The Last Black Man in San Francisco

The Last Black Man in San Francisco


Joe Talbot

Drammatico | Usa
(2019)

Quello di dedicare un film alla propria città è qualcosa che si vede spesso nel cinema americano. Da “Manhattan” a “Mulholland Drive” e includendo anche “Synecdoche, New York”, gli esempi non si contano anche tra gli autori di grande fama. A questi da oggi si deve aggiungere anche il nome di Joe Talbot, regista e sceneggiatore (insieme a Rob Richert) di “The Last Black Man in San Francisco” (concorso internazionale del 72° Locarno Film Festival) nel quale, partendo dalla storia autobiografica di Jimmie Fails – presente nel film nella parte di se stesso -, e contemporaneamente dall’amicizia di lunga data occorsa tra regista e attore, si racconta la storia della metropoli e, in particolare, del distretto di Fillmore. Un tempo punto nevralgico della città, per essere stato il centro della scena Jazz della West Coast, l’area in questione fu – negli anni Settanta – oggetto di una dolorosa e drammatica espropriazione (oggi la chiamato più gentilmente gentrification) – a danno della comunità nera, costretta a lasciare le proprie abitazioni per permettere una rivalutazione del distretto caduto nel frattempo in declino.

Intorno a quei fatti si muove la storia di “The Last Black Man in San Francisco”, raccontando il rapporto amicale tra Jimmie Fails e Montgomery Allen e, insieme, il tentativo da parte del primo di riappropriarsi dell’antica abitazione vittoriana in cui è vissuto da bambino in compagnia del nonno. Quella che inizialmente si profila come un’avventura metropolitana, concepita sul modello di quelle che andavano di moda all’epoca del muto, in cui la scoperta della città avveniva attraverso i pericoli e le difficoltà affrontate dai protagonisti, assume in questo contesto  i contorni di un viaggio nell’anima del tessuto cittadino e nei ricordi di ciò che un tempo era stato, con Jimmie e Montgomery a presiederlo in veste di portavoce e – soprattutto il primo – di parti in causa.

La complessità della materia, stratificata su più cicli storici e comprensiva di aspetti sociali e culturali e, non ultima, la vicinanza emotiva che legava gli autori al soggetto del film, prevedeva non pochi rischi, primo fra tutti quello di enfasi che spesso accompagna il resoconto di ciò che si è vissuto in prima persona. “The Last Black Man in San Francisco” non corre questo rischio perché Talbot, manco fosse un veterano, usa la mdp con una sensibilità che gli permette in ogni momento del film di trovare la giusta misura tra distacco e partecipazione.

Complice del risultato è soprattutto una messinscena a dir poco strepitosa, capace di fluttuare nel tempo e nello spazio facendo del presente il collettore del passato e in qualche modo gettando le basi di quello che deve ancora accadere. Illuminato dai colori caldi e nostalgici di una fotografia capace di portare la narrazione su un piano ideale e idealizzante e procedendo per continue astrazioni visive, volte a fare delle strade del quartiere, cosi come degli interni delle abitazioni, il riflesso dello spazio interiore dei protagonisti, il film ridisegna la geografia umana e urbanistica del quartiere in argomento, allestendo una sorta di proscenio teatrale in cui le azioni e i sentimenti non si riferiscono solo al contingente ma si trasfigurano in quelle di intere generazioni di cui Jimmie e Monty si fanno mentori.

La bravura di Talbot è così grande che la paura di chi ne deve scrivere è quella di non trovare le parole adatte per farlo in uno spazio cosi breve. Se poi si volesse trovare il pelo nell’uovo a un esordio così felice si dovrebbe magari guardare a una certa freddezza emotiva e allo scarto esistente tra gli intenti della sceneggiatura, sempre accorata e misericordiosa verso i suoi personaggi, e ciò che in effetti arriva allo spettatore, intellettualmente troppo assorbito dalla forma registica per farsi scaldare, come vorrebbe il film, dalle parole e dai gesti dei due ragazzi. Certo è che Talbot nel suo essere americano di origine anglosassone realizza un’opera che per coscienza e militanza non faticherebbe a figurare tra quelle presentate a Locarno nell’ambito della “Black Light Retrospective”, la rassegna sul Black Cinema che cosi tanto successo ha riscosso in queste giornate ticinesi.

19/08/2019

Cast e credits

Distribuzione
A24
Durata
120'
Produzione
Longshot Features, Plan B Entertainment
Sceneggiatura
Joe Talbot Rob Richert
Fotografia
Adam Newport-Berra
Montaggio
David Marks
Musiche
Emile Mosseri

Trama

In un quartiere di San Francisco un ragazzo e il suo amico fanno di tutto per tornare in possesso della casa dove il primo aveva abitato da bambino insieme al nonno.
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