Due procuratori

Due procuratori


Sergei Loznitsa

Drammatico, Storico | Francia, Germania, Lettonia, Litu, Paesi Bassi, Romania
(2025)

Nel cinema di Sergei Loznitsa passato e presente dialogano continuamente, nella forma e nella sostanza.

Per temi e contenuti, come in “Austerlitz“, che mostra un campo di concentramento ai giorni nostri, divenuto memoriale e monumento (con ciò che ne consegue, sotto tutti i punti di vista); o per questioni tecnico stilistiche, con immagini d’epoca rielaborate o immagini di oggi alterate per farle apparire datate, come avviene, rispettivamente, in “Blockade” e in “Letter” (tra gli altri).

Il dialogo tra passato e presente non è tuttavia prerogativa delle sole opere non-fiction del regista ucraino, sebbene in esse questo aspetto sia sicuramente più evidente. Lo ritroviamo, infatti, anche nelle opere di finzione: dall’utilizzo strumentale del flashback in film come “My Joy” o “Anime nella nebbia”, alla sequenza onirico-surreale della parte finale di “A Gentle Creature”, in cui era sovietica e Russia di oggi si fondono visivamente e concettualmente.

“Due procuratori” – quinto lungometraggio a soggetto di Loznitsa, a sette anni di distanza dal sottovalutato “Donbass” – non fa eccezione, proponendo una storia ambientata nell’Unione sovietica degli anni immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale, che però richiama neanche così velatamente il mondo e le vicende politiche di oggi, non soltanto della Russia di Putin.

La storia è tratta da un racconto di Georgij Demidov, fisico e scrittore di San Pietroburgo che trascorse quattordici anni nei gulag, nel periodo del terrore staliniano. Scritto nel 1969, “Dva prokurora” è stato pubblicato soltanto quarant’anni più tardi, dopo che il manoscritto originario era stato confiscato dal KGB e restituito alla famiglia dopo la morte dell’autore.

Siamo a Brjansk nel 1937, nel pieno delle purghe staliniane. Un giovane procuratore di provincia, Aleksandr Korneev, fresco di nomina e di studi, si reca nel carcere locale per ascoltare un prigioniero che è riuscito a fargli arrivare un biglietto scritto con il proprio sangue. In prigione si sorprendono di come un messaggio sia potuto uscire dalle mura del blocco 5, la sezione speciale dedicata ai prigionieri politici, visto che tutte le lettere e le petizioni – talvolta indirizzate allo stesso Stalin per denunciare condizioni disumane e confessioni estorte con violenza (erano in molti all’epoca a credere che il buon padre della patria sovietica fosse all’oscuro dei misfatti compiuti dai suoi sottoposti) – vengono puntualmente bruciate.

Nonostante l’opposizione strisciante del direttore del carcere e dei suoi accoliti, il procuratore riesce a parlare con il recluso, suo ex professore, verificando con i propri occhi gli effetti delle torture subite da parte del NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni.

Korneev si reca dunque a Mosca per denunciare la vicenda – e in generale la possibile deriva delle autorità incaricate della sicurezza interna – al procuratore generale dell’URSS, Andrej Vyšinskij.

L’attualità di un’opera come quella di Loznitsa, in un’epoca in cui il diritto internazionale è bistrattato per non dire sbeffeggiato dalle nazioni che possono permettersi di farlo, è del tutto evidente. Parlando di un passato apparentemente remoto, “Due procuratori” evidenzia infatti un pessimismo verso le istituzioni che è in realtà senza tempo.

Il pacato procuratore generale Vyšinskij, il famigerato giudice-boia di Stalin già protagonista del documentario “Process” (in cui appare sicuramente meno dimesso della rappresentazione – pur valida – che ne fa l’attore Anatolij Belyj), è il simbolo apicale di quegli apparati che dietro il clamore delle dichiarazioni formali e delle petizioni di principio nascondono il cinismo del potere che pensa soltanto ad autoconservarsi, in spregio a qualunque dottrina, infiocchettando a piacimento la propria concezione del diritto.

L’ideologia supera l’idealismo, la paura domina sulla ricerca della verità, ogni lotta in difesa di valori giuridici o morali pare vana. E chi non si adegua è soltanto l’ennesima vittima sacrificale, come già aveva raccontato Loznitsa in “A Gentle Creature”, di cui “Due procuratori” può essere considerato per certi versi un prequel.

Il terzo e il quinto film di finzione di Loznitsa, unitamente al citato documentario “Process”, possono costituire idealmente una trilogia sulla giustizia penale in età sovietica e post-sovietica, condividendo lo stesso contesto drammaticamente kafkiano, in cui lo scenario più paradossale in assoluto resta tuttavia appannaggio dell’opera non-fiction, incentrata sui processi farsa agli ingegneri del 1930. A dimostrazione – ancora una volta – di quanto la realtà possa superare la finzione.

La burocrazia è una delle armi che gli apparati utilizzano per annacquare il dissenso, con inutili scartoffie e soprattutto attese infinite, ritratte dal regista con ellissi chirurgiche, mirate a farne percepire tutto il peso e il pretesto. L’immobilismo delle istituzioni è reso attraverso l’espediente di continui campi fissi, che ricorrono sovente nel cinema del regista ucraino (soprattutto nei documentari, con la significativa e voluta eccezione di “Landscape”).

La precisione e il rigore formale di Loznitsa, mutuati dall’esperienza documentaristica di cui è acclamato maestro (in particolare nell’ambito del direct cinema e della rielaborazione di materiale d’archivio), contribuiscono a una confezione minuziosa, in cui la fotografia desaturata di Oleg Mutu, fedelissimo del regista, e le scenografie claustrofobiche permettono una totale immersione nel clima di forte oppressione di quegli anni, esaltato altresì dall’aspect ratio in 1,33:1.

Il dialogo tra i due procuratori, scena madre attesa e preparata da un climax di precisione matematica, è il momento clou della pellicola, prima del finale amaro, diretto e inappellabile.

Probabilmente non sarà ricordato come il miglior film di Loznitsa, visto che l’opera sconta una stratificazione piuttosto modesta – soprattutto se paragonata ai precedenti lungometraggi a soggetto del regista – e un terzo atto (quello che inizia con il viaggio di ritorno a Brjansk) leggermente inferiore rispetto ai più efficaci primi due terzi di pellicola. Eppure, “Due procuratori” resterà un tassello fondamentale nella poetica del regista, sempre attenta all’analisi e al racconto delle distorsioni e delle nefandezze create da regimi e totalitarismi o, più semplicemente, dal potere.

17/02/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Deux Procureurs
Distribuzione
Lucky Red
Durata
118'
Produzione
ATOMS & VOID, Avanpost Media, LOOKSfilm, SBS Films, Studio Uljana Kim, The Match Fact, White Picture
Sceneggiatura
Sergei Loznitsa
Fotografia
Oleg Mutu
Scenografie
Jurij Grigorovič, Aldis Meinerts
Montaggio
Danielius Kokanauskis
Musiche
Christiaan Verbeek
Costumi
Dorota Roqueplo

Trama

Unione Sovietica, nel pieno delle purghe staliniane. Un giovane procuratore di provincia, dopo aver ascoltato un prigioniero torturato dal NKVD, si reca a Mosca per denunciare la vicenda al procuratore generale dell'URSS, Andrej Vyšinskij.
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