Il paradiso probabilmente

Il paradiso probabilmente


Elia Suleiman

Commedia | Canada, Francia, Palestina
(2019)

A dieci anni esatti da “Il tempo che ci rimane“, dedicato alla storia dello stato di Israele, Elia Suleiman, fra i cineasti palestinesi più conosciuti a livello internazionale, torna con un lungometraggio presentato in concorso al Festival di Cannes, dove ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria che evidentemente non deve essere rimasta indifferente di fronte al suo modo così unico di raccontare la realtà. Il cinema di Suleiman si distingue per uno sguardo lieve e surreale sulla situazione israeliano-palestinese e “Il paradiso probabilmente” non fa eccezione, pur prevedendo una variante importante rispetto ai lavori precedenti. Infatti per la prima volta Suleiman supera (sebbene in parte) i confini nazionali, visto che il film è diviso idealmente in tre parti ambientate rispettivamente a Nazareth, Parigi e New York, in tre momenti diversi e non privi di valenze simboliche (il Natale ortodosso, la festa del 14 luglio e Halloween).

Al centro della scena c’è come sempre il regista-attore, sorta di Buster Keaton mediorientale (ma nel suo dna sono rintracciabili altri geni della comicità occidentale, da Chaplin a Jacques Tati, da qui anche la sua fortuna critica in Europa) osservatore laconico, disincantato, malinconico e anche abbastanza perplesso di fronte ai fatti che gli si presentano. Invecchiato rispetto a come appare nei suoi lavori precedenti, adesso Suleiman può però giocare, da par suo, con la sua immagine di regista conosciuto internazionalmente e qui lo vediamo in trasferta in Occidente nella speranza di trovare finanziamenti per il suo nuovo film. Ovviamente chi conosce i suoi precedenti lavori (fra i quali “Intervento divino”, che ottenne il premio della giuria a Cannes nel 2002 e fu il primo titolo a rappresentare la Palestina nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero, anche se poi non venne nominato), sa che non bisogna aspettarsi né una storia plot oriented, né un metafilm canonico. Nei suoi 97 minuti di durata, “Il paradiso probabilmente”, ottimamente fotografato da Sofian El Fani (collaboratore di Kechiche e Sissoko), ci mostra Suleiman che assiste alle situazioni più curiose e bislacche, con la sua originale maniera poetica di vedere il mondo. Si comincia con un sacerdote che reagisce in maniera molto particolare a due persone che si rivelano poco collaborative durante la funzione natalizia e si continua con vicini che si prendono fin troppe libertà con la proprietà altrui, o parenti che passano dall’essere iperprotettivi  a rancorosi fra di loro. E’ una Palestina quindi ben poco idealizzata quella che Suleiman decide di lasciare (oltre tutto un luogo dove ormai non ci sono più legami, come testimoniano le visite al cimitero e alcuni effetti personali della madre ormai inutilizzati), a prescindere dalle continue tensioni, rappresentate simbolicamente dalla sequenza in cui due soldati israeliani affiancano la macchina del regista ignorandolo perché impegnati a scortare non si sa dove una ragazza bendata (una semplice prigioniera o un’allegoria della Dea fortuna?), e più che alla strada pensano a rimirarsi nello specchietto e a scambiarsi gli occhiali da sole. Non è che all’estero le cose vadano meglio, visto che Parigi è una città tutta presa dalle celebrazioni nazionali e dal suo ruolo di capitale mondiale della moda, ma dove in effetti non mancano contraddizioni: chi non ha un tetto per dormire è assistito dai servizi sociali, pur se con distaccata cortesia, i migranti si devono accontentare dei lavori più umili (pazienza se i netturbini poi possono giocare a golf con la spazzatura), le forze dell’ordine sono sempre all’erta con coreografica eleganza anche quando il pericolo pubblico è un venditore di fiori abusivo mentre gli energumeni spacconi poco rassicuranti girano indisturbati e l’unico amico a disposizione sembra essere un passerotto. A New York la situazione non cambia molto, poiché gli americani, per quanto accoglienti e alla mano, sono ossessionati dalle armi o da vari rituali (anche qui sottolineati col ricorso alle coreografie) e i poliziotti danno la caccia, tra René Clair e Benny Hill, persino ad un angelo (che indossa però un top con la bandiera della Palestina). A questo si aggiunga il fatto che i produttori cinematografici non sembrano particolarmente interessati a investire su un progetto definito “poco palestinese”, come Suleiman si sente dire da Vincent Maraval della Wild Bunch, qui in veste di attore un po’ imbarazzato (forse non soltanto per il ruolo ingrato che gli spetta); la guest star Gael Garcia Bernal invece sembra conoscere il valore del regista, anche se da un punto di vista pratico può fare ben poco per aiutarlo.  

Nella sua comicità di situazione schiaffoni, inseguimenti e porte in faccia sono chiaramente depotenziati, perché su certe cose c’è poco da ridere. Suleiman poi si permette di infischiarsene del politicamente corretto imperante e quindi inizia la parte parigina con una lunga sequenza in cui la macchina da presa induce su belle ragazze che passeggiano come in una sfilata di moda e in seguito si ironizza sia sullo spaesamento degli asiatici quando sono fuori dal proprio paese sia su un’ignoranza diffusa per quanto riguarda il Medio Oriente. La lezione però più importante che il regista ci lascia è quella che il mondo, ovunque lo guardi è pieno di contraddizioni e di cose che non funzionano. Tant’è che alla fine Suleiman finisce per tornare in Palestina (che in fondo non aveva mai lasciato del tutto), anche se il dolore resta. La sequenza finale ambientata in una discoteca è emblematica, col protagonista che guarda un gruppo di ragazzi divertirsi spensierati nonostante la situazione drammatica del paese. Entusiasmo giovanile o esagerata inconsapevolezza? Quale che sia la risposta, quella sembra l’unica maniera possibile per continuare a sorridere.

06/12/2019

Cast e credits

Titolo Originale
It Must Be Heaven
Distribuzione
Academy Two
Durata
97'
Produzione
Rectangle Productions
Sceneggiatura
Elia Suleiman
Fotografia
Sofian El Fani
Scenografie
Juna Suleiman
Montaggio
Véronique Lange
Costumi
Alexia Crisp-Jones

Trama

Il famoso regista palestinese Elia Suleiman visita Parigi e New York, trovando inattesi parallelismi con l'amatissima patria
Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica

Romería – Il mare dei ricordi
Romería – Il mare dei ricordi

Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile all'interno di un film estivo nuvoloso e melanconico che si ibrida con una detection esistenziale

L’amore che rimane
L’amore che rimane

Pálmason si fa cantore della semplicità e mette in scena un'elegia del quotidiano in cui il paesaggio, rispettato e custodito dai personaggi, diventa protagonista e spazio emotivo del racconto

The Sea
The Sea

Premiato ai locali Ophir Awards, il candidato israeliano al Premio Oscar per il miglior film internazionale "The Sea" di Shai Carmeli-Pollak narra il viaggio clandestino di un giovane palestinese attraverso Israele secondo i canoni del road movie e del coming of age più classici, che si condivide più di quanto si apprezzi