La torta del presidente

La torta del presidente


Hasan Hadi

Drammatico | Iraq, Quatar, Usa
(2025)

Scarpe, quaderni e biciclette. C’è sempre un oggetto banale al centro di narrazioni e titoli dove il cinema di guerra cede il passo o si condensa nel cinema d’infanzia e dove l’unico obiettivo dei bambini diventa quello di rendersi utili al mondo degli adulti. Accade che i bambini fatichino a comprendere gli adulti o a farsi comprendere, spesso afferrano proprio ciò che a loro sfugge, ma sempre temono di deluderne le aspettative troppo alte, prima ancora di preoccuparsi dei loro castighi. In questi racconti, la macchina da presa si abbassa per restituire dignità a un determinato punto di vista, filtrando da occhi innocenti la situazione di un contesto colpevole o semplicemente colpito.

Il caso di “La torta del presidente”, insignito a Cannes 2025 della Caméra d’or Opera Prima e del Premio del Pubblico, sembra viaggiare, senza stravolgenti variazioni, nel solco di una tradizione vicina, cioè quella del neorealismo iraniano, a sua volta erede di quello italiano di Rossellini e De Sica (è lecito pensare in questo caso a “Germania anno zero” del 1948 come pilastro fondativo). Nel 1995, esattamente trent’anni prima di Hadi, a vincere la Caméra d’or fu Jafar Panahi con il suo film d’esordio “Il palloncino bianco”, dove la sceneggiatura era affidata al suo maestro Abbas Kiarostami. Si trattava di una bambina che voleva comprare un pesciolino rosso, ma durante il tragitto perdeva l’unica banconota che aveva.

La nostra storia segue invece le vicende di Lamia, bambina che vive nella palude irachena insieme alla nonna Bibi. Sfortuna vuole che sia sorteggiata per provvedere alla torta da destinare ai festeggiamenti scolastici di Saddam Hussein. Dovrà quindi recarsi in città a comprare farina, uova, lievito e zucchero. Fra incontri sconvenienti, approfittatori e icone onnipresenti del dittatore, la ricerca degli ingredienti assume i contorni di un viaggio assurdo che somiglia a un pretesto, tanto per il regista quanto per Lamia. La festa particolare di Saddam Hussein, imposta come ricorrenza pubblica, si ripercuote nuovamente su una vita particolare, ma stavolta nel disinteresse generale.

Lo schiudersi delle prime immagini dichiara già la vocazione orizzontale e visivamente ampia del film, che impiega la panoramica come dispositivo di lenta scoperta e continuo passaggio tra la dimostrazione di una società piegata al culto della personalità e il percorso dell’indifesa Lamia (nome che in arabo significa “raggiante” o “dalle labbra scure”). A questo si aggancia la fotografia granulosa e vibrante di Tudor Vladimir Panduru insieme alla musica di Omar El-Deeb, che nell’uso degli strumenti a corda di tradizione persiana può ricordare “Dov’è la casa del mio amico?” (1987) di Kiarostami. Le composizioni di alcune inquadrature ben assestate restano facilmente impresse, come quella che vede una bara posta su una macchina ripresa frontalmente e un velo nero che si libra nel cielo al tramonto, ma il ritmo del testo audiovisivo non restituisce più di tanto l’urgenza che forse la storia meriterebbe, sebbene il regista abbia dichiarato di attingere anche dai ricordi d’infanzia.

Il tenero umorismo che attraversa “La torta del presidente” ammorbidisce abbastanza la visione e permette che il finale sia sganciato in maniera più potente rispetto a quel che vediamo e sentiamo prima. “Se fossi il presidente berrei tutta la pepsi del mondo” è una delle battute più divertenti per la serietà con cui viene pronunciata, insieme a “Dio è generoso”, frase che la nonna Bibi usa ripetutamente per liquidare le domande scomode. In questo senso, lo spirito del film può ricordare “Children of Heaven” (1997) di Majid Majidi, anche per la ricerca di una magia dello sguardo in una realtà dalle tinte fiabesche. È più questo il tipo di realismo che sembra voler imboccare Hadi.

Non mancano però alcune sequenze amaramente ciniche. Una di queste vede la piccola Lamia fra le grinfie di un macellatore avicolo perverso, che in un primo tempo si era dimostrato generoso. Lei vorrebbe cercare la nonna, ma lui la porta al cinema a vedere “Wet Gold” (1984), film americano d’avventura con la sensuale Brooke Shields. È molto interessante che in quel contesto il cinema appaia una sola volta e come dispositivo di perversione. È come se il paese fosse corrotto anche nell’immaginario, mediante la promessa seducente di una libertà dei costumi che nel regime è repressa. Persino oggi, tuona un interrogativo sempre valido: gli interventi americani sono un’invasione o una liberazione? Di lì a qualche anno, una coalizione di paesi guidata dagli Stati Uniti avrebbe invaso l’Iraq con false prove portate all’ONU rispetto alla presenza di armi nucleari.

Nel complesso, “La torta del presidente” si posiziona all’interno di una geografia precisa e abbondantemente esplorata nel cinema, ma è un tassello che potrebbe senz’altro contribuire al rinascimento dell’industria audiovisiva in Iraq, molto più debole rispetto a quella iraniana. Parlando di un’opera prima, a mancare più di tutto è forse una radicalità innovativa nell’approccio narrativo e formale, che sconta una certa indecisione per quello che si vuole davvero raccontare. Manca anche un punto d’approdo forte: si ha come l’impressione di voler trattenere nello stesso fotogramma tutta la complessità del tempo, perdendo così in profondità e incisività.

Nel tentativo di contenere tutto – l’infanzia, la storia, l’idolatria e l’amicizia- “La torta del presidente” finisce per disperdere la propria forza: resta uno sguardo sensibile e consapevole, ma forse ancora incapace di scegliere davvero cosa diventare.

21/03/2026

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