I sette samurai

I sette samurai


Akira Kurosawa

Drammatico | Giappone
(1954)

Quando Kurosawa, 1953, gira “I sette samurai” è un regista di fama internazionale: “Rashomon”, nel 1951, aveva vinto il Leone d’oro a Venezia e l’Oscar come migliore film straniero.

“I sette samurai” ha un piano di tournage impressionante che la produzione, dopo l’exploit di “Rashomon”, non può rifiutargli. Il piano di lavorazione presto si dilata e il budget sfora di tanto. Ma i produttori si vendicheranno a film ultimato. La storia de “I sette samurai” è anche quella di un “final cut”, il montaggio finale, che solo dal 1991 sarà visibile nello splendore di tutti i 200 minuti. Questo in Giappone: in Italia siamo stati più fortunati e Rai 1 ce lo fece vedere già nel 1985. A Venezia, nel 1954, ne fu proiettata una versione di circa 160 minuti che passò alla storia col titolo “I tre samurai e mezzo”.

Un’orda di banditi/sbandati si ferma all’ingresso di un villaggio. Non vi entrano perché solo da poco hanno compiuto l’ultima razzia ma si ripromettono di ritornare quando i contadini raccoglieranno il frumento. La conversazione è captata da un tremebondo Yohei che torna al villaggio e riferisce. I contadini decidono di ribellarsi e innescati dal vecchio saggio Gisaku partono per la città alla ricerca di ronìn, samurai senza padrone, che potrebbero accettare il triste incarico di cacciare i briganti alla sola ricompensa di vitto e alloggio. Partono dalla testa, Kanbei (Takashi Shimura), vero e proprio cavaliere senza macchia né paura. Con molte difficoltà arrivano alla quota di 6: Kanbei stesso, il luogotenente Gorobei, il giovane inesperto (e imbelle) Katsushirò, il valoroso Kyuzo (Seiyi Myaguchi), il simpatico Shichiroji e il poco valente ma “cemento in un gruppo” Heiachi.

A questi si aggiunge una sorta di troglodita vestito sì da samurai ma che del guerriero non ha aria né modi, Kikuchyio (Toshiro Mifune). Segue il gruppo come una bestiola selvatica e questa sorta di “quarantena” gli farà dimostrare, ai dubbiosi ronìn, che la sua pasta è buona e che per coraggio e lealtà non ha nulla da invidiarli.

È nell’architettura del gruppo che riconosciamo la leadership di Kanbei e, di rimando, la straordinaria valenza narrativa di Kurosawa.

Il gruppo è formato e Kanbei può vergare sulla bandiera da combattimento, che è poi la cartografia del film stesso, i simboli del villaggio, i 6 cerchi che rappresentano i ronìn veri e propri e il triangolo che rappresenta Kikuchyio, il raccordo tra i ronìn e il villaggio.

Il finale, chiusura di una mirabile serie di tattiche di difesa e strategie di attacco pianificate da Kanbei, non è lieto se non per il ristabilimento di un ordine necessario: i contadini ritorneranno a coltivare la terra, spronati da un canto tradizionale e lieto; i ronìn, quelli che restano, sono ormai di troppo e dovranno ricominciare la vita raminga. Sulla collina, con tutti gli onori, campeggiano tante katane quanti sono i cumuli di terra che ospiteranno per sempre i loro compagni.

Prodigio di narratologia, con un certo debito, sempre ammesso, con la strutturazione dei personaggi alla maniera di John Ford, unita all’armonia geometrica che ha sempre caratterizzato la struttura sociale nipponica, “I sette samurai” è forse il film che meno ha da invidiare ai grandi romanzi dell’800, quelli corali e in terza persona che tenevano briglia alle naturali spinte esogene delle individualità e degli accidenti. Uno solo tra i molti esempi di “rimando” e “coppia oppositiva” è sintetizzato dai percorsi narrativi del “tremebondo Yohei” che ha il compito di rappresentare il “non saper fare” dei contadini e il suo complementare Kikuchyio, il “ronin” che insegnerà al contadino, così simile a lui nell’inettitudine, a non avere più paura.

Kurosawa, debitore di Dostojevskji e Shakespeare, costruisce con quest’opera un congegno perfetto e senza traccia della stucchevolezza di cui è spesso vittima il “regista/autore” e lui stesso in alcuni passaggi di “Ran” e “Kagemusha”. Gli stati tensivi tra ronìn e contadini, contadini e contadini, contadini + samurai e briganti, sono costruiti con la sagacia di chi “non ha più tempo” e paga con la morte ogni piccola sbavatura. A tal riguardo, è immensa la responsabilità morale di Kanbei e la mirabile calma con cui orchestra una banda di solisti, novizi e dilettanti e li trasforma, letteralmente, in una bandiera. È cosciente che la buona riuscita del piano poggia sull’assunto che sia lui a comandare. E tutto questo potrebbe non essere sufficiente. La sua forza, che trasmette a tutti gli altri, è il “ninjo” (l’allacciamento di un sentimento umano tra i ronin e i contadini) e il “giri”, l’obbligo sociale che ne consegue quando le due classi hanno legittimato la loro relazione.

Viene subito in mente il remake americano del film, “I magnifici sette” (John Sturges, 1960) la cui carica combattiva era frutto dell’orgoglio (quando, traditi dai contadini, decidono di tornare indietro), di un talento pigro (James Coburn sonnecchiante che non si alzava certo all’alba, sotto la pioggia, per allenarsi come faceva il corrispondente Kyuzo), di un malinteso (l’individualista Lee, che pensava fossero lì per una miniera d’oro) e ancor di più nella fusione in un unico personaggio di Katsushirò e Kikuchyio, il giovane, sfrontato, combina guai, sguaiato ma alla fine vincente cuore d’oro Chico che è un po’ la faccia che gli USA hanno voluto imporre nel resto del mondo. Probabilmente la cosa meglio riuscita del remake è questa: http://www.youtube.com/watch?v=9iteRKvRKFA&feature=fvst

Sui movimenti di macchina del film si potrebbe aprire un intero capitolo (o procurarsi “Il cerchio e la spada” di Dario Tomasi, Lindau, 1994) e per certo c’è anche qui l’ombra benevola di John Ford: dalla furia della battaglia finale in cui i cavalli sembrano saltare anche il tubo catodico o il lenzuolo del cinema, sminuzzata in un montaggio frenetico e via via sempre più secco grazie alle 6 telecamere in azione.

Allo stesso tempo è mirabile, quasi in antitesi, la delicatissima scena dell’incontro tra la giovane Shiro e Katsushirò mentre quella sta raccogliendo dei fiori decisamente superflui in un contesto di cappa e spada ma che ci fa ricordare, in un b/n polveroso che è insieme la lotta e l’amore, il sudore e la passione, che esiste un tempo per tutte le cose e proprio quando, domani, sarà tempo di morire ecco che arriva il tempo dell’amore.

27/09/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Scichinin no Samurai
Distribuzione
Toho Company
Durata
200'
Produzione
Toho Company
Sceneggiatura
Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto, Hideo Oguni
Fotografia
Nakai Asakazu
Scenografie
Takashi Matsuyama
Montaggio
Akira Kurosaea
Musiche
Fumio Hayasaka
Costumi
Kôhei Ezaki, Mieko Yamaguchi

Trama

Nel Giappone del XVI secolo in cui orde di soldati sbandati e dediti al brigantaggio saccheggiano le campagne, la popolazione di un povero villaggio decide di ricorrere ai samurai, nobile casta di soldati di ventura, nella speranza di trovare qualcuno disposto a impegnarsi in un'impresa così umile e così poco remunerata...
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