Nelle sequenze incriminate, assistiamo in rapida successione al divenire dei fatti che fanno di Detroit lo scenario di una guerriglia urbana senza precedenti, con esercito e forze di polizia impegnate nel tentativo di ristabilire l’ordine. Per raccontare l’antefatto, che porta lo spettatore alla notte del massacro perpetrato da tre agenti nei confronti degli ospiti di un albergo della città nel corso del quale persero la vita tre ragazzi di colore, la Bigelow si affida agli strumenti del cinema documentario, moltiplicando i punti di vista e filmando in prima linea il corso degli eventi. Ma c’è di più, perché radicalizzando il discorso già visto nei due film precedenti la regista sfugge alle regole del cinema classico evitando di fare dei personaggi il centro catalizzatore della vista dello spettatore. Al contrario, in questa prima fase, il film sembra recalcitrare all’idea di fornire informazioni più precise su quelli che saranno le colonne portanti della narrazione, sostituite dall’azione devastante dalle migliaia di sconosciuti che si riversano nelle strade mettendo a ferro e a fuoco la città. Esemplare in questo senso, la sequenza in cui la Bigelow ci mostra l’inseguimento in macchina e poi a piedi (uno dei must della regista americana) di una pattuglia di poliziotti che tenta di fermare uno dei tanti che hanno appena saccheggiato un negozio. Dopo una serie di depistaggi, la parentesi concessa al fuggitivo e la presenza di qualche primo piano, si lascia credere – ma non è così – che costui possa essere parte integrante del progetto che invece lascia lo spettatore con un palmo di naso sconfessando le intuizioni che gli aveva suggerito. Una tendenza, questa, che la Bigelow persegue per tutta la durata del film, anche quando il campo d’azione della telecamera smette di rastrellare la topografia della città rinchiudendosi all’interno dell’edificio che ospita il massacro. Un passaggio, quello dei carnefici che approfittano delle circostanze per sfogare i retaggi della propria ignoranza, destinato a costituire la parte centrale della storia, forse la più importante per la maniera con cui l’autrice riesce a conciliare la sua capacità di fare spettacolo con la necessità di rimanere all’interno di un alveo proprio del cinema civile in cui l’esposizione del sangue non deve superare il rispetto dei fatti e delle persone che ne sono state vittime. Ciò detto, “Detroit” rimane comunque – e, diciamo noi, per fortuna – un film della cineasta, e quindi un’opera/prodotto che si presta a una lettura più semplificata, rivolta a quella larga fetta di appassionati abituati ad abbassare le difese della ragione, privilegiando l’adrenalina tipica degli action thriller e, nello stesso tempo, vicina a coloro interessati ai contenuti intesi come chiave di lettura della realtà contemporanea. Destinato ad allungare le fila dei titoli anti-Trump, “Detroit” è il risultato di un lavoro calcolato al millimetro, tale da accontentarsi di una correttezza politica che finisce per amplificare uno stile per certi versi già diventato maniera. Per tale ragione, il rischio o il vantaggio del film sarà quello di essere sopravvalutato o denigrato a seconda dei casi.
28/10/2017