Netto vincitore dell’ultima edizione degli Ophir Awards, ovvero i principali premi cinematografici assegnati in Israele, “The Sea” arriva in Italia accompagnato soprattutto dalle critiche che il ministro della cultura del governo Netanyahu ha rivolto alla pellicola e a chi l’ha premiata per via del racconto sfavorevole che il film farebbe del paese dell’Asia occidentale. Candidato pure agli Oscar (ma non arrivato alla cinquina finale), la pellicola dell’esperto regista israeliano Shai Carmeli-Pollak non pare però aver destato grande attenzione da parte del pubblico italiano, forse complice anche il parziale spostamento di focus della popolazione dalla questione israelo-palestinese alle conseguenze del conflitto nel Golfo persico. Non stupirà quindi che a occuparsi della distribuzione in questa congiuntura sfavorevole, che rischia di rendere invisibile la pellicola (come i suoi protagonisti e le loro vicende, d’altronde), sia Mescalito Film, realtà specializzata soprattutto nella diffusione di documentari e in primis di opere indirizzate al racconto di realtà “marginali”, non importa quanto apparentemente scarso possa sembrare il loro appeal, cosa che fa il paio con la scelta di distribuire il film solo in lingua (anzi, lingue) originale.
Questa narrazione di esclusione e marginalità sicuramente si presta bene a “The Sea”, cronaca del disperato tentativo di un ragazzino palestinese di Ramallah di raggiungere il mare che gli è stato impedito di vedere durante una gita scolastica per via di alcune irregolarità col suo permesso per visitare Israele. Scarsamente considerato dalla sua stessa famiglia, o perlomeno questo è quello che pensa lui, il giovane protagonista Khaled si imbarca in una peregrinazione attraverso il paese asiatico ricca di svolte e retromarce, il cui andamento discontinuo finisce per generare altri viaggi, come quello del padre del ragazzo alla ricerca del figlio disperso oppure quello delle forze dell’ordine che puntano a individuare l’infiltrato il prima possibile. Ancor più perché il mezzo di trasporto più utilizzato dai protagonisti sono i loro stessi piedi (a cui si aggiungono van, autobus, taxi, auto, etc.) è difficile non considerare “The Sea” un road movie quasi quintessenziale, tutto costruito attorno ai vari incontri che i personaggi fanno nel corso delle loro peregrinazioni e in base a come questi indirizzano le loro traiettorie ma soprattutto la loro comprensione del mondo in cui si muovono.
Un dettaglio significativo al riguardo è la mancata conoscenza dell’ebraico da parte di Khaled, la quale contribuisce a evidenziare le modalità peculiari con cui coming of age e road movie si intersecano nella pellicola di Carmeli-Pollak, le quali finiscono per mettere in crisi l’approccio lineare alla crescita che questi due filoni spesso esibiscono, soprattutto quando si intersecano (vedasi un esempio recente, pur distante da ogni altro punto di vista, come “Suzume” di Shinkai Makoto). In quasi tutti i racconti di formazione il viaggio diviene infatti il tramite con cui il giovane protagonista comprende come funziona la realtà circostante e (spesso) viene socializzato in modo che possa trovare il proprio posto in essa, in genere mettendolo a confronto con visioni alternative. Non capendo però l’ebraico, Khaled resta quasi completamente isolato (sebbene incontri un paio di persone che parlano comunque arabo) dal contesto sociale in cui si muove e così non ha nulla da apprendere nel suo viaggio in Israele, se non avere la conferma della posizione di inferiorità in cui si trova in quanto palestinese, come il finale evidenzia. Più che un viaggiatore che fa del proprio percorso uno strumento di crescita individuale, il ragazzo si rivela semmai un turista (come uno dei tanti che Tel Aviv cerca di attrarre ormai in ogni modo possibile), focalizzato solo sulla meta e la cui ragione del viaggio si esaurisce nel raggiungimento della stessa.
