storico, drammatico | Usa (2025)
Come noto, quello di James Vanderbilt non è il primo film sul processo - e sui processi - di Norimberga. Il più celebre, almeno finora, "Vincitori e vinti" di Stanley Kramer ("Judgment at Nuremberg", 1961), riguardava uno dei processi secondari, il cosiddetto processo ai giudici, tenutosi nei confronti di magistrati della Germania nazista. Se vogliamo, quello ai giudici fu un processo anche più interessante, dal punto di vista strettamente filosofico-giuridico, di quello - ben più celebre - ai gerarchi nazisti, il cosiddetto processo principale: giudici che giudicano altri giudici, un cortocircuito che meriterebbe ben altro approfondimento di questa breve digressione.
L’altra opera di un certo interesse e di una certa notorietà sui giudizi di Norimberga, questa volta sul processo principale, è il film - in realtà una miniserie televisiva - "Il processo di Norimberga" ("Nuremberg"), diretto dal canadese Yves Simoneau, uscito nel 2000 in due puntate. Curioso rimarcare, innanzitutto, che anche nell’opera di Simoneau figurava tra i personaggi principali uno specialista della mente, lo psicologo dell’esercito Gustav Gilbert, come avviene in questo nuovo "Norimberga", dove uno psichiatra è addirittura protagonista, il maggiore Douglas Kelley, che curiosamente (o, per meglio dire, colpevolmente) non appariva nel film del 2000.
Eppure, ad avere in cura i cervelli dei ventidue gerarchi nazisti, nella realtà storica, furono effettivamente due specialisti, lo psichiatra Kelley e lo psicologo Gilbert, incaricati dall'esercito americano di verificare l'effettiva sottoponibilità a giudizio degli imputati e la loro capacità di sostenere un processo. Nel film di Vanderbilt, anch’esso incentrato solamente sul processo principale, sono correttamente presenti entrambi i personaggi ed emerge anche la loro diversità di vedute, che sfocia, con un’eccessiva spettacolarizzazione (ci torneremo più volte), in un vero e proprio scontro fisico.
I due specialisti elaborarono infatti teorie completamente diverse - e per certi versi antitetiche - a seguito degli studi compiuti in quei mesi, che li portarono a dedurre, partendo dal particolare per arrivare al generale, una propria concezione del male.
Kelley non trovò una malvagità intrinseca nei gerarchi nazisti, né alcuna forma di malattia mentale (con la sola eccezione di Robert Ley, il capo del Fronte tedesco del lavoro che peraltro si suicidò pochi giorni prima dell’inizio del processo). Lo psichiatra americano li riteneva esseri del tutto normali, al massimo particolarmente cinici e privi di empatia, ma non ravvisò in essi un presunto germe della follia nazista, che molti invece si aspettavano di trovare. Kelley affermò che quegli individui non apparivano "anomali né pervertiti né geni" e che assomigliavano "a uomini d’affari aggressivi, intelligenti, ambiziosi e spietati" (El-Hai, 2013). Secondo lo psichiatra, uomini come Göring erano e sono in mezzo a noi e trascorrono le giornate "dietro grandi scrivanie, a prendere decisioni importanti nel loro ruolo di uomini d’affari, politici e delinquenti" (Kelley, 1947).
Quella di Kelley è una teoria affine a quella sviluppata anni dopo, durante il processo Eichmann, da Hannah Arendt, che elaborò la fortunata - e anche un po’ abusata - formula della banalità del male (va peraltro ricordato che il punto di vista di Arendt era puramente filosofico e non medico). Vi erano comunque delle diversità importanti tra il pensiero di Arendt e quello di Kelley, in quanto la prima riteneva che i nazisti avessero seguito ordini impartiti dall’alto considerandoli normali e accettando le proprie azioni come insignificanti, mentre Kelley aveva evidenziato come i gerarchi fossero consapevoli della specialità del proprio ruolo.
