Guerra e pace

Guerra e pace


Massimo DAnolfi, Martina Parenti

Documentario | Italia, Svizzera
(2020)

Ci sono stati cineasti del muto che hanno realizzato capolavori seguendo un principio elementare: ridurre il più possibile le sequenze dialogate e soprattutto le didascalie in modo che il rapporto di causa-effetto secondo il quale veniva orchestrato il flusso delle immagini garantisse allo spettatore un’esperienza visiva priva di iati e compiutamente immersiva. Che l’eccesso di parole danneggi le immagini quando sono pleonastiche rispetto a queste è un assunto che Massimo D’Anolfi e Martina Parenti mostrano di conoscere a fondo. Il duo registico confeziona un documentario di più di due ore che, frutto di un sapiente montaggio, approccia il tema della guerra muovendo dal particolare all’universale e, abbattendo le categorie dello spazio e del tempo, offre allo spettatore una serie di suggestioni atte a suscitare l’interrogativo su cosa sia la guerra nella sua essenza e su quale sia il rapporto tra guerra e immagini.

“Guerra e pace” è costituito da una tetralogia preceduta da un preambolo. Quest’ultimo è anche etimologicamente introduttivo, in quanto ci introduce all’interno di un deposito nel quale giacciono centinaia di bobine. Di seguito si vedono vecchie fotografie che vengono restaurate. Con una serie di stacchi apparentemente stranianti vengono mostrate immagini di repertorio e foto tra loro diversissime: maghrebini impiccati sulla pubblica piazza, un soldato colpito da sindrome post-traumatica, indistinte ritirate sotto la neve, e infine la celebre sequenza al ralenti del bombardamento al napalm in Vietnam. Contesti spazio-temporali differenti, insomma, che giustapposti inducono la domanda: cos’è la guerra? Il primo dei quattro capitoli si intitola “Passato remoto” ed è dedicato alla guerra di Libia del 1911. È un capitolo nel quale alle immagini di repertorio dello sbarco dei soldati italiani si sovrappone la voce di Lucio Caracciolo che parla, ma della più recente guerra in Libia, del dopo Gheddafi, della contesa tra Haftar e Al Sarradj. Si crea così un originale nesso logico di continuità che scavalca i piani temporali riconducendo le cause profonde del recente conflitto libico alla frammentazione geopolitica coloniale e postcoloniale. Il recupero delle memorie coloniali nostrane, inoltre, è occasione per una riflessione metacinematografica: la guerra del 1911 è coincisa con i primi vagiti della cinematografia, per cui per molti italiani il cinema è stato la guerra in Libia. Innumerevoli infatti sono stati i cinegiornali realizzati sul modello del Pathe Journal transalpino. Tra il 1911 e il 1912 la sola Cines ne produsse ben 80.

Il secondo capitolo, intitolato “Passato Prossimo”, è sostanzialmente un continuo alternarsi di immagini di repertorio su attentati, bombardamenti e macerie ai quattro angoli del pianeta, e riprese all’interno della sala operativa dell’unità di crisi della Farnesina. Qui arrivano telefonate (originali) e richieste di aiuto di cittadini italiani che hanno bisogno di esfiltrare da aree a rischio. Il focus di “Guerra e pace” assume una dimensione globale: dalla Somalia all’Iraq, dalla Libia alla Germania. Senza mostrare invece alcuna immagine di repertorio o frammento audio, viene metonimicamente ribadita l’attuale o pregressa instabilità socio-politica di alcuni paesi latinoamericani (Brasile, Colombia, Nicaragua) mostrandone semplicemente la bandiera issata sul pennone.

