Se in un lungometraggio come “Maria Maddalena” di Garth Davis la figura della peccatrice mondata delle iniquità ed elevata a una consapevolezza superiore a quella degli altri apostoli assimilava lo spirito del tempo all’interno di un cinema da camera, destinato a un pubblico cinefilo, di tutt’altro tenore appare il messaggio lanciato da “Ocean’s 8”. La storia di Debbie Ocean (Sandra Bullock) sorella di Jimmy che esce di prigione con l’intento di mettere a segno il colpo della vita e allo stesso tempo di vendicarsi di un amante infedele e traditore la dice già lunga sul livello di autostima raggiunto dalla determinata protagonista. Se però a questo aggiungiamo che Debbie, per riuscire a rubare la preziosa collana di diamanti (del valore di 150 milioni di dollari) indossata dall’ attrice del momento Daphne Kruger (la rediviva Anne Hathaway) nel corso del Met Gala, uno dei più importanti eventi della mondanità newyorkese, ha intenzione di reclutare una squadra di sole colleghe, ognuna delle quali specializzate in un determinato settore della filiera criminale, si capisce come l’intento dei partecipanti (personaggi e attrici) sia quello di approfittare dell’occasione per dimostrare di essere brave come George Clooney e i suoi compari. Tenendo conto che a Hollywood a contare è prima di tutto il profitto e non gli ideali, e quindi, nel caso in questione, la possibilità di fare soldi cavalcando gli umori del momento, si potrebbe dire che “Ocean 8” rappresenta un passo in avanti nel tentativo di mettere in pratica la parità tra uomini e donne: almeno al cinema, almeno sul piano industriale.
In questo senso “Ocean’s 8” è un film riuscito a metà: perché se è vero che l’intento di farne un manifesto della ritrovata compattezza femminile (uno degli intenti del movimento #MeToo) funziona sia sul piano della trama (in cui anche le possibili nemiche alla fine si rivelano il contrario) che su quello della convivenza lavorativa – con la sofisticata Kate Blanchett e le alternative Sarah Paulson e Helena Bonham Carter pronte a scambiarsi il “testimone” con le popolari Sandra Bullock, Rihanna e appunto la Hathaway – ad avere il fiato corto è però il canovaccio, costituito appunto dal modello di heist movie inaugurato da “Ocean Eleven“. Troppo facile sostituire Las Vegas con New York, il Bellagio Hotel con il Metropolitan Art Museum, scambiare gli uomini con le donne e lasciare che sia l’allure europeo tipico della Grande Mela, rispetto alla provocazioni yankee proposte dalla “città del peccato”, a rappresentare l’unico cambio di passo (oltre ai toni, meno ridanciani, in “omaggio” al mutato spirito del tempo) in un copione calcolato al millimetro per ricalcare la struttura adoperata dal prototipo, con le divisione della narrazione in tre fasi – reclutamento, esecuzione del colpo, disvelamento dell’inganno – pronta a scandire il succedersi degli eventi. Come per “La truffa dei Logan” anche nel film di Ross a venir meno è il fattore sorpresa, per forza di cose sacrificato dalla ripetitività del soggetto, e con esso anche lo stile, la cui fluidità e scorrevolezza sembra risentire della prevedibilità del soggetto. Detto questo le considerazioni finali sono rimandate allo spettatore: sarà lui e non certo il critico a decretare il successo o meno dell’operazione e quindi a dirci se “Ocean’s 8” avrà un seguito.
27/07/2018