Diverse da quelle di Kelley (e di Arendt) furono le conclusioni di Gilbert, che vide invece nei gerarchi dei soggetti patologici e instabili da un punto di vista psicologico. Le teorie di Gilbert ebbero più successo di quelle di Kelley, perché rappresentavano, di fatto, ciò che la gente si aspettava e voleva sentire. Eppure, gli studi specialistici più recenti finiscono per concordare con la visione di Kelley.
Tutto questo interessante dibattito non emergeva nel film del 2000, dove, appunto, non appare nemmeno il personaggio di Kelley e l’unico punto di vista scientifico è dunque quello di Gilbert, che viene però estremamente sintetizzato - e per certi versi banalizzato - con il rimando a una generica presunta assenza di empatia da parte dei nazisti. Lo scontro tra le due opposte visioni emerge invece nel film di Vanderbilt, dove però Gilbert è un personaggio del tutto secondario e dove comunque la diversità di vedute non viene approfondita, essendo il regista troppo impegnato nella spettacolarizzazione dell'evento processuale e dei rapporti instauratisi tra Kelley e Göring.
Bisogna necessariamente affidarsi alla lettura del soggetto da cui il film di Vanderbilt è tratto per ricavare i dettagli che nell’opera cinematografica inevitabilmente sono tralasciati: la sceneggiatura di "Nuremberg" (scritta dallo stesso regista) è tratta da "Il nazista e lo psichiatra" di Jack El-Hai, libro del 2013 che narra con dovizia di particolari - e con un’encomiabile profusione di note a pié di pagina e riferimenti bibliografici - della vita, appunto, di Douglas Kelley, fino alla sua morte per suicidio, avvenuta curiosamente (o forse no) con le stesse modalità con cui avvenne quella di Göring, ossia ingerendo una capsula di cianuro.
Si sa, i film devono spesso scendere a compromessi con i soggetti da cui sono tratti, in particolare se, come in questo caso, si tratta di biografie che hanno la dignità del saggio scientifico. E devono scendere a compromessi con la stessa Storia, soprattutto se l'ambizione è quella di narrare una vicenda particolarmente complessa, come può essere quella del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti, in poco meno di due ore e mezza.
Un tempo che non è sembrato sufficiente nemmeno per citare - non per approfondirne la posizione processuale, ma nemmeno banalmente per citarne il nome! - gerarchi di primo piano come Von Ribbentrop, Rosenberg o Speer. Dei venti nazisti a processo, nel film ne vengono menzionati appena una manciata, con la solita sfiducia nei confronti delle capacità intellettive dello spettatore medio tipica del prodotto dedicato al grandissimo pubblico (un problema che però non si era posto Simoneau, pur nel contesto di un'opera destinata alla televisione).
Si diceva dei compromessi: nell’odierno "Nuremberg", fin dai primi minuti Vanderbilt profonde la sua visione didascalica e smaccatamente teatrale della Storia. La sequenza iniziale, in cui si racconta della cattura di Göring, è in tal senso particolarmente emblematica: un soldato americano urina sopra una svastica dipinta su un pezzo di metallo, probabilmente i residui di un aereo abbattuto o di un mezzo corazzato; l'auto con a bordo la famiglia Göring giunge strombazzando tra le file di rifugiati e profughi di guerra; i soldati intimano l'alt puntando i fucili; Göring chiede al suo autista se ha un fazzoletto bianco per segnalare la resa; l'autista, guarda caso, ce l'ha invece rosso, il colore del sangue; il Reichsmarschall non può quindi far altro che strappare un lembo di tessuto dalla sottoveste della figlia, quella invece - ovviamente - di colore bianco, a simboleggiare l'innocenza delle generazioni che durante il secondo conflitto mondiale avevano subito le colpe dei loro padri.
Quella d'apertura è anche una delle sequenze più luminose dell'intero film, anche qui con un simbolismo piuttosto scontato volto a evidenziare il comune sollievo per la fine della guerra.
Dopo quello slancio iniziale di luce, però, la fotografia di Dariusz Wolski si converte al buio delle prigioni e degli interni, diventando metafora visiva dell’oscurità degli anni appena trascorsi e, insieme, dell’animo degli imputati.
