Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
7.0/10

Kokuho


"Forza, usciamo
a vedere la neve
fino a che scivolerò!"[1]
Matsuo Bashō


Nonostante sia spesso considerato uno dei principali autori zainichi (cioè di origine coreana), o forse proprio per questa ragione, Lee Sang-il ha sempre mostrato un vivo interesse per la storia del Giappone moderno e il modo in cui la cultura del paese ospitante è mutata. D’altronde, disponendo di un punto di vista interno rispetto alla nazione asiatica ma esterno all’in-group (considerando anche quanto xenofoba sia tuttora la società giapponese), il regista ha sempre avuto una prospettiva privilegiata per cogliere i succitati cambiamenti e vederli al contempo sotto una luce diversa, illuminando gli angoli anche più ombrosi del Giappone. "Kokuho", da noi arrivato col sottotitolo fin troppo esplicativo "Il maestro di kabuki", rientra perfettamente in questo filone della produzione del regista zainichi, raccontando uno degli elementi più noti e stereotipici della cultura giapponese classica, ovvero il teatro kabuki, da una prospettiva però particolare (quella degli onnagata, ovvero gli uomini che interpretano personaggi femminili, essendo alle donne impedito il recitare in queste opere) e cogliendo nel frattempo le evoluzione della società e cultura giapponese nel corso di 10 lustri, le quali si intravedono in controluce a questa parabola di affermazione individuale, rischiarandone in parte le contraddizioni e le complessità.

"Kokuho" inizia negli anni 60 in cui era ambientato anche "Hula Girls", primo successo internazionale di Lee Sang-il e sorprendente cronaca dell’inizio del drammatico processo di deindustrializzazione di cui il Giappone è stato precursore, come di tanti altri fenomeni sociali negli ultimi decenni, anche in quel caso narrato da una nel villaggio turistico che sarebbe dovuto sorgere al posto di una miniera in dismissione nel nord del Giappone). Perciò, gli anni 60 divenivano in quella pellicola il momento in cui la modernità giapponese (che comunque ha caratteristiche peculiari rispetto a quella occidentale) si scontra con la post-modernità dell’economia basata sui servizi e modelli socio-culturali internazionali. Nel più recente film di Lee gli anni 60 diventano invece il punto di passaggio definitivo fra la classicità giapponese (il teatro kabuki) e le sue istituzioni (la yakuza) e la modernità già sul punto di volgere in post-modernità. Non è d’altronde casuale che la pellicola inizi con l’arrivo di una presenza esterna alla comunità di cui fa parte il protagonista Kikuo (il rinomato attore Hanai Hanjiro), seguita dall’esplicitazione delle ambizioni artistiche del giovane eroe e dalla sua repentina perdita dell’innocenza, quando il banchetto di fine anno cui sta partecipando viene interrotto da un clan rivale, che uccide infine il padre.

Questo evento diviene ovviamente fondativo per l’identità di Kikuo, col padre che lo invita a guardarlo nei suoi ultimi momenti, facendosi oggetto spettacolare che attrae con forza lo sguardo dello spettatore, non importa quanto crudo sia ciò che si sta per vedere. L’identificazione dell’aspirante attore con l’oggetto dello sguardo altrui è a questo punto definitiva e al riguardo è significativo che il giovane si affermi come onnagata, finendo per assumere qualità considerate femminili su di sé e caratterizzarsi così con la to-be-looked-at-ness di mulveyana memoria (piuttosto che la versione sviscerata in "Piacere visivo e cinema narrativo" quella più sfaccettata del successivo "Afterthoughts on 'Visual Pleasure and Narrative Cinema' inspired by King Vidor's Duel in the Sun (1946)"). Non a caso il protagonista finisce nel corso della narrazione, man mano che i decenni passano e gli ostacoli bloccano il suo percorso verso la padronanza dell’arte del kabuki, per interiorizzare l’esibizionismo richiesto dal ruolo attoriale, divenendo così una presenza perturbante, le cui azioni sono spesso difficilmente leggibili. Lo erano d’altronde fin da una delle prime sequenze, quando il ragazzo decide di farsi tatuare secondo le modalità tipiche della yakuza, nonostante il padre sia stato ucciso e il clan si stia disperdendo, tutto per abbracciare il ruolo performativo del figlio che deve vendicare l’onore della famiglia secondo le regole della cultura giapponese tradizionale, senza però perseguire questa missione fino alla pointy end.

