I bambini sanno

I bambini sanno


Walter Veltroni

Documentario | Italia
(2015)

Accostarsi all’universo dei bambini con una telecamera è sempre un’impresa ad alto rischio. Si finisce spesso per scivolare nel patetico, o, peggio, nella manipolazione. In questo caso, poi, a complicare ulteriormente le cose era il cognome del protagonista, destinato inevitabilmente ad attirare divisioni e pregiudizi. Insomma, diciamocelo chiaramente: c’era un esercito di cecchini col fucile spianato pronto a fare fuoco su un’operazione che appariva come una “veltronata” annunciata. Deposte, infatti, almeno per il momento le velleità umanitarie in Africa, l’ex-sindaco di Roma si è imbarcato in un altro progetto ad alto coefficiente “sensibile”: sviscerare i temi dell’infanzia attraverso le interviste a 39 bambini fra gli 8 e i 13 anni, di ogni estrazione ed etnia. È nato così “I bambini sanno”, secondo docu-film a firma Walter Veltroni, dopo l’interessante “Quando c’era Berlinguer” (scampato alla mannaia dei cecchini di cui sopra se non altro per l’intoccabilità del protagonista). E, a dispetto anche del poco invitante trailer, il risultato è stato sorprendente. Al punto da addolcire alcune di quelle penne già imbevute di fiele (finanche quella di Andrea Scanzi sul “Fatto Quotidiano”), anche se, specie a destra, c’è chi non si è lasciato sfuggire l’occasione per spargere sarcasmo e bestialità (“Veltroni usa i bambini per farci digerire gay e immigrati”, si è arrivati a leggere su Il Giornale), perché – come ricorda Boris Sollazzo – “in Italia, in fondo, apprezzano i politici che vanno con le minorenni, non certo quelli che con i minorenni provano a parlarci e si sforzano di capirli”.

Ma sarebbe fuorviante anche analizzare “I bambini sanno” come un film. Le citazioni e gli omaggi cinefili sono condensati tra il titolo – ispirato a “Il Piccolo Principe” di Saint-Exupery (“I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta”) – e le sequenze iniziali, con una carrellata ad effetto sulle note di Danilo Rea, che rimanda al Truffaut de “I 400 colpi” con il suo Antoine Doinel e la più celebre delle fughe in spiaggia, topos ricorrente anche in tanti altri registi, indirettamente chiamati in causa, da Kitano al Daldry di “Billy Elliot”, passando per Scola, Salvatores e Tornatore. Lo sguardo “cinematografico” si concentra qui e nel toccante – ma un po’ prevedibile – finale hollywoodiano della pineta ripresa dall’alto. Il tono complessivo, infatti, si avvicina più a quello di una inchiesta giornalistica, di un’asciutta indagine televisiva alla Zavoli. Con una scansione delle interviste per capitoli – Amore, Famiglia, Dio, Omosessualità, Crisi – funzionale ad aggiungere ritmo alla narrazione.

L’abilità del regista sta nel deporre ogni orpello politico e morale, accostandosi ai bambini con la curiosità (largamente perduta) degli adulti che non hanno dimenticato cosa sia l’infanzia, inclusi i suoi dolori (lo stesso Veltroni perse il padre a un anno), le sue alienazioni (la parola “solitudine” ricorre spesso), le sue privazioni, anche le più banali, come una maglietta della Roma negata da uno spietato Babbo Natale cui erano pure stati lasciati in dono latte caldo e biscotti.

L’intervistatore è sensibile, rispettoso, sa ascoltare e scegliere le parole giuste (come quando il carcere del padre si trasforma in “un posto”), condividendo stupore e sincero divertimento. Certo, alcuni tratti del Veltroni-politico sembrano riaffiorare, dalla pericolosa propensione al ma anche – applicata qui alla ricerca dell’universalità di tipologie ed estrazioni sociali – alla parola d’ordine I care, che si tradurrà nell’esaudire il sogno del piccolo Marius di vedere per la prima volta il mare, facendo versare qualche (legittima) lacrimuccia.

