animazione, fantastico, drammatico | Hong Kong (2025)
Black hole sun, won't you come
And wash away the rain?
Black hole sun, won't you come?
Won't you come? Won't you come?
Black Hole Sun – Soundgarden
Una serie di fili rossi e annodati naviga trasportata dalla corrente, facendosi strada in un dedalo galleggiante di blocchi di ghiaccio posto a guardia di una cascata. Gudo è uno spiritello dell’Altro Mondo, il cui compito originario è quello di accompagnare le anime dei defunti nel loro processo verso la reincarnazione: una volta che le questioni irrisolte delle loro vite precedenti vengono dimenticate, e cioè una volta che i nodi delle loro cordicelle scarlatte sono stati tutti sciolti, le anime possono attraversare il salto d’acqua e cominciare una nuova vita.
“Another World” si colloca in continuità con la distribuzione regolare in Italia di prodotti di animazione orientale affini. Nel corso di quest’anno, infatti, è approdato sul grande schermo anche “Scarlet”, ultima fatica del regista giapponese Mamoru Hosoda che ruota attorno alla tematica della vita dopo la morte. E le similitudini tra i due lungometraggi non si fermano qui: oltre all’alternanza tra animazione tradizionale e digitale, con la seconda delle due più massicciamente impiegata nell’opera del cineasta nipponico rispetto a quella del collega di Hong Kong, ad accomunare le due pellicole da un punto di vista visivo è soprattutto la valenza allegorica insita nell’uso del colore rosso.
Se infatti quest’ultimo è comunemente considerato simbolo vibrante di energia vitale e celebrazione, è altrettanto vero che, in paesi come la Cina, il Giappone o la Corea, usare l'inchiostro rosso per scrivere i nomi delle persone è considerato inappropriato, poiché storicamente riservato ai quelli dei defunti. L’aldilà a tinte scarlatte rappresentato da “Another World” e, appunto, da “Scarlet”, quindi, contiene in sé una valenza fortemente ossimorica, testimoniata proprio dalla volontà di rendere entrambi i due Altri Mondi delle dimensioni quanto mai vive, soggette a delle regole precise e abitate da entità tutt’altro che inerti e indifferenti pur costituendo, di fatto, delle esperienze di (post-)morte.
Rimanendo sul lato tecnico di “Another World”, è curiosa anche la scelta di creare ambiguità tra la sua forma e il suo contenuto, ovvero tra le linee nette che contraddistinguono il character design e la struttura narrativa dell’opera. Se le prime infatti sono caratterizzate dall’utilizzo di spessi bordi neri per separare nettamente i personaggi dagli sfondi o anche solo tracciarne le pupille degli occhi, la seconda risulta meno immediata, dal momento che fonde tra loro almeno tre distinte linee temporali differenti e rende la distinzione tra mondo reale, sogni, ricordi e aldilà molto più sfumata rispetto a quanto visivamente potrebbe venir suggerito. In altre parole, è come se di nuovo si fosse di fronte a un ossimoro che genera ambivalenza riguardo l’opera e il suo approccio a essa.
La trama, infatti, procede attraverso continui balzi spazio-temporali senza presentare alcuna soluzione di continuità, a sottolineare la condizione transitoria nella quale si trovano le anime nel processo che le porterà verso la reincarnazione. Questa persistente alternanza tra passato, presente e futuro, nonché tra luoghi fisici e luoghi meta-fisici, è atta a rimarcare lo sforzo dei defunti di lasciarsi il passato alla spalle, di sciogliere i nodi dei propri fili così da affacciarsi a una nuova vita completamente libere.
Per contro, le linee di confine che separano tra loro i profili all’interno delle tavole risultano invece ben visibili e rimarcate. Si è in altre parole lontani dalla delicatezza con la quale lo Studio Ghibli tratteggia i propri personaggi e le proprie creature, che per questo risultano molto più integrate nel disegno complessivo rispetto a quanto invece accade per “Another World”. Questo scarto tra forma e contenuto, se non proprio affascinante, per chi scrive risulta quantomeno curioso.