Il massimo della spettacolarizzazione fine a se stessa - e del tutto inverosimile - Vanderbilt lo raggiunge tuttavia nella scena in cui Kelley cerca disperatamente tra i prigionieri di guerra la moglie e la figlia di Göring, appena arrestate. E poi ancora durante l’accesa discussione tra Kelley e Göring dopo che al processo erano stati mostrati gli sconvolgenti filmati girati nei campi di concentramento subito dopo la liberazione. Una scena madre poco credibile, a maggior ragione considerato l'interesse squisitamente medico-scientifico che Kelley aveva per il numero due del Terzo Reich.
Insomma, ciò che convince poco di questo "Nuremberg" è il continuo compromesso con le esigenze dello spettacolo, cui Kramer non aveva ceduto (pur nel contesto favorevolissimo del cinema classico hollywoodiano). Emblematica, in tal senso, la scelta di Vanderbilt di stuzzicare il pubblico con un abbozzo di flirt tra Kelley e un'attraente giornalista americana, ripercorrendo la analoga scelta di Simoneau che aveva inserito nel "Nuremberg" del 2000 una relazione tra il procuratore capo Jackson e la sua assistente.
Questi demeriti rischiano di far dimenticare le invero poche idee interessanti concepite da Vanderbilt, la più efficace delle quali è probabilmente il gioco di prestigio con cui Göring rivela la capsula di cianuro con cui si darà la morte, andando così a giustificare l’insistenza - che inizialmente sembrava ingiustificabile - su Kelley prestigiatore amatoriale (lo fu davvero, da giovane) e contemporaneamente introducendo il tema del mistero su come Göring si sia effettivamente procurato quella capsula, che non ha avuto una soluzione univoca e convincente.
Qualche dubbio resta anche sulle interpretazioni degli attori, che tuttavia costituiscono, nel complesso, uno dei punti di forza della pellicola: se la prova di Russell Crowe è ineccepibile, assai meno efficace è però quella dell’altra star del film Rami Malek. Da un lato, abbiamo un Crowe pressoché perfetto nei panni del Reichsmarschall: il singulto con cui passa dalla consueta arroganza alla preoccupazione per la moglie Emmy e la figlia Edda, durante uno dei colloqui in cella con Kelley, è uno dei momenti clou di una grande prova d’attore.
Dall’altro, abbiamo un Kelley fisionomicamente troppo caratterizzato da un Rami Malek che fatica a trovare ruoli convincenti dopo l’exploit di "Bohemian Rhapsody", che rischia di rimanere la sua croce e delizia, il suo apice e la sua condanna. Nel suo caso c’è un duplice problema, derivante dal fatto che il personaggio di Kelley non è un nome storicamente celebre (come invece quello di Göring). Quindi la scelta di Malek sembra doppiamente sbagliata, perché si prende un volto troppo noto e insieme troppo caratteristico per un ruolo che avrebbe meritato un interprete più anonimo e dimesso.
Si mostra impeccabile, invece, Michael Shannon, nel ruolo del procuratore capo Robert Houghwout Jackson, riscattando la scelta infelice che nel film del 2000 portò a far interpretare tale personaggio da un (allora) poco più che quarantenne Alec Baldwin, davvero poco credibile nei panni di un giudice della Corte Suprema incaricato di dirigere l'accusa contro i gerarchi nazisti (più credibile, invece, nel portare avanti il flirt con la sua assistente, come era probabilmente la principale preoccupazione dei produttori del film del 2000).
Resterebbe da affrontare il tema, tutt’altro che secondario e che anzi riabilita in parte il giudizio sulla pellicola, del perché un’opera come questa arrivi oggi sui grandi schermi. Non di certo per celebrare gli ottant’anni dall’inizio del processo di Norimberga o per ravvivare la legittimazione delle corti di giustizia internazionali, messe a dura prova negli ultimi anni da verdetti rimasti sulla carta e che nessuno ha il coraggio di applicare, soprattutto se emessi nei confronti di chi non è in stato di detenzione, ma a capo di potenti nazioni. Piuttosto, per evocare, in maniera a tratti addirittura esplicita, lo spettro dei corsi e ricorsi storici.
