Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
7.5/10

Leonor Will Never Die

"We are living in a movie, Leonor!"
Dalla discussione post-proiezione con la regista e la protagonista

Se si dovesse parlare delle cinematografie che stanno lasciando il segno nella presente edizione del Far East Film Festival, difficilmente non si potrebbero citare le Filippine, a cui quest’anno è dedicata l’interessantissima retrospettiva sulla rappresentazione di Manila di notte nel corso dei decenni, oltre a poter vantare la proiezione di uno dei miglior film della kermesse finora, lo strabordante thriller giornalistico "On the Job: The Missing 8" di Erik Matti. Non stupisce quindi la buona qualità media della pur piccola rappresentativa di pellicole filippine in concorso, né che la più apprezzata per il momento sia un giocoso e sentito omaggio al cinema, filippino e non solo, del tempo che fu come "Leonor Will Never Die". L’esordio della promettente Martika Ramirez Escobar ha ottenuto infatti una delle migliori accoglienze di questa edizione con la storia di una sceneggiatrice di film d’azione ormai in pensione che, travolta (anche letteralmente) dalle difficoltà della vita quotidiana e dell’invecchiamento, si ritrova all’interno de "Il ritorno del gufo", pellicola la cui sceneggiatura non è mai riuscita a completare, nonché a sua volta omaggio al figlio tragicamente morto Ronwaldo (il quale decide pure di ritornare dal mondo dei morti nel frattempo), che si riflette nell’omonimo ed eroico protagonista del film nel film.

Fin dalla premessa il film non fa nulla per smorzare la propria complessità e densità, proponendo un gioco fra piani narrativi che all’inizio può sembrare gratuito, sommariamente sostanziato da alcune analogie fra ciò che accade in "Leonor Will Never Die" e gli avvenimenti de "Il ritorno del gufo", ma che assume un significato ben più chiaro dopo lo sprofondare della protagonista eponima nel coma e nella sceneggiatura da lei mai ultimata. Il metalinguismo del film di Escobar non è difatti una cerebrale ruminazione sulla natura fittizia del cinema e dell’influenza che essa può avere sulla realtà ma una modalità privilegiata per omaggiare i dozzinali action che sono stati una delle colonne portanti dell’industria cinematografica filippina e le moltissime personalità, ora ignote ai più, che hanno contribuito a renderli così influenti (in maniera forse non così dissimile da "Six Degrees of Separation from Lilia Cuntapay" di Antoinette Jadaone, visto dieci anni orsono al FEFF dal nostro Giuseppe Gangi), artisti forse più creativi ed emotivi che intellettuali e riflessivi. Come appunto il film stesso, il quale diviene nell’ultima parte a sua volta protagonista della pellicola, esponendo le difficoltà della giovane regista nel trovare una maniera di chiudere in maniera soddisfacente la storia di Leonor e del film che sta finalmente cercando completare, pur nella sua testa.

Riflettendo sulle effettive difficoltà nel girare il proprio esordio, il quale ha difatti richiesto ben otto anni per essere scritto, filmato e montato, Martika Escobar crea un ulteriore livello metanarrativo in cui pone sé stessa e il resto del cast e della troupe, facendo di "Leonor Will Never Die" anche un ragionamento sul cinema filippino del presente, costantemente sottofinanziato e costretto spesso a servirsi di contributi esterni per completare film spesso realizzati in una notevole disorganizzazione, come ricordato da lei stessa in una discussione post-proiezione. Le componenti metalinguistiche del film non diventano comunque mai uno strumento per spassionati j’accuse contro l’industria cinematografica o il suo pubblico smemorato e irriconoscente ma restano sempre un tramite per disgregare progressivamente i confini entro cui si muovono i protagonisti e rendere così accettabile, quasi prevedibile, la commistione fra il mondo dei vivi e quello dei morti e fra quello (meglio, quelli) della "realtà" e quello (idem) della "finzione". Molti anni fa, recensendo un altro brillante metafilm, "Holy Motors", Alberto Mazzoni annotava come nella pellicola di Leos Carax il mettere fra virgolette, l’aggiungere livelli interpretativi, fosse vituperato in quanto strumento per distanziarsi dal viscerale, come ben ribadiva il personaggio Merde: in "Leonor Will Never Die" invece la messa fra virgolette, la risignificazione semantica, è l’unico modo di essere letteralmente viscerali, di andare sempre più in profondità, in sé e nel proprio lavoro, per trovare un senso del proprio agire all’interno di strati di finzione in costante aumento.

