Cella 211

Cella 211


Daniel Monzón

Drammatico | Francia, Spagna
(2009)
È pungente.

Come l’odore acre della sconfitta.

Come l’inerme sensazione di affogare, inesorabilmente.

Tranquilli. Sotto i piedi c’è la terra. Nell’aria non si affoga. Si può al massimo soffocare, annaspando gli ultimi singulti di una inutile risolutezza.

Gli bastano cinque minuti di pellicola, al povero Juan, per entrare nell’inferno senza scampo. Lui che è così bellino, pulito e giovane. Ed è un funzionario del carcere al suo primo giorno. Veramente, a essere precisi, il suo primo giorno sarebbe domani, ma l’eccessivo zelo e la voglia di farsi ben volere dai colleghi secondini è più forte di lui. Così si presenta oggi al carcere, in borghese, come un visitatore qualsiasi. Lascia a casa la moglie, bellissima, a cullare il pancione che da sei mesi gli sta regalando la felicità di un futuro figlio.

Lascia tutto a casa. Senza sapere che, così, potrebbe non rivedere mai più nulla.

Inizia in questo modo “Cella 211”. Senza mezzi termini o inutili escamotage filmici,  perché non c’è da girare attorno alle parole, ai fatti. In meno di dieci minuti il luogo, angusto e pallido, diroccato e apparentemente deserto (le prime inquadrature si svolgono lungo il braccio dell’isolamento) si trasforma in una zona di guerra. Si scatena la rivolta. Programmata.

Tutto, all’interno di un carcere, è programmato. I detenuti hanno tempo, possono studiare. Non i libri, certo. Solo qualcuno lo fa, quello.

Gli ergastolani sono forti, palestra quotidiana, sport collettivo nelle ore d’aria. Poi c’è la rabbia. Quella forza intima che gli sale dal sangue. Il quale ama solo ed esclusivamente se stesso. Sangue chiama sangue.

I secondini invece sono padri di famiglia, sono funzionari. Siedono la maggior parte del tempo, parlano e giocano a carte nei turni di riposo. Bevono.

C’è un divario. Un abisso. Il manganello è il primo a sprofondare nel baratro della paura, quando la distanza si assottiglia e ti ritrovi alla stessa altezza dei detenuti. Scendi nell’inferno e vedi come si sta. Non fa caldo. Figuriamoci. Fa freddo. Fa tremare. Come il brivido che ti corre lungo la schiena se hai un coltello puntato sulla pelle nuda.

C’è solo un modo, per un povero sfigato (nel senso di individuo molto poco fortunato) come Juan. Un solo modo per cercare di salvare la pelle: fingersi un detenuto. Poco credibile? No. La chiave di lettura è ben più disarmante. Gli riesce così bene (e nessuno se ne accorge) perché, in fondo, nell’intimo è esattamente come loro.

Un essere umano.

Che di per sé è violento e brutale.

Ma la storia non finisce qua. L’idea, questa di cui sopra, è solo la punta dell’iceberg di una visione molto più ampia (quella di Monzón, che ha azzeccato un film incredibile modificando non poco il buon romanzo “Celda 211”). Visione, questa, che è irrimediabilmente legata alla congiuntura, all’oggi, al dramma dei dissensi da strada figli di una crisi non solo economica ma anche morale, al peso politico che ha avuto, e continua ad avere (non solo in Spagna), la “condizione dei carcerati”. E poi, trattandosi di un film profondamente spagnolo, in tutto se stesso trasuda quella vergogna, quella rinnovata furia all’indirizzo di certe prese di posizione del Gobierno nei confronti degli etarras.

Siamo lontani dall’algida e disarmante crudeltà dei romanzi di Bunker, o dalla trasognata poetica dei film di Darabont – che a loro volta si allontanavano per sguardo personale dai mostri sacri del cinema carcerario made in Usa. Per certi versi non è neppure accomunabile al bellissimo “Il profeta“, altro film che sconvolge le regole del genere in questo 2010 cinematograficamente già molto prolifico. “Cella 211” è diverso e lontano perché assolutamente scollegato da un tipo preciso di plot e genere. Anche da un punto di vista comunicativo, si tratta di un’opera che ha molto da dire proprio a livello di “(de)formazione”. Violenta, esasperata. Figlia del nostro – purtroppo – male di vivere.

Veloce, intenso, drammaticamente privo di qualsivoglia romanticismo, interpretato magistralmente (Tosar è devastante) e girato – in quel digitale un po’ sgranato e fluido da filmato del telegiornale della sera – con talento invidiabile.

Insomma, un film straordinariamente perfetto.

17/04/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Celda 211
Distribuzione
Bim, Bolero Film
Durata
110'
Produzione
La Fabrique 2, La Fabrique de Films, Morena Films, Telecinco Cinema, Vaca Films
Sceneggiatura
Daniel Monzón, Jorge Guerricaechevarría
Fotografia
Carles Gusi
Scenografie
Antón Laguna
Montaggio
Cristina Pastor
Musiche
Roque Baños

Trama

Juan Olivier entra nel carcere di Zamora, nel suo primo giorno di lavoro come funzionario. Una rivolta improvvisa lo catapulterà però dall'altro lato della barricata. In mezzo ai detenuti, non conosciuto, ha una sola speranza di salvezza: fingersi uno di loro. Quello che all'inizio è un istinto di sopravvivenza, tuttavia, lo farà sprofondare in un abisso di violenza alla quale nemmeno lui potrà fare a meno
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