Good Time

Good Time


Ben Safdie, Joshua Safdie

Drammatico | Usa
(2017)

Lontano anni luce dal livido vampiro che ne aveva miseramente lanciato la carriera, Robert Pattinson è ormai un attore maturo, capace di destreggiarsi in ruoli complessi e differenti. Così dopo aver interpretato l’avventuriero romantico nel “Civiltà perduta” di Gray, si tinge ora i capelli di biondo-platino e cambia completamente contesto narrativo e funzione attoriale. La nuova maschera che qui si trova a vestire, quella di Connie, criminale improvvisato, delinquente di strada disperato e costantemente messo al muro, è in effetti il fulcro delle vicende su cui ruota la pellicola dei fratelli Safdie e tuttavia non ne può essere il protagonista: il suo corpo e il suo personaggio sono infatti succubi delle vicende: in “Good Time”, nonostante si cerchi strenuamente di agire, si finisce sempre per essere agiti, per diventare elemento passivo destinato a giacere nell’erranza; un essere-gettato, dunque, incapace di affermare una propria autenticità, esasperato dal tentativo di evadere da una prigione che non è tanto fisica quanto esistenziale.

Così tale gettatezza si fa protagonista, Connie non è che una casuale guida all’interno di questa, un elemento tra i tanti su cui la mdp decide di soffermarsi per mettere a fuoco, alle sue spalle, un mondo caotico e inarrestabile che agisce sull’uomo e ne impedisce l’affermarsi. Anche Connie non è che uno spettatore inconsapevole del contesto che lo circonda: le sue vicende non hanno una destinazione precisa, ogni decisione porta in sé un’ulteriore incertezza, ogni traguardo lascia subito il posto alla ricerca di una nuova meta, al miraggio di una fine e di un fine che si immagina imminente, ma che non può che essere passeggero, fugace, illusorio.

Il punto delle vicende è dunque proprio che non c’è un Punto, che non esiste una quiete, un momento in cui ci si possa sentire finalmente realizzati e salvati.

Connie, come uno scellerato Leopold Bloom, ci conduce in un viaggio lungo un giorno, fatto di decisioni improvvisate e obbligate, assenza di pause e di respiri, inseguimenti, rapine, fughe, incontri e scontri, scambi e situazioni irrisolte.

I Safdie gestiscono il materiale a loro disposizione come un unico flusso senza ellissi, che non può essere degustato a sorsi spezzati, ma che necessita di essere sorbito tutto d’un fiato, come un liquore di poco pregio: l’opera, che più che la storia di due fratelli si presenta come la sinfonia di una città vista dagli occhi di uno dei suoi più sudici abitanti, rimane fino in fondo frenetica e inarrestabile.

Le luci al neon e le fluorescenze notturne sono il sangue di una metropoli che non si dà posa, ma la fotografia che di tali fluorescenze si nutre non si risolve in un’estetica fine a se stessa, e pur mettendo in mostra uno stile notevole, sceglie di mantenersi ancorata a una realtà presentata come spiacevole, come una sorta di cinéma vérité.

Pur non trattandosi dunque di una pellicola pop, la forma spicca qui su un contenuto che, per forza di cose, non ha la struttura della grande narrazione, e l’opera presenta una propria idea stilistica che funziona e che sa inserire al suo interno e rendere naturali anche elementi apparentemente estranei alla sua struttura (come il flashback relativo al personaggio di Ray, unico momento di divagazione dal tempo serrato delle vicende).

Ciò che ne risulta alla fine è un film che spicca nella scena indipendente americana, ma al quale manca, per raggiungere la dimensione della grande opera, una certa solidità e una più incisiva riflessione morale, qui lasciata in gran parte al non-detto e all’interpretazione del pubblico.

A ben vedere, tuttavia, “Good Time” non vuole nemmeno essere una grande opera, ma più che altro un ritratto a matita, la diapositiva di una realtà alla cui essenza non appartiene la magnificenza della scena madre; una collage di istanti di vita, scelti piuttosto casualmente nel marasma di fatti del mondo, nei quali il caso gioca più forte del destino, nei quali l’uomo non è più capace di costruire un progetto, ma è costretto a lasciarsi vivere.

29/10/2017

Cast e credits

Distribuzione
Movies Inspired
Durata
99'
Produzione
Elara Pictures, Rhea Films
Sceneggiatura
Joshua Safdie, Ronald Bronstein
Fotografia
Sean Price Williams
Scenografie
Sam Lisenco
Montaggio
Ben Safdie, Ronald Bronstein
Musiche
Oneohtrix Point Never
Costumi
Miyako Bellizzi

Trama

Dopo una rapina finita male Connie cerca di liberare il fratello Nick, che soffre di un forte ritardo mentale, dal carcere dov'è finito, ma non sarà così semplice e durante la notte la situazione sembrerà complicarsi sempre di più.
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