La scelta di alcuni dialoghi pare in tal senso emblematica, a partire dal momento in cui Göring ricorda che il popolo tedesco volle seguire Hitler perché voleva far tornare grande la Germania (non sono le parole esatte di Göring/Crowe, ma il messaggio è chiaro). O ancora, al momento in cui Göring prova a difendersi dopo la visione in aula del filmato che mostrava le atrocità dei lager accennando alla possibilità di una manomissione (un disperato attacco a presunte fake news ante litteram che, anche in questo caso, è riferimento piuttosto evidente).
Ma l’apice si raggiunge nel finale, in cui, anni dopo Norimberga, viene raccontato il prosieguo della carriera di Kelley, ridottosi a girare per trasmissioni radiofoniche per presentare il suo libro ("22 cells in Nuremberg", che uscì nel 1947), ammonendo il popolo americano sul fatto che persone come i nazisti possano trovarsi ovunque e in ogni tempo, anche tra loro e anche dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale.
La teoria effettivamente propugnata da Kelley diventa così la base per alcune frasi a effetto che, anche in questo caso, paiono lasciare davvero poco alle congetture. La teoria di Kelley sembra calzare perfettamente al tentativo di spiegare gli autoritarismi di oggi, e questo è uno degli aspetti che sicuramente farà più discutere, provenendo da un James Vanderbilt che, al suo secondo lungometraggio, non può essere identificato come un autore politico, sebbene il suo primo film ("Truth - Il prezzo della verità") fosse un neanche troppo velato pamphlet anti-Bush junior (anche se poi virava verso il tema delle responsabilità del giornalismo d'inchiesta). Vanderbilt, proveniente dalla nota famiglia benestante d’America che fece fortuna nell'Ottocento con i trasporti via mare e rotaia, sembra quindi voler utilizzare la storia di Kelley per aggiungersi alle tante voci che - per carità, a ragione - oggi gridano "mala tempora currunt", invocando paragoni forti con il passato: il momento più significativo in tal senso è ancora una volta nel finale, quando Kelley alla radio ammonisce gli americani circa il fatto che i nazisti siano silenti in mezzo a loro e che "la prossima volta non li riconosceremo dalle uniformi"; o ancora, come ebbe effettivamente a dire Kelley durante le conferenze che tenne dopo la conclusione del processo, "Voi dite che qui non esistono [i nazisti], ma io sono certo che anche in America ci sono persone disposte a scavalcare i cadaveri di metà della popolazione americana pur di ottenere il controllo dell’altra metà". Ma mentre Kelley fece nomi e cognomi, accusando un senatore, un deputato e un governatore di allora, sostenitori della supremazia bianca, di cavalcare la questione razziale "nello stesso modo di Hitler e dei suoi complici" (Kelley, 1947), Vanderbilt si limita - e per certi versi non poteva essere diversamente - a lanciare il sasso di una grossa allusione tra la situazione di allora e quella attuale nello stagno della bagarre socio-politica contemporanea.
Gli indubbi stimoli che "Norimberga" offre dal punto di vista storico-politico non devono però far passare in secondo piano la modestia del risultato da un punto di vista strettamente cinematografico. Dallo sceneggiatore di "Zodiac" era sicuramente lecito attendersi qualcosa di più.
Riferimenti bibliografici:
Jack El-Hai, "Norimberga. Il nazista e lo psichiatra", Solferino, 2013.
Douglas Kelley, "22 Cells in Nuremberg. A Psychiatrist Examines the Nazi Criminals", Greenberg, 1947.
cast:
Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall, John Slattery, Michael Shannon, Richard E. Grant
regia:
James Vanderbilt
titolo originale:
Nuremberg
distribuzione:
Eagle Pictures
durata:
148'
produzione:
Bluestone Entertainment, Walden Media, Titan Media, Mythology Entertainment, Columbia Pictures, Sony
sceneggiatura:
James Vanderbilt
fotografia:
Dariusz Wolski
scenografie:
Eve Stewart
montaggio:
Tom Eagles
costumi:
Bartholomew Cariss
musiche:
Brian Tyler