Nine

Nine


Rob Marshall

Musical | Stati Uniti
(2009)

“Nine” è un musical – Rob Marshall, il regista, è un pratico del genere – ispirato al film di Fellini “8½”. Ora, considerato che “Nine” non ha nessuna intenzione di porsi sullo stesso piano dell’opera felliniana di partenza (a nessuna persona minimamente intelligente verrebbe mai in mente di confrontarsi con il remake di un “8½”) e tenendo presente che Marshall è l’unico regista al momento in grado di portare al cinema spettatori con un musical, ci pare doveroso spezzare una lancia a favore del suddetto. Se non altro per la sua capacità di confezionare sfarzosi balletti coreografati con maestria e “impressionati” su pellicola con mano sicura e abile. Con “Nine” ha sicuramente voluto omaggiare il cinema italiano e l’Italia stessa. Naturalmente attraverso il suo modo di fare cinema e di vedere l’arte.

Detto ciò gli elogi possono anche finire.

Se da un lato sarebbe giustamente imparagonabile con il guazzabuglio estetico-mentale di Fellini, questo “Nine” (salacemente si potrebbe anche sottolinearne il titolo un po’ pretestuoso, visto che si situa mezzo punto sopra il capolavoro felliniano, nonostante tale numero, ci tengono a precisare i produttori, faccia riferimento ad altro) ha le sue radici drammaturgiche proprio nell’opera del “nostro” e dunque con l’idea di base di “8½” inevitabilmente deve confrontarsi.

Alla base dell’opera felliniana – ma qua potremmo dilungarci all’infinito – c’è tutta una serie di considerazioni di natura riflessiva che Fellini fece sull’Italia del Boom, le donne, l’amore, la vita, la morte e, naturalmente, sulla crisi creativa che attanaglia i registi a un certo punto della propria carriera. Sì è detto in apertura che il confronto tra “Nine” e “8½” appare fuori luogo. Tuttavia non è scorretto considerare che a questo “Nine” manca proprio gran parte della materia di base. Marshall infatti rielabora le scene felliniane incorniciandole in una onirica (un po’ pacchiana) visione musicale ma priva il sottotesto di importanza, spingendo soprattutto sulla mise en scene del rapporto tra Guido Contini (Daniel Day-Lewis, sornione) e le sue donne. La scelta di semplificare il plot originario appare sensata – il film ne guadagna in linearità -, tuttavia nel tentativo di darle un’identità Marshall straripa dipingendo i contorni di un ipotetico italiano che è tutto uno stereotipo – pessimo per giunta.

Facciamo un ragionamento parallelo. Con “8½” Fellini ha innovato il cinema italiano, esteticamente e nella sintesi filmica. Pur nel suo ingarbugliato susseguirsi di pensamenti ed elucubrazioni, il film di Fellini risulta essere tutt’oggi una delle più lucide riflessioni metacinematografiche e, allo stesso tempo, un fumoso ma geniale tentativo di mettere in immagini il conflittuale rapporto tra l’uomo (uno, in questo caso) e le donne (le molteplici della sua vita), tra l’uomo e la Chiesa, tra il presente e il passato, tra l’uomo e i fantasmi della morte. Parallelamente oggi, nel 2010, “Nine” ci sembra semplicemente un ben girato e coreografato balletto. Non porta nessuna novità nel panorama cinematografico americano odierno, né tantomeno nel suo genere filmico. Alla lunga stanca, impaccia, tramortisce. Nel finale – laddove “8½” laconicamente sanciva una fine che tale forse non era – Rob Marshall va oltre e mette in scena il “film”, quella tanto agognata nona pellicola, con il classico Happy End appiccicato lì a casaccio. Non c’è mordente, non c’è pathos. Non c’è anima.

Chi si salva dunque in tutto questo? Day-Lewis alla lunga soccombe, gravato dal peso d’essere l’unico vero personaggio maschile di questo circo. Penelope eterna musa di Pedro l’abbiamo vista più ispirata in altri film, la Kidman sembra l’abbiano chiamata solo perché ha fatto “Molin Rouge” e ha cantato in duetto con Robbie Williams, la Loren nazionale appare, qua e là, ectoplasmatica (per fortuna che è il personaggio a richiederlo) e Kate Hudson si ritrova a fare la giornalista zoccoletta – tra l’altro i peggiori stereotipi sul cinema italiano escono proprio dalla bocca del suo personaggio…

Insomma, qui si fa fatica a salvare qualcuno. Alla fin fine forse ne esce a testa alta solo lei. Quella donzella dal taglio sbarazzino, viso angelico, sguardo così pieno, deciso e allo stesso tempo così fanciullesco. Lei, che con un solo sorriso, con la sua tenera e assoluta bellezza, personale e autentica, spacca lo schermo, strappa il telo d’un polveroso cinema di periferia e ti arriva fin dentro il cuore. Da togliere il fiato, Marion Cotillard è l’unica ragione d’essere di questo film. E non è un caso che sia l’unico vero amore di quel disorientato, moderno e finto regista italiano che è Guido Contini.

Un film sprecato “Nine”, nel tentativo di omaggiare Fellini (naufragio totale) e nel giocare la carta del già visto in un settore nel quale, ormai, c’è fin troppa carne al fuoco e gli assi nella manica si fa fatica a trovarli. Nonostante non arrivi in ogni caso a una sufficienza, dare un 2 a questo film per come ci dipinge sarebbe un falso espediente (e pure un po’ ipocrita). Perché probabilmente la colpa di questa visione dell’Italia è anche e soprattutto nostra.

22/01/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Nine
Distribuzione
01 Distribution
Durata
118'
Produzione
Relativity Media, The Weinstein Company
Sceneggiatura
Michael Tolkin, Anthony Minghella
Fotografia
Dion Beebe
Scenografie
John Myhre
Montaggio
Claire Simpson, Wyatt Smith
Musiche
Andrea Guerra
Costumi
Colleen Atwood

Trama

La storia, ispirata al musical di Broadway a sua volta ispirato a "8 e mezzo" di Fellini, racconta il difficile rapporto tra Guido Contini - regista di fama internazionale in crisi creativa - e le donne della sua vita
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