La terza parte ha per titolo “Il presente; il mestiere delle immagini”. Il montaggio è meno ellittico e ci si sofferma su due blocchi narrativi: il primo dedicato all’addestramento della Legione straniera, con gli estenuanti allenamenti culminanti nelle esercitazioni di guerra simulata; il secondo, più interessante, che squarcia il velo sul rapporto tra guerra e informazione e sulla forza insita in potenza in ogni immagine fotografica e filmica. Sempre all’interno della Legione straniera, infatti, alcune reclute, destinate ad essere i reporter di guerra dei futuri teatri di guerra, studiano i fondamenti della comunicazione per immagini. È la parte più interessante del film. Gli autori mostrano come il resoconto degli eventi cambi a seconda del punto di vista da cui li si racconta. Come nella fotografia oscurare certi dettagli ed evidenziarne altri permette di produrre più che di riprodurre la realtà, così, si suggerisce per reticenza, può accadere con le immagini. Morale: per i futuri reporter di guerra tutto ciò che è immagine offre uno spunto di riflessione, dal dipinto di Velasquez “La resa di Breda” alle migliaia di foto d’archivio patrimonio dell’ECPAD (ovvero il centro di formazione all’immagine dell’esercito francese) sulla Cambogia, l’Algeria, il Ruanda o l’ex Yugoslavia. Questo capitolo, infine, si distingue anche per un altro aspetto: la musica fa la sua comparsa accompagnando extradiegeticamente i soldati che si allenano in palestra o combattono nella guerra simulata. È una musica tecno, martellante, ipnotica, ossessiva, in cui melodia e armonia sono oscurate dal ritmo, come la mente delle reclute lo è dagli ordini ferrei e indiscutibili dei superiori.

Nella quarta e ultima parte (“Il futuro: dove tutto è già scritto”) la riflessione sulle immagini diventa preponderante rispetto alle immagini stesse. Il regime narrativo è debole: reduci da guerre o campi di sterminio sottolineano l’alto valore documentario delle immagini, soprattutto in una dimensione futura, quando cioè i testimoni diretti di quei fatti saranno inevitabilmente scomparsi. Il pudore, la volontà dei registi di scomparire dal documentario fanno sì che anche qui, come nel resto del film, non vi siano domande e risposte, ma solo testimonianze che sgorgano quasi naturalmente dalla sensibilità e dai ricordi dei testimoni.

Con “Guerra e pace” Massimo D’Anolfi e Martina Parenti ritrovano il terreno congeniale alla loro vena autoriale che sembrava essersi inaridita con “Spira Mirabilis” (2016). Il mondo claustrofobico, kafkiano e circoscritto ne “Il Castello” (2011) si è allargato, giacchè anche un deposito di poche centinaia di metri quadri può contenere milioni di reperti fotofilmici che estroflettono la realtà verso l’esterno proiettando così il nostro sguardo in qualsiasi punto del globo e, quel che più conta, in qualunque momento storico. Rispetto a “Materia oscura” (2013), film-toroide, che cioè aveva un centro inconsistente ma una periferia estesa, visto che le installazioni del poligono militare ivi descritto erano tutt’intorno, “Guerra e pace” è un film-impalcatura: è girato dove sono le istituzioni che gestiscono le guerre. Rispetto a “Blu” (2018) e “L’infinita fabbrica del Duomo” (2015), omaggio agli uomini e alle donne invisibili che instancabilmente lavorano a vantaggio della collettività, l’ultima fatica dei due registi ci mostra altri “invisibili”: le vittime delle guerre, che rischiano di diventare vittime due volte laddove la documentazione foto-filmica esistente venga messa sotto la naftalina.

18/06/2021

Cast e credits

Titolo Originale
Guerra e pace
Distribuzione
Istituto Luce Cinecittà
Durata
128'
Produzione
Montmorency Film, Rai Cinema
Fotografia
Massimo D’Anolfi
Montaggio
Massimo D’Anolfi, Martina Parenti
Musiche
Felix Rohner, Sabina Schärer, Massimo Mariani

Trama

In quattro capitoli, scanditi dal tempo e dall’occhio della cinepresa, si dipana il racconto della guerra: da quella più lontana (passato remoto) a quella più recente (passato prossimo). Fa seguito uno spaccato di vita della legione straniera (presente) e in conclusione la parola passa ai testimoni delle guerre, affinchè nessuno dimentichi (futuro). Quando anche loro non ci saranno più, a parlare saranno solo le immagini.

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