"Kokuho", che significa "tesoro nazionale" ed è parte del titolo che viene conferito a coloro che padroneggiano una delle arti tradizionali giapponesi (ningen kokuhō, tesoro nazionale vivente), è una pellicola interamente costruita attorno al protagonista e al suo percorso d’affermazione, ovvero alla trasformazione del quasi omofono Kikuo in kokuhō. Un percorso che, come in ogni coming of age che si dipana lungo i decenni, non è mai lineare ed è anzi è attraversato da numerose fratture, che arrivano a spaccare il film a metà nel 1982, quando il giovane eredita il nome d’arte di Hanai Hanjiro dal suo maestro a discapito del figlio fuggitivo di questi, ma il collasso del decano della compagnia teatrale durante la cerimonia del passaggio d’eredità provoca l’inizio della sua rovina artistica. Privato dei suoi potenti appoggi, Kikuo è costretto ad adoperare ogni mezzuccio per affermarsi (il nostro eroe sicuramente ha più di qualche comportamento antisociale) ed è in questa fase che la Storia torna a farsi una componente fondamentale di questa storia iperfocalizzata sul suo protagonista (così tanto che pure il co-protagonista Shunsuke, amico-rivale e figlio di Hanjiro, pur importantissimo fino a quasi metà film, sparisce completamente dalle scene dopo la sua fuga per ritornare solo in seguito). Costretto a recitare come attore itinerante, il protagonista viene molestato da persone che, ignorando le convenzioni del kabuki, pensano sia una donna e reagiscono con violenza quando scoprono la sua vera natura, a riprova di come al di fuori della torre d’avorio del teatro istituzionale la società giapponese sia ormai dimentica di quella che dovrebbe essere una sua forma d’arte fondativa.

Se nel già citato "Hula Girls" alla fine erano la dimensione collettiva della comunità e la coscienza di classe a permettere alle protagoniste di realizzare il loro sogno, coi compaesani che decidevano di salvare il villaggio turistico prima della sua inaugurazione, nel mondo di "Kokuho", passato direttamente dal Giappone pre-moderno a quello post-moderno, simili elementi più caratteristici della modernità non hanno spazio, e pertanto non possono influire in maniera positiva sul percorso dell’aspirante maestro di kabuki. La Storia si pone quindi come una presenza esterna al mondo di Kikuo, che emerge fin dall’incipit come una forza che scuote le fondamenta di quel mondo, spingendolo ancora di più a rifugiarsi tra le consolanti mura (non importa quanto gonfie di intrighi e tormento) della dimensione atemporale del teatro kabuki. "Kokuho" è infatti un dramma storico nella misura in cui la Storia si infiltra fra le crepe delle succitate mura e preme sull’altrimenti inamovibile protagonista, totalmente devoto al suo percorso verso la padronanza, e non a caso manca completamente l’intersezione fra grandi fatti pubblici e piccoli eventi privati che è tipica del dramma storico come genere, dal momento che il protagonista rifiuta la realtà esterna e i suoi cambiamenti per sprofondare sempre di più nella dimensione astorica del teatro.

Questa idea di fuga dal mondo, così come il tema della devozione assoluto al proprio sogno, sono tematiche che riverberano con forza nell’immaginario nipponico e possono aiutare a spiegare, almeno in parte, l’enorme successo che è arriso a "Kokuho", al momento il più grande incasso di sempre per un film live action giapponese (e il quinto totale), nonché vincitore di una miriade di premi e pure una nomination agli Oscar. Che tali risultati finiscano per fare di "Kokuko" un giorno un kokuhō cinematografico solo il tempo potrà dirlo, anche perché il film di Lee Sang-il non è esente da difetti, evidenti nella costruzione disorganica della narrazione e nell’accumulo a volte troppo frettoloso di personaggi, elementi che fanno comprendere perché il film (lungo già quasi tre ore) raggiungesse nei piani originali le quattro ore e mezza di durata. Ciononostante, con quest’ennesimo adattamento di un romanzo di Yoshida Shuichi il regista zainichi ha dimostrato una capacità di dare nuova linfa ai miti fondativi della cultura giapponese che ha pochi eguali nell’industria del paese asiatico, tanto più con una simile ambizione narrativa ed eleganza visiva. Se poi tutto ciò si dissolverà in un attimo come la neve che cade in primavera, ne sarà comunque valsa la pena.


[1]
"いざ行かむ 雪見にころぶ 所まで". Traslitterazione: Iza yukan / yukimi ni korobu / tokoro made


27/04/2026

Cast e credits

cast:
Yoshizawa Ryo, Yokohama Ryusei, Nagase Masatoshi, Ken Watanabe, Takahata Mitsuki, Terajima Shinobu, Tanaka Min


regia:
Lee Sang-il


titolo originale:
Kokuhō


distribuzione:
Tucker Film


durata:
175'


produzione:
Myriagon Studio, Credeus


sceneggiatura:
Okudera Satoko


fotografia:
Sofian El Fani


scenografie:
Taneda Yōhei


montaggio:
Imai Tsuyoshi


costumi:
Kawai Haruka


musiche:
Hara Marihiko


Trama
Nagasaki, 1964. Il giovane Kikuo è figlio di un boss della yakuza, ma sogna di divenire un attore di kabuki. Rimasto orfano di padre, viene adottato dall'affermato attore Hanai Hanjiro, il quale inizia ad addestrarlo nell'arte del kabuki assieme al figlio Shunsuke, con cui Kikuo sviluppa sia una salda amicizia sia una strisciante rivalità, la quale influirà sul percorso di ambedue i giovani nel corso dei decenni.