Tuttavia, va anche considerato che a Khaled è impedito essere un turista in senso proprio per via del passaporto che ha (o meglio non ha) con sé, ragion per cui il suo viaggio pare destinato al fallimento fin dall’inizio, un viaggio da turista per qualcuno che potrebbe venire considerato a fatica un immigrato irregolare (a fatica perché manca pure di una motivazione forte per correre il rischio di valicare un confine militarizzato). Il coming of age non pare realmente conseguito da Khaled, proprio perché non può sostanziarsi nella peregrinazione svolta, facendo di “The Sea” il pedinamento, con un cipiglio quasi neorealista, di un fallimento annunciato, quello di un’infanzia che non può essere vissuta appieno per via del contesto opprimente in cui germoglia e di una maturità che non può venire raggiunta per le medesime ragioni. Avvicinabile al neorealismo è anche la scelta di optare per un cast di interpreti non professionisti, con l’eccezione del padre di Khaled, l’attore di “Fauda” Khalifa Natour, e compreso il premiato protagonista Muhammad Gazawi, la cui interpretazione minimale ben si presta a un racconto in minore, in cui sono i gesti più quotidiani a raccontare l’oppressione palestinese (probabilmente l’unico modo di farlo in Israele, considerando già il tono delle reazioni al film), un’oppressione, quella dei residenti della non occupata zona A della Cisgiordania, che rischia però di sembrare addirittura non così drammatica di fronte alle brutalità viste negli ultimi anni.
Si ritorna quindi alla tematica discussa in incipit della narrazione, qui intesa in tutta la sua complessità e stratificazione, e non potrebbe essere altrimenti, parlando di un argomento ostico e discusso da decenni come il conflitto israelo-palestinese, e parlando delle modalità con cui questo conflitto viene sempre più raccontato all’interno del paese asiatico, soprattutto dal 7 ottobre 2023 (prima di cui il film è furbamente ambientato). Le reazioni irate delle istituzioni israeliane di fronte a una pellicola che da una parte rappresenta la società israeliana come ancora disposta a confrontarsi col vicino palestinese (la donna che si biasima per la sua ignoranza dell’arabo, la comprensiva fiamma giovanile del padre di Khaled) e dall’altra si trova a replicare alcuni punti ricorrenti della propaganda israeliana (le manifestazioni sono un modo per produrre filmati da rivendere ai media stranieri e raccogliere materiali che potrebbero essere utili) finiscono per testimoniare l’ambivalenza (per chi scrive irrisolvibile) di “The Sea”: tanto il governo del paese è ostile a qualsiasi rappresentazione un minimo sfaccettata del conflitto, quanto il film di Chai Carmeli-Pollak si fa promotore di un racconto più complesso, ma comunque edulcorato, della questione, che pare rivolto in primis all’audience progressista interna e poi al pubblico internazionale.
Non sorprende a questo punto che lo stile della pellicola (che difatti non è stato quasi menzionato finora) non si distanzi da un’aurea mediocrità composta da un poco ritmato montaggio alternato e da una regia semplice, quasi scolastica, di primi piani, campi medi negli interni e panoramiche in campo lungo per le sequenze girate in esterna. Per questo motivo merita menzione una specifica sequenza che precede il finale della pellicola, fra le poche a svettare in suddetta mediocrità: [SPOILER] quando Khaled e il padre vengono fermati dalla polizia israeliana, gli avventori di un café vicino seguono la scena con vivo interesse attraverso una sorta di campo-controcampo collettivo, mentre assistono all’apartheid che si concretizza davanti ai loro occhi, almeno fino a che i due non salgono sul mezzo della polizia. L’inquadratura rimane fissa sul locale e quando l’impallamento prodotto dall’auto delle forze dell’ordine si conclude e padre e figlio spariscono letteralmente dalla scena tutti tornano a comportarsi come sempre, domandando cappuccini con latte di soia e chiacchierando del più e del meno, di nuovo rassicurati dal fatto che tutto ciò sia normale dentro la loro zona d’interesse. A Khaled sarà infine concesso di adocchiare il mare e la sua immensità omogenea, visione fugace di un’indefinitezza distante, prima che non gli sia possibile vederla mai più.
29/05/2026