Anche da un punto di vista semantico la pellicola del 2025 è, nelle tematiche, un film perfettamente coerente con uno dei grandi leitmotiv del Cinema asiatico, ovvero il rapporto che gli esseri umani instaurano con il loro passato. Le Furie, infatti, sono esseri mostruosi e deformi, che diventano tali quando nel cuore degli esseri umani giunge a completo sviluppo un “fiore del male”: i suoi semi sono piantati nel momento in cui odio e rancore cominciano a crescere a seguito di un trauma.
Durante il film una di queste lacerazioni interiori risulta così impattante su chi la subisce da propagarsi addirittura attraverso molteplici reincarnazioni. Per poter sfuggire all’invalidante senso di oppressione che scaturisce da una così (apparentemente) definitiva condizione, fondamentali risultano l’amore verso sé stessi, l’autocompassione e l’accettazione e il perdono delle proprie colpe, tutti valori fondanti di quell’opus magnum che è stato, negli ultimi venticinque anni, “Evangelion”, progetto con il quale “Another World” condivide molte suggestioni sia visive che di significato.
Quando Yuri, sull’orlo della definitiva trasformazione in una Furia causata dall’abbandono ai sentimenti negativi, sembra ormai aver chiuso per sempre il suo animo a Gudo (richiamo al concetto di A. T. Field), la Dea Mira sopraggiunge in extremis per salvare la situazione. Sulla sua testa e tutto intorno a lei cominciano ad aprirsi dei buchi neri concentrici, che ricordano molto quelli che si generano in “Evangelion” al principiarsi degli Impact. Poi, durante quello che rischia di trasformarsi nel collasso dell’Altro Mondo, le sue rosse colonne portanti cominciano ad attorcigliarsi su loro stesse richiamando le proverbiali Lance di Longino, necessarie in “Evangelion” affinché un Impact si verifichi e che in “Another World” fanno la loro comparsa durante una fase di dissoluzione analoga. Anche Yuri, trasformatasi in una Furia dall’aspetto scheletrico ma al contempo tentacolare, finisce per assomigliare a un angelo, in particolare al Terzo che all’inizio di “Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance” viene sconfitto da Mari.
C’è spazio perfino, nelle ultimissime sequenze del film, per gli echi freudiani della cosiddetta “fase orale” di Shinji, rappresentati in “Another World” nello stesso modo in cui vengono tratteggiati in “Evangelion”, ovvero con il fotogramma di un neonato allattato al seno dalla propria madre. Non si tratta di sterile citazionismo, per chi scrive, bensì di un vero e proprio tributo a Hideaki Anno e alla poetica viscerale, estremamente allegorica ma al contempo squisitamente intima che sta alla base della sua opera più famosa, da cui il regista di Hong Kong sembra essere stato completamente assorbito – e come dargli torto…
In definitiva, l’esordio alla regia di Tommy Ng rappresenta, per chi scrive, un’ottima prova, capace di risultare personale agli occhi dei suoi spettatori (pur ispirandosi ad ingombranti predecessori) e senza mai apparire eccessivamente derivativa e/o fuori fuoco, difetti di cui invece, anche se solo in parte, si macchia l’affine “Scarlet”. Se proprio si vuole trovare qualche ombra, la si deve ricercare soprattutto nell’eccessiva lunghezza della fase finale della pellicola, dove ogni tanto si ha la sensazione che si stia strascicando un po’ per paura di non riuscire a chiudere degnamente. Per chi scrive, nel complesso, una colpa decisamente veniale.
cast:
Chung Suet-ying, Christy Choi Hiu-tung, Louis Cheung, Kay Tse, Yeung Nga-man, Will Or
regia:
Tommy Ng Kai Chung
titolo originale:
Another World
durata:
111'
produzione:
Point Five Productions, Silver Media Group
sceneggiatura:
Polly Yeung
montaggio:
Wong Fei-pang, Tommy Ng Kai Chung
musiche:
Adlian Chau, CMgroovy, Vicky Fung