The Tribe

The Tribe


Miroslav Slaboshpitsky

| Paesi Bassi, Ucraina
(2014)

“The Tribe” è stato il film scandalo di Cannes 2014, dove ha vinto il Grand Prix della Semaine de la Critique. Come specificato dalle didascalie d’apertura, è recitato esclusivamente in lingua dei segni: una scelta inusuale e tranchant che ha sicuramente aiutato il film a far parlare di sé, ma che sarebbe ingiusto ridurre a una mera trovata pubblicitaria fine a se stessa.

Il sedicenne Sergey si trasferisce in un istituto per ragazzi sordomuti, a metà strada tra un collegio e un riformatorio. In questo contesto di squallore, solitudine e tetra miseria, spadroneggia un gruppo di ragazzini violenti e prevaricatori. Dopo le prime difficoltà, Sergey riesce a guadagnarsi la loro fiducia, ma scoprirà che far parte della “tribù” ha un caro prezzo.

132 minuti senza dialoghi, senza sottotitoli, senza voice over sono una prova di coraggio. O di resistenza, a seconda dei punti di vista. Il regista esordiente Myroslav Slaboshpytskiy ha dichiarato di aver voluto realizzare un omaggio “realistico” al cinema muto. Ma, a ben vedere, “The Tribe” non è muto affatto.

Non solo gemiti, sospiri, rumori bruschi e sinistri scandiscono la narrazione, ma soprattutto gli attori, tutti non professionisti e sordomuti anche nella realtà, non fanno che parlare nella lingua dei segni. Si crea così una babele di gesti complessi e apparentemente imperscrutabili, eppure lampanti nella loro forza comunicativa, che il regista mette in scena sapientemente come fossero una danza di fascino ipnotico e ammaliante. Il film, infatti, è puntellato di momenti altamente coreografici: non è forse un orrorifico balletto di sangue il combattimento corpo a corpo che sancisce l’ingresso di Sergey nel branco?

Il regista costruisce dunque un complesso sistema di segni visivi, geroglifici apparentemente incomprensibili che acquistano significato col procedere della visione, minuto dopo minuto. Il compito di questa decodificazione, in tutta la sua difficoltà, è affidato esclusivamente a una platea di spettatori perfettamente udenti (si presume): Slaboshpytskiy non concede alcun aiuto o scorciatoia, costringendo il suo pubblico a sfidare i limiti delle proprie convenzioni, a ricollocare se stessi nel processo abituale della fruizione cinematografica per approdare infine a una visione altra. Problematizza, in buona sostanza, il ruolo della spettatore, arrivando all’affermazione di un paradosso: in un contesto simile, chi è il vero disabile?

Ma “The Tribe” è anche e soprattutto la storia di un amore impossibile e di una crudele iniziazione alle vita. Al centro del film, infatti, spiccano sempre Sergey e la sua gang: giovanissimi ragazzi di vita che tiranneggiano i compagni, collezionano espedienti, giocano di notte in una città che sembra abbandonata o sopravvissuta a un’apocalisse nucleare. Sono bambini sperduti, ma per loro non esiste un’Isola che non c’è o un Paese delle Meraviglie. Esiste al contrario un’Ucraina di degrado, di sporcizia e bassezza (anche morale) che non concede speranze né occasioni di riscatto. A questi emarginati dal destino segnato, lasciati soli o accuditi da adulti aguzzini, non resta che crescere in balia delle proprie pulsioni più bestiali: rubano, picchiano, sfruttano, stuprano, uccidono.

Una boyhood violenta, brutale e tribale appunto, di cui Slaboshpytskiy non nasconde nulla. Il regista privilegia lunghe sequenze ininterrotte, quasi sempre veri pianisequenza, con la macchina a mano mobile a seguire fluidamente i personaggi o più spesso fissa in composizione di rigoroso equilibrio formale (bella la fotografia di Valentyn Vasyanovych, anche montatore e produttore). L’imperativo è comunque sempre quello di mostrare tutto con lucida insistenza e distacco, senza tacere alcuna bruttura, spingendo così lo spettatore all’estremo della sopportazione, arrivando anche a rappresentare l’irrappresentabile. La freddezza e il rigore, che sono più dell’entomologo che del cineasta, fanno diventare la visone davvero disturbante e in alcuni momenti insostenibile: si pensi alla visita dell’adolescente Anna alla feroce Mammana oppure allo sconvolgente finale.

Certo, rimane il dubbio che questo maledettismo esasperato non corrisponda alla realtà dei giovani di Kiev (sebbene il regista sostenga di essersi basato sui propri ricordi d’infanzia). Ma pretese sociologiche a parte, “The Tribe” rimane un film che non ha paura di osare, di superare il limite del consentito, di stravolgere dispositivi di visione prestabiliti. Un film folgorante, da premiare per la sua audacia.

07/05/2015

Cast e credits

Titolo Originale
Plemya
Distribuzione
Officine Ubu
Durata
132'
Produzione
Germata Film Production
Sceneggiatura
Myroslav Slaboshpytskiy
Fotografia
Valentyn Vasyanovych
Montaggio
Valentyn Vasyanovych

Trama

Il sedicenne Sergey si trasferisce in un istituto per ragazzi sordomuti, a metà strada tra un collegio e un riformatorio. In questo contesto di squallore, solitudine e tetra miseria, spadroneggia un gruppo di ragazzini violenti e prevaricatori. Dopo le prime difficoltà, Sergey riesce a guadagnarsi la loro fiducia, ma scoprirà che far parte della "tribù" ha un caro prezzo.

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