto da usare sempre un preciso gergo specialistico – e non rinunciando d’altra parte a una componente spettacolare. “A House of Dynamite” è infarcito di lessico della politica e sia gli ordini, sia i diversi protocolli eseguiti sono gli ingranaggi di un meccanismo difficile da arrestare, un effetto domino in cui tutti i personaggi, dal più cauto al più bellicoso, sono trascinati come da un’ordalia che li risucchia, poiché l’incessante ticchettio dell’orologo limita il pensiero razionale sottomettendo il fattore umano a computazioni precedentemente elaborate (per non doverle mai mettere in pratica, si dirà), il libero arbitrio alla guerra automatizzata. La metafora del titolo di cui viene fatta l’esegesi è abbastanza limpida: la casa di dinamite altro non è se non il nostro mondo, una casa le cui pareti sono imbottite di esplosivo e che noi continuiamo ad abitare nell’ingenua illusione che non possano esplodere da un momento all’altro. 

[1] Per approfondimenti, si rimanda al volume “Kathryn Bigelow. L’arte del dinamismo plastico” a cura di Antonio Pettierre e Fabio Zanello (Falsopiano 2024).

14/09/2025

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