“Fill The Void” (“la sposa promessa” in Italia) è un film rigorosamente lineare, che va dritto al sodo e immerge lo spettatore in un ambiente, quello israeliano, in cui la guerra e l’odio religioso purtroppo annebbiano tutte le potenzialità di un territorio a strettissimo contatto con la cultura e con la tradizione. La missione della Burshtein è allora in principio quella di rendersi portavoce di un messaggio interculturale importante. In conferenza stampa dichiara di essersi lanciata a capofitto in questa avventura per un profondo dolore che portava dentro: “Sentivo che la comunità ultra-ortodossa non aveva alcuna voce nell’ambito del dialogo culturale. Si potrebbe dire che siamo muti. La nostra voce sul piano politico è forte, perfino roboante, ma sul piano artistico e culturale resta debole e soffocata”.
La regista affida le chiavi del suo messaggio alla giovane attrice Hadas Yaron, molto convincente nell’infondere quel senso di smarrimento e di spaesamento che percorre l’intera pellicola. Il matrimonio, colonna portante dell’intera vicenda, viene mostrato dettagliatamente agli occhi dello spettatore, con tutta la sua tradizione, come ad esempio il matrimonio combinato o la rigidità delle norme da rispettare (il copricapo posto alle donne sposate). Shira vive questo avvenimento con gioia nella prima parte ma i tristi avvenimenti la condannano presto a una dura lotta tra ragione e sentimento, a una scelta che le cambierà inevitabilmente il resto della sua vita. L’intensa interpretazione dell’incantevole attrice è stata meritatamente ricompensata con la Coppa Volpi che la Yaron si è portata a casa.
31/08/2012