Ma i veri – e straordinari – protagonisti del documentario sono i bambini, ripresi nel loro ambiente naturale – le camerette colorate, piene di palloni, poster, peluche – e catturati, come dice il regista, “in quell’età lì, quando hanno un milione di cose da dire e da chiedere perché non sono più così bambini da essere inconsapevoli, ma neppure ancora abbastanza ragazzi da essersi costruiti un po’ di corazza. Prima che alle domande gigantesche subentrino le risposte”. E così le loro risposte spiazzano, confondono. “Qualcuno buono con me qui al campo rom? Ehm… no, nessuno”, gela tutti Marius dagli occhi vispi e malinconici. “Cosa serve per essere felici? Sognare. E che cos’è che i bambini sanno più dei grandi? Inventare le cose”, teorizza a colpo sicuro il filippino Kevin. “Dieci anni è un’età difficile, i grandi non sanno”, spiega Lorenzo, di famiglia benestante. “Come mi sembra l’Italia? Non tanto bella”, ammette la figlia dell’operaio disoccupato dell’acciaieria Lucchini di Piombino. “Ti manca una figura paterna? No”, chiosa in scioltezza la figlia di due mamme lesbiche. “Credo a Dio? Sì, più o meno”, esita Giacomo, alunno di scuola privata cattolica con genitori atei: “Visto che mio padre e mia madre non ci credono, io sono ancora indeciso”. “La prima comunione? Un disastro, l’ostia mi si è attaccata al palato”, confessa un piccolo affetto dalla sindrome di Down come Luna, appassionata di Peppa Pig e protagonista di un geniale duetto con la gemella Gaia.

Il montaggio, che inframezza gli interventi dei bambini con vignette e video, riesce ad alternare riflessioni e risate, stupore e commozione. Ma alla fine gli sguardi che si conficcano addosso sono quelli dei reduci da esperienze dure, laceranti: la malattia, la perdita di un padre in giovane età – sublimata da Benedetta con il ricordo del suo profumo (“misto di acqua di Parma e sigarette”) e la passione per la scrittura – l’abbandono da parte di un altro padre, rimasto in Colombia con la fidanzata (“Mi chiama solo una volta l’anno”, ricorda Diego), un nonno assassinato dalle Brigate Rosse (quello del piccolo Vittorio), oppure l’odissea su una carretta del mare diretta a Lampedusa, la convivenza quotidiana con topi e degrado, o anche solo la condizione di isolamento dettata dalla diversità, come nel caso del genietto siciliano della matematica perseguitato dai bulli.

L’ingenuità e il candore non dissimulano piccole convinzioni in fieri. Non mancano i saputelli, le future primedonne. E qualche risposta abbatte anche il filtro del politically correct, come nel caso della ragazzina nera alla quale non piacciono i gay. Cionondimeno, volendo trovare un neo al pur ottimo “casting”, sono tutti un po’ troppo buoni e sensibili, proprio come il regista. Mancano i problematici, i bulli, gli stronzi. Ma in fondo, per una volta, si può accettare questa inclinazione all’ottimismo, alla ricerca di un’Italia più fiduciosa, che non seppellisca le contraddizioni ma se ne faccia carico. Sì, insomma: I care, prima che diventasse uno slogan elettorale usa e getta.

“I bambini sanno” è un viaggio oltre la soglia dell’indifferenza e della superficialità con cui si è soliti guardare all’infanzia. Un ritratto generazionale che dimostra come, pure in un tessuto sociale così dilaniato e arido (negli anni 60 in Italia c’era un bambino ogni 4 abitanti, oggi uno ogni otto), esista ancora un’idea di purezza e di fantasia da preservare per garantirsi un futuro. Perché “futuro è una bella parola”, come dice proprio uno dei protagonisti dal domani più difficile. E anche se il mondo non sarà salvato dai bambini, fermarsi per un attimo ad ascoltarli potrà aiutare a migliorarlo, come suggerisce lo strillo promozionale, ispirato dal commento di una ragazzina dopo la visione del film: “Spero che lo vedano i nostri genitori, così ci capiranno meglio”. E speriamo non solo loro.

17/04/2015

Cast e credits

Distribuzione
Bim
Durata
113'
Produzione
Palomar, Sky Cinema, Wildside
Sceneggiatura
Walter Veltroni
Fotografia
Davide Manca
Montaggio
Gabriele Gallo
Musiche
Danilo Rea

Trama

I bambini sanno, spesso più dei grandi. Attraverso le interviste a 39 piccoli protagonisti di ogni etnia ed estrazione sociale, Veltroni costruisce un piccolo mosaico generazionale che commuove e fa riflettere
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