Pasolini

Pasolini


Abel Ferrara

Biografico | Belgio, Francia, Italia
(2014)

C’è un sentimento a sorpresa che gli 86 minuti del “Pasolini” di Abel Ferrara emanano: serenità. È un film che parla dei tormenti interiori del grande intellettuale italiano, che parla di scelte radicali, di voglia di scandalizzare ma anche di comprendere una realtà tumultuosa; è un film, infine, che parla di una morte tragica, violenta, sanguinosa, misteriosa e inaccettabile. Eppure, nonostante questo, lo stile caotico, sincero e così partecipato del cineasta statunitense rende la visione un’occasione, appunto, di serenità.

Il grande pregio dell’opera firmata dal regista de “Il cattivo tenente” sta proprio nel suo rifiuto di ogni categorizzazione: il Pasolini narrato in questo originalissimo racconto non strizza l’occhio ai classici biopic né tanto meno cede il fianco a tentazioni investigative sul finale drammatico della vita dello scrittore. Il Pasolini che Ferrara ci mostra è ripreso “in diretta”, con una narrazione che si cala, a partire dal buio dei silenziosi titoli di testa, direttamente nelle sue ultime ore di vita. Allontanando impulsi saggistici o analisi antropologiche a ritroso, la pellicola si concentra su ciò che Pasolini fa, scrive, pensa, dice. E la potenza della parola ci restituisce la complessità della sua mente. Solo il suo erede d’Oltreoceano poteva regalarci un film dedicato al creatore di “Salò” senza cadere nello scontato, nel già visto, nel superfluo.

E invece di superfluo, in questa istantanea di fine vita, non c’è nulla. E accade ciò forse proprio perché Ferrara non spiega in prima persona, non è lui a sobbarcarsi direttamente il difficile compito di raccontare al pubblico internazionale “chi era Pier Paolo”. A farlo c’è l’opera stessa di Pasolini. Da una parte, scampoli di vita quotidiana, immortalati con felice semplicità e maestria nella messa in scena degli spazi interni così profondamente caratteristici della Roma anni 70, dall’altra è la voce stessa di Pasolini a dire tutto. Che siano affermazioni pronunciate dal protagonista in scena, sommessamente interpretato da un volenteroso Willem Dafoe, oppure la voce off che legge i pensieri scritti su carta dallo stesso poeta, il ritratto che ne viene fuori, sicuramente sconnesso e inafferrabile, è quanto di più autentico e toccante possa esserci.

Si parte dall’intervista rilasciata in Francia all’emittente Antenne 2, diventata celebre per l’affermazione riguardo al piacere dello scandalizzare nell’arte, si passa attraverso la tesa e provocatoria ultima intervista concessa a Furio Colombo per la Stampa, in cui violenti e acidi sono gli strali di Pasolini contro la società borghese dell’epoca, così occupata in futili faccende da non accorgersi dei rischi di esplosione di violenza che restano soffocati nell’ombra ma che sono continuamente pronti ad esplodere. E tra un pranzo conviviale e l’altro e una partita di pallone con i “ragazzi di vita” delle borgate, c’è il tempo per mostrare spesso Pasolini/Dafoe seduto a “creare”: è alla sua scrivania, davanti a una macchina per scrivere, che stanno prendendo corpo le sue due ultime opere. Il romanzo “Petrolio”, che uscirà postumo e incompiuto soltanto nel 1992, e la sceneggiatura di “Porno-Teo-Kolossal”, il lungometraggio che doveva seguire “Salò” e che il suo autore voleva affidare prima nuovamente alla coppia Totò/Ninetto Davoli, dopo il successo di “Uccellacci e uccellini” e poi ad Eduardo De Filippo in sostituzione del principe De Curtis prematuramente scomparso.

Ferrara, che forse sognava di nascere novello Pasolini, dà vita ai progetti incompiuti: attraverso il suo cinema vediamo sullo schermo prima alcune pagine trasformate in sequenza cinematografica di “Petrolio” e poi lunghi passaggi di quello che avrebbe potuto essere l’ultimo film di Pasolini. Lo stile narrativo di queste “visioni” è criptico e poco fluido, verboso e smaccatamente intellettuale, esattamente com’era il cinema del vero PPP, soprattutto quello della fase finale della sua carriera. Questo è l’omaggio più sentito che Ferrara fa al suo maestro: non lo svilisce in un ordinario film biografico, né ci ammorba con ulteriori elucubrazioni relative alle differenti tesi sull’omicidio di Ostia. Il regista americano si limita a regalarci sprazzi di vita e, tra un momento e l’altro degli ultimi istanti di vita terrena, a mettere in scena, facendosi lui stesso un supplente, le opere irrealizzate di Pasolini. Una scelta folle, rischiosa, ma immensamente coraggiosa.

Un’ultima considerazione la merita la questione linguistica: presentato in lingua originale alla Mostra del cinema di Venezia, il film è risultato essere un guazzabuglio di differenti lingue. Dafoe che recita in inglese, dialoghi in italiano alternati, voce narrante di Luca Lionello. Per una volta, l’opera del doppiaggio interviene a migliorare il film: Fabrizio Gifuni, che presta la voce al protagonista in modo tale da farlo parlare sempre nella stessa lingua, è bravissimo.

26/09/2014

Cast e credits

Distribuzione
Europictures
Durata
86'
Produzione
Capricci Films, Urania Pictures S.r.l.
Sceneggiatura
Abel Ferrara e Maurizio Braucci
Fotografia
Stefano Falivene

Trama

Il film racconta l'ultimo giorno di vita di Pasolini, mentre stava cercando di recuperare delle bobine rubate di Salò, un viaggio che si è concluso con la sua morte. Il film sfrutta l'occasione per mostrare le sequenze perdute. Nel film viene inoltre trattato l'ultimo progetto del regista italiano, un film su San Paolo ambientato a Detroit.
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