Questa sorta di catabasi rende la struttura narrativa del film forse farraginosa, come se lo sprofondare nelle profondità della coscienza e della storia del cinema aprisse delle immaginarie crepe nella tenuta del film che, soprattutto nella parte finale procede fin troppo a strappi, colpi di scena e inversioni a U narrative (esemplificativo al riguardo il ripetuto confronto fra Leonor e gli uomini che voglio uccidere Ronwaldo ne "Il ritorno del gufo"). In maniera simile, se inizialmente si può storcere il naso di fronte all’apparizione di un fantasma nel mondo "reale", cosa che in seguito viene enfatizzata fino ad arrivare alla parodia, e alla presenza di alcuni accadimenti non proprio verosimili, a un certo punto diviene chiaro quanto la stratificazione di livelli narrativi (di diversa qualità, si potrebbe dire) finisca per produrre una mise en abyme in cui è impossibile, e ancor più inutile, trovare il bandolo della matassa del reale. Questo perché "Leonor Will Never Die" è una lettera d’amore al cinema come strumento affabulatorio di rielaborazione e ricostruzione del reale e, si sa, in amore non valgono regole, sicuramente non quelle della buona sceneggiatura, rendendo le, comunque sempre giocose, inconsistenze della pellicola una sorta di ennesimo omaggio a un cinema ingenuo e spassionato che ora, in un mondo di fondi che non si trovano, registe sull’orlo di una crisi di nervi e cinema chiusa per quasi due anni, non ha più una casa, come teme di finire la stessa protagonista.

Ancor più della giovane regista è il personaggio di Leonor, interpretato dall’affermata attrice teatrale Sheila Francisco per la prima volta davanti alla macchina da presa, a essere la vera protagonista del progetto, con una personalità e una fisicità strabordanti che riempiono ogni scena in un cui appare, con lo sguardo sempre rapito di chi riesce a cogliere la cinematograficità di ogni evento, anche al di fuori del film in cui si trova, forse ridondantemente, imprigionata. Un’ingenuità di sguardo che forse è la stessa di Martika Escobar e che permette al film di superare quasi indenne i suoi finali multipli, una invero stancante, seppur necessaria, ricapitolazione di tutti gli strati che compongono "Leonor Will Never Die", una danza ai bordi del cinema, e del reale, che può forse essere pericolosa (per la riuscita del film) ma che sicuramente è appassionante. Ma in questo cinema/mondo pieno di fantasmi ed echi del passato le metafore sono piuttosto concrete e assumono qui la forma di una pacchiana e spassionata sequenza musical finale, l’ultimo desiderio della morente Leonor e del cinema che fu. Poi una statica sequenza di un’affollata strada urbana lungo i titoli di coda ci ricorda quale sia il mondo reale a cui apparteniamo. Che poi è soltanto un altro strato di finzione all’interno di "Leonor Will Never Die". E come lei neppure il cinema morirà mai, ne siamo certi.


29/04/2022

Cast e credits

cast:
Sheila Francisco, Bong Cabrera, Allan Bautista, Anthony Falcon, Rocky Salumbides, Rea Molina, John Paulo Rodriguez, Ryan Eigenmann, Dido dela Paz, Tami Monsood


regia:
Martika Ramirez Escobar


distribuzione:
Cercamon


durata:
99'


produzione:
Monster Jimenez, Mario Cornejo


sceneggiatura:
Martika Ramirez Escobar


fotografia:
Carlos Mauricio


scenografie:
Eero Francisco


montaggio:
Lawrence Ang


musiche:
Alyana Cabral, Pan De Coco


Trama
La sceneggiatrice di film d'azione in pensione Leonor vive col figlio Rudy, circondata dai ricordi di una vita e sempre più tormentata dalla vecchiaia che avanza e dalle difficoltà di adattarsi alla vita quotidiana. Nel frattempo vediamo varie sequenze de "Il ritorno del gufo", film di cui Leonor non è mai riuscita a completare la sceneggiatura. Mentre la sua situazione si fa sempre più difficile l'anziana sceneggiatrice ha un incidente e finisce in come e all'interno de "Il ritorno del gufo", circondata dai suoi amati personaggi. Dovrà riuscire a completare la sceneggiatura nel migliore dei modi per poter tornare nel mondo reale. Ma lo vuole veramente?