Free Fire

Free Fire


Ben Wheatley

Azione, Commedia | Francia, Gran Bretagna
(2016)
Giovane autore britannico con una carriera divisa tra cinema e televisione, Ben Wheatley ha saputo costruirsi la nomea di regista cult grazie a una manciata di film intelligenti e accattivanti nella loro spiazzante originalità. Con titoli come “Kill List” e soprattutto “Killer in viaggio“, è riuscito a imporsi all’attenzione di cinefili e aficionados come esponente di riferimento delle black comedy contemporanee, a metà tra humor inglese a denti stretti ed esplosioni splatter, di quelle che avrebbero trovato fortuna tra gli studenti universitari che affollavano le famigerate proiezioni di mezzanotte negli anni 70.

Archiviato il discutibile “High-Rise: la rivolta“, incursione high budget nel genere distopico, con “Free Fire” Wheatley torna a maneggiare un materiale narrativo a lui più congeniale. L’azione, infatti, prende avvio – e, in verità, si consuma interamente – in una notte cupissima del 1978, nella periferia polverosa e degradata di Boston. All’interno di una fabbrica dismessa, due gruppi di criminali da strapazzo si incontrano per portare a termine un illecito traffico d’armi. Il folto gruppo è variamente composto dai personaggi più improbabili, dal dandy inappuntabile al junkie riottoso fino alla femme fatale cinica e spietata, tutti (o quasi) sull’orlo di una crisi di nervi, anche se le reciproche diffidenze si limitano a qualche screzio e scintilla superficiale. Proprio quando l’affare sembra essere andato in porto, un fortuito riconoscimento tra due membri delle gang rivali scalda gli animi e innesca una pioggia di proiettili a cui nessuno può sottrarsi.

Coadiuvato dalla sodale Amy Jump in fase di sceneggiatura, Wheatley imbastisce una commedia pulp ispirata piuttosto esplicitamente alla lezione di Tarantino, che trova nell’adesione granitica alle tre unità aristoteliche il suo miglior pregio e, allo stesso tempo, il suo più forte limite. Da una parte, infatti, la claustrofobia della contingenza si rivela un efficace espediente per spingere i protagonisti al limite delle proprie potenzialità, esasperandone con gusto sadico i tratti più succulentemente caricaturali e dirompenti.

Dall’altra, però, una regia malferma e forse non abbastanza matura, finisce presto per mostrare la corda di un gioco che si regge su equilibri esilissimi e meccanismi pretestuosi, all’interno del quale le pistole si inceppano proprio al momento opportuno, le ferite non sono mai davvero mortali e gli estintori compaiono provvidenzialmente al momento del bisogno. Incapace di delineare la necessaria geografia degli spazi e di tracciare le debite simmetrie dell’azione, Wheatley riduce “Free Fire” a una sterile girandola di urla, insulti, minacce e pallottole alla rinfusa, che, col progredire della narrazione, perde in lucidità e sagacia per approdare ineluttabilmente alla noia. Una camera in movimento perpetuo e un montaggio (iper)frammentato non fanno che aumentare la sensazione di confusione imperante, tanto per i protagonisti quanto per gli spettatori.

Alla fine, in questa sanguinosa lotta tra bande senza vincitori, rimangono le prove di un cast di caratteristi in forma smagliante, qualche sferzata di umorismo nerissimo e la zoppicante Brie Larson con fucile a mo’ di stampella, a citare l’iconica (quella sì) Rose McGowan di “Grindhouse – Planet Terror“. Davvero troppo poco per un film che ambisce fare il verso alle “iene” di tarantiniana memoria.

06/12/2017

Cast e credits

Distribuzione
Movies Inspired
Durata
91'
Produzione
Film4, Protagonist Pictures, Rook Films
Sceneggiatura
Ben Wheatley, Amy Jump
Fotografia
Laurie Rose
Montaggio
Ben Wheatley, Amy Jump

Trama

Boston, 1978. Due gang di criminali da strapazzo si danno appuntamento in una fabbrica dismessa per portare a termine un illecito traffico d'armi. Un fortuito incidente innescherà una girandola di pallottole dalla quale nessuno potrà uscire vincitore.
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt