La cronologia dell’acqua

La cronologia dell’acqua


Kristen Stewart

Drammatico | Francia, Lettonia, Usa
()

“Posso creare un’ermeneutica dei miei ricordi?” chiede Lidia Yuknavitch in “Reading the Waves[1]”, il prosieguo dell’ideale dualogia aperta da “La cronologia dell’acqua”, il memoir cult della scrittrice americana che ora, dopo essere apparso a Cannes l’anno passato, arriva nelle sale italiane per la regia di Kristen Stewart. Il dubbio di Yuknavitch, forse in modo più esplicito, sussume l’intenzione che già animava l’atto primo dell’autobiografia a là Knausgård che Yuknavitch ha messo su carta, quando raccontava della fenomenologia dei suoi ricordi – “Ricordo attraverso lampi sulla retina, disordinati. La vita non segue alcun ordine. Ciò condividono il linguaggio e l’acqua”. Ed è questo l’indizio che la pellicola di Stewart, alla primissima regia, non tradisce, sin dall’inizio, fino a confezionare una pellicola schizofrenica, nello spazio claustrofobico tra analessi e prolessi.

“Ancora non sapevo che la sessualità fosse un continente”[2]

Il grado di saturazione cromatica de “La cronologia dell’acqua” ricorda quello di “Dogtooth” o “Kinetta”, l’esordio grecissimo e semi-muto di Lanthimos. Sarà che anche lì, tra i due, c’è una piscina, una famiglia, un perimetro da oltrepassare, un delitto, una recita. La tempera della pellicola di Stewart è pastellata, sfocata, quasi non ci fosse altra soluzione per mettere in scena l’ecolalia di ripetizioni e frammenti che impastano il racconto di Yuknavitch. In particolare, è curioso il gioco induttivo-deduttivo della camera: molto spesso, campo e controcampo oppongono il dettaglio a una visione d’insieme, l’insert dell’occhio e della bocca al volto, l’immagine del padre seduto sul divano al primissimo piano della sua pelle glabra sotto il mento (foto in basso) – dal particolare all’universale e ritorno.

A ciò si lega un uso bulimico del sonoro, capace di scalfire l’essenza intrinsecamente visiva del grande schermo: il suono fuori campo da acusmatico diventa reale, contingente, in simbiosi con la voce di Lidia mentre nuota, sfugge alla violenza del padre, si masturba, scappa. L’idea di Stewart, quindi, è quella di restituire e se possibile amplificare l’impianto caotico, incontrollato, fluviale del memoir, e nascondere il proprio sguardo tra le pieghe di un montaggio fittissimo, sincopato, asfissiante, in cui forse talvolta la stessa Stewart fatica a racapezzarsi. Eppure, già al suo primo tentativo dietro la macchina da presa, l’attrice e regista americana si dimostra capace di un’arroganza visiva intestinale, burbera, magnetica, che interseca lo sguardo dello spettatore quasi per caso, disinteressata. È un cinema, quello de “La cronologia dell’acqua”, fatto di insubordinazione: la camera sembra non cerchi il profilmico, bensì lo ritrae nella maggior parte dei casi in modo tangenziale, inusuale, quasi che il dettaglio del sangue che scorre nello scarico della doccia equivalga al significato di un corpo. Ecco, Stewart ha sicuramente messo in scena una geometria sessuale, in cui ciò che taglia i corpi segna lo scorre del tempo (dell’acqua), magari a plongeé (foto in basso), per alzare il punto di vista, per trascendere la narrativa – “la gente mi chiede spesso se quello che scrivo nei miei racconti mi è successo davvero. Io mi faccio sempre la stessa domanda per la vita vera, mi è successo davvero?”, dice Yuknavitch nel libro.

“Mi innamorai di lui come una casa di mattoni chiari”

“La cronologia dell’acqua” è un film sulla forma o, in un gioco di parole, sulla cronologia della forma, cioè sui tentativi di raggiungerla, ottenerla. Da qui, l’idea dell’acqua, l’elemento che per antonomasia si de-forma, che trova sempre spazio per rigenerarsi. Ebbene, Stewart ha catalizzato questo meccanismo sulla falsa di riga ciò che fece Valerio Mieli in “Ricordi?”: il futuro trasforma il presente tanto quanto il passato. Allora, la pellicola vive di giostre prolettiche, in cui, tra dissolvenze incrociate o stacchi secchi di montaggio, rivediamo lo stesso take al futuro, per poi ritrovarlo di nuovo al presente, o viceversa: per esempio, quando il ricordo di Lidia in attesa della sorella ci trasporta al ricongiungimento delle due sorelle anni dopo, con Lidia incinta, sempre divise da una porta; oppure entrambe, bambine e adulte sempre nella stessa posizione fetale (foto in basso). Stewart, dunque, forza una certa compostezza formale, motoria, che in qualche modo replica ciò che c’era e non c’è più. Sembra di essere nella “stanza del futuro” di Dean e Cindy, quella di “Blue Valentine”, con cui “La cronologia dell’acqua” condivide un certo gusto nostalgico, come quello di una metafora indie – “mi innamorai di lui come una casa di mattoni chiari” racconta Yuknavitch.

La scrittrice, parlando del film, ha sottolineato quanto la trasposizione di Stewart suggerisca una “rebel-yell art”, in grado di produrre una grammatica audiovisiva quasi del tutto autonoma. In altre parole, ciò che colpisce de “La cronologia dell’acqua” è la sua capacità di attraversare e tradire la sintassi del romanzo, vittima del suo stesso fluire retroattivo, un po’ come in “Aftersun”. Stewart, insomma, è alla ricerca di un paradosso temporale, o forse emotivo: tanto il passato, quanto il futuro, non sono corrispondono a cosa è accaduto o a cosa accadrà, bensì a ciò che continua a ripetersi.

[1] In Italia è appena stato pubblicato con il titolo “Leggere le onde” per la casa editrice Nottetempo.

[2] Questa citazione, come il titolo del paragrafo successivo, provengono dall’edizione italiana de “La cronologia dell’acqua” (Nottetempo 2022).

12/06/2026

Ultime recensioni